Cinema Teatro dei Trulli di Alberobello

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MUNE: IL GUARDIANO DELLA LUNA

Mune - il guardiano della lunaUn poema visivo ammaliante sull’importanza dell’equilibrio in natura,guardiani della luna e del sole sono ormai anziani ed è ora che designino il loro successore. Le redini del sole passano a Sohone, che si allena da sempre allo scopo, mentre la custodia della luna viene affidata inaspettatamente al piccolo fauno Mune, che non si sente all’altezza e non sa dove mettere le mani. Al punto che combina un guaio e mette il guardiano delle tenebre nella condizione di rubare il sole. Mune e Sohone si alleano, dunque, per partire alla ricerca dell’astro perduto. Con loro c’è la bella e fragile Glin, fatta di cera, in pericolo al caldo come al freddo, ma più coraggiosa che mai.
Si rimane a bocca aperta di fronte a Mune, man mano che si fa sempre più chiaro che non è la trama a contare in questo caso, e che la vera avventura cui siamo chiamati a partecipare è un’avventura estetica, l’immersione in un poema visivo.
Nella cosmogonia immaginata da Benoit Philippon e Alexandre Heboyan, l’alternarsi del giorno e della notte è assicurato dall’incedere di due “templi”, due creature mitologiche di fattezze animalesche e proporzioni colossali, a loro volta affidate alla guida dei due rispettivi guardiani. Il tempio del giorno trascina il sole lungo il pianeta, mentre la luna è legata al tempio della notte. Miyazaki e il suo castello errante sono certamente tra le ispirazioni, ma il disegno di Mune è una creazione originale, che non ha debiti palesi con nessuno. L’architettura del mito e la variopinta e fantasiosa resa grafica, anziché creare un senso di artificio, riescono nell’impresa di suscitare nello spettatore la riscoperta della meraviglia della natura e del suo essere spettacolo in sé e per sé. Oriente e Occidente si fondono nel racconto e nell’abito di questa parabola sulla responsabilità che abbiamo nei confronti dell’organismo che ci ospita e sull’equilibrio come bene prezioso, da garantire ad ogni costo. Heboyan, che ha fatto esperienza di animazione presso la Dreamworks, in particolare su Kung Fu Panda, riprende da lì l’idea di un protagonista all’apparenza deficitario rispetto alle richieste del ruolo per cui è stato scelto, che stupirà se stesso e gli altri mostrando di possederne, invece, l’essenza più pura. Allo spettacolo della natura si aggiunge così lo spettacolo che può dare l’individuo spronata dalla causa più nobile.
Lunare come una fiaba esotica, capace di avvicinare il mondo del sogno e del mito, Mune è una fantasia visiva ammaliante, che cattura nelle sue spire e restituisce incantati. E poco importa se la sceneggiatura ha dei buchi o fa dei salti: sono tutte figure retoriche di un discorso in cui l’umano e il razionale non hanno spazio di parola, ma solo dovere di ascolto.

da Giovedì 12 a Mercoledì 18 febbraio Spettacolo unico ore 17:30

UNBROKEN

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Centotrentasette minuti che esibiscono gli effetti perversi del male, impotente davanti all’invincibile protagonista

