martedì, Febbraio 7, 2023
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Afghanistan: senza donne, anche l’ONU si ferma

AFGHANISTAN: SENZA DONNE, ANCHE L’ONU SI FERMA

 

Le Nazioni Unite annunciano uno stop temporaneo di alcune attività umanitarie in Afghanistan dopo la decisione dei Talebani di vietare alle donne di lavorare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“Vietare le donne dai lavori umanitari ha immediate conseguenze critiche per la vita di tutti gli afghani. Alcuni programmi urgenti si sono già fermati a causa della mancanza di personale femminile”. È questo l’annuncio di Martin Griffiths, coordinatore dei soccorsi d’emergenza ONU in Afghanistan, che chiede al governo talebano di rivedere la decisione di vietare alle donne di lavorare per le associazioni umanitarie. La richiesta fa eco a quella del Consiglio di Sicurezza, “fortemente allarmato”, che chiede la piena ed equa partecipazione delle donne alla vita socio-politica dell’Afghanistan. La decisione, che esclude le donne anche dalle università e dall’istruzione secondaria, lascia le tante ong e agenzie dell’ONU attive nel paese senza personale. Oltre che essere altamente discriminatorio, il provvedimento avrà l’effetto di peggiorare ulteriormente le diverse crisi in corso in Afghanistan. Il paese è infatti altamente dipendente dal lavoro delle associazioni umanitarie, sia per i servizi offerti sia per l’occupazione creata dalle stesse. I Talebani stanno quindi preferendo un regime di apartheid di genere a scapito delle stesse economia e società afghane, in una rigida applicazione della sharia. Il divieto arriva infatti in un momento in cui il paese attraversa una grave crisi alimentare: secondo le Nazioni Unite, 23 milioni di afghani sono a rischio di insufficienza alimentare, mentre il 97% della popolazione vive in povertà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Apartheid di genere?

 

Escluse dall’istruzione e bandite anche dai lavori umanitari, le donne afghane stanno letteralmente scomparendo dalla vita pubblica del paese. E quando vi partecipano, lo fanno con l’obbligo dell’hijab, reintrodotto lo scorso maggio. In poco più di un anno dalla presa di Kabul, i Talebani hanno smentito tutte quelle fragili rassicurazioni fatte quando tornarono al potere nell’agosto del 2021. Il rispetto dei diritti delle donne era stata una delle condizioni poste dalla comunità internazionale nei negoziati coi Talebani sulla ripresa degli aiuti umanitari. Ma una loro interruzione, ora, sarebbe un colpo mortale per il paese. “Nessun paese si può sviluppare, e a maggior ragione sopravvivere, socialmente ed economicamente escludendo metà della sua popolazione”, denuncia l’alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk. Bandire le donne dai lavori umanitari significa anche privare molte famiglie di fondamentali fonti di sussistenza, oltre che “distruggere l’attività e i servizi forniti dalle organizzazioni non governative”. Le donne afghane erano già state estromesse dai ministeri ed era stato vietato loro di compiere viaggi se non accompagnate da un parente maschio. Il regime talebano sta quindi deliberatamente perseguendo il silenzio e l’invisibilità delle donne afghane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché ai Talebani non conviene?

 

L’esclusione delle donne dalla vita pubblica aumenterà la distanza tra il regime e la popolazione, il cui malcontento è destinato a crescere. Durante un programma televisivo, un professore afghano ha distrutto i propri diplomi in diretta: “Se mia sorella e mia madre non possono studiare, allora non accetto questo sistema d’educazione”. Un episodio isolato ma altamente simbolico dell’insofferenza sociale che può generare il sessismo istituzionalizzato. Come sostiene in questa analisi per ISPI il ricercatore Giuliano Battiston, Talebani e società afghana sono ormai “due attori che viaggiano su binari diversi come dimostrano le prime manifestazioni organizzate nel paese nonostante la repressione, così come le dimissioni di decine di docenti universitari, in segno di protesta.” Oltre alla frattura con la società, si approfondirà poi anche quella con la comunità internazionale, “come dimostrano le condanne pressoché unanimi da parte delle cancellerie straniere e degli organismi internazionali, incluse quelle dell’Organizzazione della conferenza islamica e di Ahmed el-Tayeb, il grande imam della moschea al-Azhar del Cairo”, sottolinea Battiston. Ultimo, ma non per importanza, la decisione di estromettere le donne dalla vita pubblica aumenterà lo scontro interno alla leadership talebana stessa. Si tratta infatti della sopraffazione dell’ala più radicale del movimento su quei rappresentanti più pragmatici e inclini al dialogo e al negoziato. E che mira a consolidare l’indipendenza e l’autorità del nuovo ordine costituito, per cui l’Emirato islamico è sovrano se persegue l’autarchia assoluta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Collasso umanitario?

 

Quel che è certo è che l’Afghanistan non può permettersi di fare a meno degli aiuti umanitari. Secondo dati ONU, circa 23 milioni di persone – il 55% della popolazione afgana – è a rischio insufficienza alimentare: una vera e propria crisi umanitaria in un paese che conta 3,5 milioni di sfollati interni. Il 75% della spesa pubblica afghana è garantito dagli aiuti internazionali, che assicurano il sostentamento a oltre metà della popolazione. E fintanto che i Talebani saranno riluttanti a fare concessioni sulle condizioni fissate per il rilascio delle riserve estere dal Fondo afghano, la banca centrale afghana rimane incapace di svolgere il proprio ruolo nella distribuzione di denaro. Mentre le famiglie sono costrette a scelte drastiche per la propria sopravvivenza, ad aggravare la crisi alimentare nel lungo periodo ci sono anche gli effetti dei cambiamenti climatici. L’Afghanistan entra nel terzo anno di siccità, dopo un anno in cui il paese è stato colpito da alluvioni causate da precipitazioni sopra la media. Secondo le previsioni, infine, gli effetti del fenomeno atmosferico conosciuto come La Niña comprometteranno la produzione agricola anche l’anno prossimo, aumentando ancora il numero di persone che lascerà certe regioni del paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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