Confindustria Lecce

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Lettera aperta del Presidente del Comitato Piccola Industria Confindustria Lecce Roberto Marti


Il Covid-19 rischia di desertificare il tessuto imprenditoriale della nostra provincia

Ci siamo presi un pugno in piena faccia! L’emergenza sanitaria planetaria ci ha storditi, vaghiamo increduli e impotenti, a volte terrorizzati.

Il virus che sta attraversando città e provincie italiane, invisibile ai nostri occhi, ha già presentato un conto salatissimo, inaccettabile: la perdita di vite umane a cui però, temo, si aggiungeranno presto anche quelle dell’economia.

Non vi è alcun dubbio: il sistema imprenditoriale del nostro paese, della nostra regione, della nostra provincia, non è e non sarà in grado di reggere un tale contraccolpo.

La nostra economia e in modo particolare il funzionamento di migliaia di piccole e medie imprese sparse sul territorio sono in grave rischio, così come tantissimi, forse milioni, di posti di lavoro. Le prime stime non lasciano spazio a interpretazioni: a causa degli effetti delle interruzioni delle attività, doverose da un punto di vista sanitario, (questo non è mai stato in discussione), e del perpetuarsi della pandemia, se non interverrà nell’immediato un forte (e dico forte!) sostegno pubblico, non è inverosimile la chiusura del 60% delle piccole e medie imprese italiane, cioè imprese con meno di 250 addetti e/o 50 milioni di euro di fatturato. In pratica, la stragrande maggioranza delle imprese italiane. E questo è un dato che potrebbe avere valori ben più gravi nel nostro già compromesso tessuto imprenditoriale locale. Sarebbe un danno incalcolabile. Basti pensare che le piccole e medie imprese italiane occupano oltre quattromilioni di addetti di cui 2,2 milioni nelle micro e piccole imprese.

L’impatto economico e sociale potrebbe avere effetti senza precedenti. Rischiamo di ripiombare in una sorta di dopoguerra. La Piccola Industria di Confindustria, a tutti i livelli dei territori, da tempo è al fianco delle imprese ed oggi in modo particolare con la sua costante azione di stimolo per il governo, suggerendo soluzioni all’emergenza, intervenendo per sostenere la continuità operativa delle attività produttive essenziali delle imprese e la tutela della salute dei lavoratori.

Ma non può bastare! Servono interventi strutturali, a tutti i livelli – europeo, nazionale, regionale, locale – in grado di sostenere nell’immediato la mancanza di liquidità delle imprese e di assorbire nel medio periodo gli effetti finanziari della pandemia, salvaguardando quanto più possibile l’occupazione. Qui non si tratta più di cosa accadrà a fine mese, qui si sta parlando di cosa saranno il nostro paese e il nostro territorio tra uno o due anni.

Importanti i primi interventi del governo, sicuramente emergenziali. E’ necessario, però, non cadere nel concetto di assistenzialismo; né le imprese né i lavoratori hanno bisogno di questo!

Serve sospendere qualsiasi azione che possa compromettere nel futuro la capacità di fare impresa. Le attività produttive ed industriali non possono rischiare, in questo periodo, di incorrere in segnalazioni pregiudizievoli, non possono perdere la capacità di poter operare con il pubblico, non possono subire modifiche del rating da parte degli operatori finanziari, non possono permettersi di chiudere e pensare di poter riaprire tra qualche settimana o mese, senza effetti devastanti.

E’ urgente stabilire una vera e propria “economia di guerra”, per sostenere le famiglie e i consumi interni, immettere immediatamente liquidità nel sistema, tutta quella che sarà necessaria per sostenere le imprese. Serve tracciare un nuovo corso, una sorta di “New Deal” che metta insieme tutti gli attori economici, politici e sociali.

E il governo dei territori non è esente da tale obbligo. In un momento come questo, insomma, l’intervento dello Stato italiano deve essere imponente, è inevitabile.

Questo virus sanitario è mutato anche in un virus economico: la cura non potrà avere diluizioni omeopatiche, rischiamo di perdere il paziente. 

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