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“CONTRO L’EUTANASIA PER NON RINUNCIARE AD AMARE: DAL DIRITTO DI VITA AL DOVERE DI CURA”

IL CONVEGNO SU UN TEMA DELICATO E DIBATTUTO, PROMOSSO DALL’ASSOCIAZIONE DEI MEDICI CATTOLICI ITALIANI E DALLE ALTRE ASSOCIAZIONI CHE ADERISCONO ALLA PUBBLICA AGENDA SUSSIDIARIA E CONDIVISA “DITELO SUI TETTI”

Domani, giovedì 30 giugno, alle ore 18:00 presso la “Sala del trono” del Palazzo Gallone a Tricase si svolgerà il convegno “CONTRO L’EUTANASIA PER NON RINUNCIARE AD AMARE: DAL DIRITTO DI VITA AL DOVERE DI CURA” che affronta la tematica del suicidio medicalmente assistito ed eutanasia.

L’avanzamento scientifico-tecnologico in ambito medico, ottenendo tra gli altri traguardi anche quello del prolungamento della sopravvivenza, in particolare per le malattie croniche e incurabili, ha contribuito a far emergere il problema del fine vita e delle relative derive pro-eutanasiche.

La problematica ha avuto maggiore risalto negli ultimi anni, in relazione ad alcuni casi di richiesta di suicidio medicalmente assistito, fino alla promozione di un referendum sull’eutanasia, dichiarato inammissibile dalla consulta nel Febbraio 2022. Il passo successivo è stato l’avvio dell’iter parlamentare della proposta di leggedisposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita”, approvata lo scorso 11 marzo alla Camera e attesa al vaglio del Senato.

Tra le varie iniziative finalizzate a sensibilizzare l’opinione pubblica, i medici cattolici, insieme ad altre associazioni socio-sanitarie e di professionisti, promuove manifestazioni, momenti di discussione e convegni, con l’intento di porre in rilievo la centralità della vita e risvegliarne nelle coscienze il valore.

In questo contesto si inserisce il convegno che è promosso dall’Associazione Medici Cattolici Italiani, la Federazione Europea delle Associazioni dei Medici Cattolici, il centro studi Rosario Livatino, la società Italiana di Bioetica e dei comitati etici, insieme alle altre associazioni che aderiscono alla Pubblica Agenda ”Ditelo Sui Tetti”; con la collaborazione della “Pia Fondazione e Azienda Ospedaliera Card. G. Panico” di Tricase e della diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca e con il patrocinio del comune di Tricase.

Le tematiche affrontate dagli esperti saranno:

Fine vita (lo stato della legislazione e possibili profili di incostituzionalità);

Il fine vita (cruciale bivio tra la lettera della legge e la coscienza del medico);

Dalla eutanasia alla eubiosia;

Ruolo della medicina territoriale, degli hospice e delle cure palliative nei percorsi di caring.

Di seguito la dichiarazione dei medici dell’A.M.C.I.

“Lo scopo dell’incontro è quello di invitare a riflessione su un’alternativa valida e percorribile a chi propone la soluzione frettolosa di una cosiddetta “buona morte”, in quella delicata condizione vissuta da persone “tenute in vita da trattamenti di sostegno vitali, affetti da patologie irreversibili, soggetti a sofferenze fisiche o psicologiche reputate intollerabili”, come recita il disegno di legge presentato, in attesa di essere discusso al Senato.

La richiesta di suicidio assistito o di eutanasia nasce sovente dal rifiuto di continuare a vivere in condizioni di precarietà e grave sofferenza, ma bisognerebbe essere molto attenti a non accettare con facilità il disumano per pietà, il disumano ragionevole per compassione.

L’alternativa, il rimedio e forse la soluzione alla deriva eutanasica, che sembra un frettoloso ed economico atto di porre fine ad una problematica complessa, è ben rappresentata dalla strutturazione di un’assistenza sanitaria, che mette in opera diverse competenze sanitarie allo scopo di essere prossimi, accompagnare e medicalizzare con professionalità e dedizione le sofferenze del fine vita. Si tratta dell’umanizzazione delle cure che si realizza con competenze terapeutiche e assistenziali di medici, infermieri, psicologi e anche assistenti spirituali, all’interno di alcune strutture sanitarie come gli Hospice.