Louis Zamperini è un campione di mezzofondo americano. Figlio di italiani immigrati e corridore olimpico alle Olimpiadi di Berlino del 1936, quattro anni dopo Zamperini viene reclutato nell’Aviazione come bombardiere. Nel 1942, durante una missione di recupero sull’Oceano Pacifico, il suo B-24 precipita rovinosamente, dimezzando il suo equipaggio. Sopravvissuto insieme a due commilitoni, Zamperini resiste in mare per quarantasette giorni, cibandosi di pesce crudo e schivando i colpi delle mitragliatrici aeree giapponesi. Recuperato dalla marina nemica viene condotto in un campo di prigionia, dove diventa presto ostaggio del sadismo di Watanabe, un sergente perverso col vizio del bastone e dell’umiliazione. Dovranno passare ancora due lunghi anni prima che Zamperini riacquisti la libertà, tornando in Patria e dai suoi cari.
Sulla carta, Unbroken prometteva davvero bene: la sceneggiatura di Joel e Ethan Coen, la fotografia di Roger Deakins (Fargo, Fratello, dove sei?, Non è un paese per vecchi), la musica immediatamente riconoscibile di Alexandre Desplat, la storia incredibile di un uomo che l’odissea della Seconda Guerra Mondiale trasforma in eroe, l’impegno civile di Angelina Jolie, la più celebre di tutte le ambasciatrici di buona volontà. Sullo schermo si rivela invece un biopic grottesco, meglio, la storia di un martirio grottesco consumato durante la Seconda Guerra Mondiale. Come Nella terra del sangue e del miele, romanzo d’amore sullo sfondo del conflitto civile in Bosnia ed Erzegovina, Unbroken rivisita la Storia attraverso un destino individuale, un racconto ‘edificante’ orchestrato dentro un film di guerra che abusa dei codici standard del genere. Protagonista di uno dei film più belli e dolenti di Clint Eastwood (Changeling), Angelina Jolie sembra snobbare la rilevanza dell’umano e funebre dittico dell’autore americano (Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima). Due film, due fronti e due punti di vista sulla Seconda Guerra Mondiale, che smontano una mascherata collettiva. Nel primo l’eroismo US marketing, nel secondo l’assurdità di una battaglia già persa per i giapponesi, un’ultima battaglia per difendere l’onore disonorandolo. I combattimenti in Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima sono messi in scena con il tumulto e il furore necessari, realistici ma mai eccitanti, perché quello che interessa veramente a Eastwood è il rispetto degli individui soprattutto dentro situazioni moralmente estreme.
Diversamente Unbroken crogiola in un esercizio di autocelebrazione nazionale datata e indigesta che oppone ai bravi, belli(ssimi) e coraggiosi prigionieri americani, i soldati giapponesi, tutti ugualmente cattivi, sadici e inumani. Una crudeltà la loro che sfiora la caricatura e ignora le sfumature, producendo in faccia al vessato protagonista l’orribile sergente Watanabe, a cui la Jolie non accorda mai la tregua di un cielo limpido (e malickiano). Agito da un furore cristiano, Unbroken trabocca cliché e violenza gratuita, soprattutto nella seconda parte, quella rinchiusa nei campi di lavoro dove approda il corpo patito di Louis Zamperini, a cui la Jolie fa sopportare, con compiacenza inaudita, un inventario completo di oltraggi.
Percosse, violazioni e torture diventano argomento esclusivo di una biografia che conferma, dopo 12 anni schiavo, un gusto (in)discutibile per il sadismo compulsivo. Centotrentasette minuti che esibiscono gli effetti perversi del male, impotente davanti all’invincibile protagonista, sopravvissuto a un attacco aereo, a un incidente aereo, alla fame e alla sete dentro un gommone alla deriva nel Pacifico, alla prigionia nella jungla, ai campi di lavoro, al gelo delle miniere, alle sevizie di un funzionario militare. Una vita fuori norma quella di Zamperini, a cui Angelina Jolie aggiunge una dimensione cristologica gravosa, come la trave che Jack O’Connell deve sollevare sopra la testa, dentro la ‘scena madre’ e davanti all’ufficiale di Miyavi, giovane e incisiva star pop-rock nipponica. Adattamento del bestseller di Laura Hillenbrand, “Sono ancora un uomo. Una storia epica di resistenza e coraggio”, Unbroken non rende grazia alla memoria di Louis Zamperini, eroe di guerra morto il 2 luglio del 2014. Aveva novantasette anni, più pudore e più fiato della sua pallida agiografia.

spettacoli ore 19:15 e 21:30

 

Martedì 17 febbraio

Chiusura per riposo settimanale

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