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MOSTRA DOMANI DI MAURO REA E PRESENTAZIONE DEL SUO LIBRO A CASTEL S. PIETRO

“Il furore CreAttivo e sperimentale di Mauro Rea, non smette di stupire e di regalarci nuove sorprese e rivelAzioni, e questa raccolta di piccoli capolavori (perlopiù polimaterici su legno di circa 20x 40), vere e proprie “Icone POP” finalmente in mostra, ne sono la testimonianza. In realtà si tratta di sedimentazioni e accumulazioni carsiche che nel tempo Rea ha sapientemente elaborato e accumulato come un alfabeto iconico raccolto dalla strada(lattine di Coca Cola schiacciate e sapientemente e Duchampianamente decontestualizzate), per diventare matrice e logos di una rinascita materica ed estetica. Chiariamo subito che l’utilizzo del banale quotidiano che opera Rea non è da ricondurre alla serialità filosofica e concettuale dei Brillo Box di Warhol, semmai allo stordimento esistenziale di Baquiat e alle contaminazioni ludiche di Haring. E qui si evidenzia con forza e leggerezza, turbamento e grazia poetica, questo precoce maestro neo-futurista, neodada, neo-pop e patafisico che è Mauro Rea, con tutta la forza eversiva e sovversiva, lavica e incantatoria di un outsider che sceglie di rimanere libero e non inglobato dal sistema dell’Arte, come un ragazzo pasoliniano che ha attraversato tutti gli alfabeti dell’avanguardia, ma che rimane incantato dalla forza lavica della materia di Burri(plastiche bruciate), Mastroianni(cartoni polimaterici), Raushenberg(Assemblage oggettuale), Spoerri(etnosincretismi), Baj(eresia ludica e patafisica dei generali). Ma l’originalità di Rea, che ne fa anche la sua unicità e grandezza nel panorama artistico contemporaneo è la sua capacità di contaminare la materia con le sue visioni interiori, con il suo vissuto esistenziale e la sua tecnica artigianale sapientemente appresa da ragazzo dai maestri carnevaleschi ciociari. Infatti Rea ha travasato le suggestioni dei suoi idoli ed eroi di cartapesta, nelle attuali icone pop, che trasudano redenzione ed estasi, implosioni oniriche e colate emozionali, di grande valenza emotiva, votiva diremmo anzi Pasolinianamente “la religione della materia” e “la scarnificazione dello spirito”.”

Organizzazione: Marea Servizi per l’arte, Anna Boschi, Donato Di Poce, Franco Rea, Manuela Mazzini.

” La materia non muore mai

La vita non muore mai

Subisce solo continui scambi di senso

Intervalli di vitalità

E allarga ogni volta

I nostri orizzonti

Dilata ogni volta i confini

Non siamo altro che materia

Provvisorie soluzioni

Temporanee verità.

La vita non è altro

Che la danza della bellezza

Sopra un abisso”.

Donato Di Poce – Milano, 27/8/2014

( …) Vediamo allora gli esempi presenti nella mostra del 2024 che, secondo la volontà dell’autore, costituiscono un’antologia della produzione di una vita intera: «quasi tutti i lavori sono realizzati con materiali diversi, di recupero e alla base vi è sempre una forte riflessione e attenzione ai contenuti, ad un’idea di transitorietà, di caduta e riscatto, sono visioni, memorie, discese nell’inconscio. La Natura, che è rappresentata dalla foglia secca di bosco inserita nel collage polimaterico, si fonde con il simbolo dell’industria, vale a dire la lattina di limonata schiacciata , all’insegna dell’“Icona Pop” come Mauro Rea stesso la definisce. … Il messaggio finale è insomma che l’Industria nella società di massa ha modificato la Terra intera e il suo ecosistema nella contemporanea era dell’antropocene, vale a dire del mondo antropizzato. (…) Al giorno d’oggi non siamo più abituati ad assistere ad un’Arte che trasmetta un significato profondo quindi il messaggio nascosto del Diapason conferisce alle opere esposte in questa Mostra di Mauro Rea un valore aggiunto inestimabile e sono convinto che produrrà un effetto molto positivo per l’apprezzamento dell’uomo e della donna comuni nei confronti dell’Arte Contemporanea. Come dice Mauro Rea: Arravutamm o’munno. L’Immaginario non ha confini. (Stefano Colonna)

(…) Mauro Rea, con tutta la forza eversiva e sovversiva, lavica e incantatoria di un outsider che sceglie di rimanere libero e non inglobato dal sistema dell’Arte, come un ragazzo pasoliniano che ha attraversato tutti gli alfabeti dell’avanguardia, ma che rimane incantato dalla forza lavica della materia di Burri (plastiche bruciate), Mastroianni (cartoni polimaterici), Raushenberg (Assemblage oggettuale), Spoerri (etnosincretismi), Baj (eresia ludica e patafisica dei generali)… La maestria di Rea e della sua ancora una volta Pasoliniana, “disperata vitalità” riesce a raccogliere in preghiera artistica, le devastAzioni neo futuriste e le contaminazioni ludiche Patafisiche, riesce a raccogliere e assemblare un Caos CreAttivo, dove il passaggio dell’uomo e della storia, lascia i segni sulla materia e sulle cose operando una vera redenzione del caso. Da qui la sua texture segnica, tematica e materica che schiaccia sensi e dissensi, in un nuovo alfabeto di minotauri, uccelli primordiali, pesci cannibali, upupe montaliane e personaggi dall’anima robotica, costellazioni antropomorfe e galassie aniconiche. (Donato Di Poce)

(…) L’epifania del suo gesto è antica, si direbbe arcaica, antropologicamente derivata da automatismi primordiali prim’ancora che psichici. Nei suoi quadri, infatti, non vi sono relazioni surreali, tracce di scritture di relazione alla Masson o alla Ernst, né giochi di colori alla Mirò, isole sabbiate e polimateriche alla Prampolini (che pure paiono evidenti), quanto un potente moto tellurico, un sentimento antico della natura di lucreziana memoria del “De Rerum natura” (tanto per intenderci), che dalla mano dell’artista si dipana su è giù, in alto in basso, fuori e dentro del centro fino a toccare il bordo della terra. Sono strutture antropologiche di un immaginario, per dirla con Gilbert Durand, che firmano tipologie ricomposte di segni desunti dai miti, da rimandi di letterature ignote e misteriose; sono fiori di un giardino organico popolato da piante e da mostri insorti dalle crepe della coscienza come animali emersi dal bestiario fantastico, come urli di incubi della notte della ragione, figli insani di un’altra stagione e di un altro spazio figurato. (Alessandro Masi)

(…) La pittura di Mauro Rea si pone dunque come punto di equilibrio tra la materia e la memoria, tra la terra e la sua ritualità. Un equilibrio che pur concretizzandosi nel quadro lo attraversa per andare oltre, al di là di uno spazio concluso per evocare l’infinità degli spazi esterni, dove la materialità del colore si trasmuta in terra, quella terra che è ferita, solcata dall’aratro, quella terra scura che è l’inizio e la fine di ogni ciclo vitale, che è luogo di nascita, di morte e di rinascita e che con il suo ritmico mutare scandisce il tempo di ogni vita, della vita. (Loredana Rea)

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