Istituiti con la legge 38/2010 su “disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, sono i luoghi dove si riesce a garantire la giusta assistenza e dignità a vite umane sofferenti, apparentemente prive di valore e di speranza, anche nella loro ultima fase, dando supporto non solo tecnico-professionale con terapie per lenire e annullare il dolore e con cure di supporto cosiddette palliative, ma anche un importante supporto psicologico, affettivo, spirituale alle persone sofferenti e ai loro familiari, offrendo tutto il necessario per eliminare la sofferenza, la solitudine, l’abbandono; il tutto viene realizzato anche attraverso percorsi esistenziali e sostanziati al massimo da rapporti umani ed affettivi, rinunciando ovviamente ad accanimenti terapeutici e a terapie sproporzionate o straordinarie, inutili, futili e gravose, senza escludere peraltro le sedazioni palliative profonde ma senza mai determinare atti di abbandono, di allontanamento o di assenza di cure.

Se diffusi in maniera capillare su tutto il territorio e in tutti i distretti sanitari, sarebbero una strada percorribile per risolvere la complessità del fine vita e per dare sollievo in quelle condizioni di sofferenza ritenute non sopportabili. L’applicazione di terapie adeguate alla sostenibilità del dolore e della sofferenza psico-fisica, insieme alla prossimità da parte di tutte le figure sanitarie nei confronti della persona sofferente e dei suoi familiari, permette di vivere con dignità il fine vita e di ridare significati positivi a condizioni di sofferenza, che potrebbero portare a quello sconforto che a sua volta apre la porta al desiderio di interrompere la sofferenza stessa, ponendo fine alla propria esistenza. La solitudine, la condizione di fragilità e l’assenza di speranza che conducono alla depressione sono infatti tra gli elementi da combattere con impegno e tenacia, per evitare la volontà eutanasica, che annulla il valore della vita e della dignità umana. Sorge anche l’interrogativo di come possa una persona afflitta da una malattia psichica grave e da una forma di depressione terrificante essere lucida al punto di poter scegliere liberamente di darsi la morte.

In ogni caso la morte, al contrario della vita, è sempre e comunque una sconfitta e non una vittoria, una “sconfitta” per chi, “costretto a chiederla” la subisce, per la Scienza che non è riuscita a fornire tutti quei presidi terapeutici tali da non permettere di giungere a tale richiesta, per la Società che non è stata in grado di assicurare tutte quelle misure assistenziali ed economiche che spesso giustificano tale domanda e infine per la Famiglia che forse non è stata in grado di far sentire il proprio calore affettivo e l’importanza che quella persona per lei rappresentava. È quindi l’impegno di tutti, professionisti, sistema sanitario, scienza, familiari e di qualsiasi altro supporto, che riuscirebbe a dare valore ad ogni vita anche in condizioni di estrema sofferenza psico-fisica, per prevenire un atto francamente disumanizzante quale è quello della volontà eutanasica

Non è inoltre pensabile che un medico, contro tutto ciò che rappresenta la sua professione e contro lo stesso giuramento di Ippocrate, possa provocare la morte, interrompendo la sua finalità di curare sempre; come non è pensabile che all’interno dei luoghi di cura del sistema sanitario debbano essere individuati e organizzati luoghi di morte, come vorrebbe la proposta di legge in attesa di essere

discussa al senato. Il fine della medicina non corrisponde a questa esigenza ma è fondato indubbiamente sul curare e ristabilire la salute, alleviare il dolore e la sofferenza, assicurare la più alta qualità della vita, soprattutto quando non si può più guarire, ma si può ancora curare

È chiaro quindi come alla scorciatoia del suicidio medicalmente assistito esistono valide alternative da percorrere che, anche se impegnative, possono portare a scegliere altre strade rispetto a un atto che può essere definito “disumano ragionevole” e attuato per pietà; una falsa pietà che può trovare soluzione nell’impegno di assistenza, ascolto, accompagnamento, affetto, abbraccio della persona sofferente, arrivando a dare dignità anche ad una vita apparentemente non degna ma pur sempre degna di essere vissuta fino in fondo, se messa in condizioni di adeguata prossimità, assistenza e umanità

L’intera problematica del fine vita con tutti i suoi aspetti umani, personali e familiari, etici e giuridici, politici e legislativi, rappresenta quindi un’opportunità di dialogo, di confronto e di perfezionamento assistenziale per portare alla proposta di una “eubiosia” (contrario di eutanasia), cioè buona vita. Questa rappresenta una vera sfida per un rinnovato umanesimo della cura, da riaffermare esaltando quel mirabile impegno personale e professionale, scientifico ed umano, che da sempre contraddistingue l’azione medica nella quotidiana lotta contro la malattia e la mai sufficientemente compresa dignità della vita. Nel caso di una legge intrinsecamente ingiusta, al medico resterà sempre il dovere di ubbidire alla propria coscienza professionale”.

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