Negata la scarcerazione a Riina

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Non mi pento, mi diano 3.000 anni

Le conversazioni con la moglie testimoniano il suo ruolo apicale in Cosa Nostra

Sono frammenti di conversazione che per i giudici dimostrano non solo la capacità di intendere e di volere del detenuto, ma soprattutto di comandare; mantenendo quella carica che gli stessi mafiosi gli riconoscono.
Del resto risale al gennaio 2015 l’intercettazione tra alcuni personaggi importanti di Cosa nostra che riferendosi a Riina e Provenzano dicevano: «Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno». Provenzano è morto un anno fa, mentre Riina continua la sua vita da recluso, nonostante gli 86 anni e le gravi condizioni di salute, curato come meglio non si potrebbe: «Al detenuto vengono somministrate — sottolinea il Tribunale di sorveglianza — non solo cure e terapie di altissimo livello con estrema tempestività di intervento, ma anche, e soprattutto, viene prestata assistenza di tipo geriatrico con cadenza quotidiana ed estrema attenzione e rispetto della sua volontà». La sua situazione, dunque, non viola il «diritto di morire dignitosamente», laddove questo significa «morire in condizione di rispettabilità e decoro», quando questo dovesse accadere.
Nell’incontro con la moglie, Riina discute sul ruolo dei pentiti, in particolare di Giovanni Brusca, il killer che un tempo fu al suo servizio, e Ninetta gli dice: «Ma tu lo sai che quelli prendono soldi quando dicono queste cose?». Riina risponde «certo», e lei insiste: «Più se ne inventano e più sono pagati… perciò ci vivono tutti». Poi parlano delle situazioni personali e processuali di Leoluca Bagarella (fratello di Ninetta) e di Gaetano Riina (fratello di Totò), e secondo i giudici «tutto il colloquio è caratterizzato da un continuo alternarsi di interventi volti a temperare le affermazioni appena rese da uno dei due, oppure a introdurre argomenti nuovi trancianti la discussione, o a ridimensionare la situazione». Quasi fossero complici, oltre che marito e moglie.
Per i magistrati la pericolosità del «capo dei capi» che «appare ancora in grado di intervenire nelle logiche di Cosa nostra» è provata dalla «inequivoca circostanza che è una persona lucida e vigile, palesemente informata sulle vicende che riguardano l’associazione e i collaboratori di giustizia coinvolti, interessata ai rapporti tra i propri congiunti e i rispettivi difensori, nonché ancora ferma nell’atteggiamento di disprezzo e delegittimazione dei collaboratori di giustizia».

La conferma del «carcere duro» per Totò Riina è arrivata nel venticinquesimo anniversario della strage di via D’Amelio in cui il capomafia fece saltare in aria — due mesi dopo Falcone — Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Un provvedimento che oggi assume il sapore di una celebrazione parallela dell’eccidio, da parte dei giudici, e del venticinquennale del «41 bis», che fu applicato per la prima volta poche ore dopo l’attentato del 19 luglio 1992. L’ordine di trasferimento immediato dei boss detenuti dall’Ucciardone sulle isole di Pianosa e dell’Asinara, dove in passato erano stati rinchiusi i terroristi irriducibili, fu firmato nottetempo, all’aeroporto di Punta Raisi, dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, che aveva appena reso omaggio alla salma di Borsellino. Riina era ancora in libertà, fu arrestato sei mesi più tardi, e subito scattò anche per lui la segregazione speciale.

Il rapporto continua ancora oggi, se è vero come è vero che le propagini arrivano anche in salento, con attività nascoste ed intestate a presta nomi e con conti correnti di sapore mafioso.

Persona di sprezzante comportamento dove non trova pentimento di quanto compiuto e che ancora dimostra di essere il Boss incontrastato la dove ci fosse la necessità di conferma e  dove esiste il solo IO, dimostrando di essere alternativo allo stato, e che dello stato se ne vuol servire.

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