Torino, aggressione a un poliziotto: la violenza che mette a rischio la nostra libertà

di Davide Tommasi

Si parla da giorni a Torino di un episodio che ha scosso la città e l’intera Italia : un agente del Reparto Mobile di Padova è stato aggredito a calci e pugni mentre svolgeva il suo servizio. Non si trattava di una protesta degenerata né di un dissenso civile: è stato un vero e proprio attacco alla legge, allo Stato e alla convivenza civile.ù

L’episodio: la brutalità davanti agli occhi di tutti

Vedere un uomo in divisa ridotto a bersaglio fa male. Fa male allo stomaco e fa male alla coscienza. Un poliziotto circondato, colpito, mentre intorno piovono calci e pugni. Queste immagini rimangono scolpite nella memoria. Non si tratta di un episodio isolato o di un momento di tensione che sfugge di mano: è la manifestazione più cruda di una violenza che non ha giustificazione, né ideologia. C’è solo rabbia cieca, diretta contro chi ogni giorno sceglie di mettersi al servizio della collettività, mettendo a rischio la propria incolumità per garantire la sicurezza degli altri.

Tra i momenti più toccanti, un agente abbraccia il collega per proteggerlo. In quell’abbraccio c’è paura, ma anche coraggio e senso del dovere. Due uomini che si fanno scudo l’uno con l’altro, trattati come nemici da chi dovrebbe capire che la polizia non è un bersaglio, ma un presidio di legalità.

L’agente ferito, Alessandro Calista, ha 29 anni, una moglie e un figlio. È ricoverato con contusioni multiple. Non è in pericolo di vita, ma avrebbe potuto esserlo: pensare a cosa sarebbe potuto accadere mette in discussione l’equilibrio fragile tra sicurezza pubblica e ordine sociale.

I numeri della violenza contro le forze dell’ordine in Italia

La violenza contro chi indossa una divisa non è un fenomeno marginale. Secondo l’Osservatorio ASAPS, nel 2024 in Italia sono stati registrati 2.695 episodi di aggressioni fisiche agli agenti, con una media di più di sette al giorno. La Polizia di Stato ha subito 1.226 aggressioni, i Carabinieri 1.143 e la Polizia Locale 235.

Oltre un terzo degli aggressori risultava sotto l’influenza di alcol o sostanze, e in più del 15% dei casi sono state utilizzate armi o oggetti contundenti. Questi dati mostrano un fenomeno in crescita e sempre più preoccupante, che colpisce persone che ogni giorno proteggono la collettività.

Torino: contesto sociale e urbano

Torino è una città complessa, con oltre 860.000 abitanti e grandi differenze tra centro e periferie. Le periferie più fragili soffrono di problemi sociali, disoccupazione giovanile e microcriminalità. La polizia, in città, diventa spesso il punto di contatto più visibile tra lo Stato e la comunità.

Quando la presenza delle forze dell’ordine non è percepita come tutela, ma come antagonismo, la tensione può degenerare. È in questo contesto che episodi come l’aggressione a Calista si verificano: non sono casuali, ma segnali di una frattura sociale che va affrontata.

Colpire chi rappresenta lo Stato non è dissenso: è un attacco alla legalità

La violenza contro un pubblico ufficiale non è protesta né legittima critica: è un attacco diretto alla legge e al principio stesso di convivenza civile. Quando un agente, un carabiniere o un poliziotto viene colpito durante il proprio servizio, non viene ferita solo una persona: viene colpito lo Stato, viene ferita la collettività che si affida alla legge per vivere in sicurezza.

L’articolo 583‑quater del Codice Penale prevede pene fino a 16 anni di reclusione per chi provoca lesioni gravi a un agente nello svolgimento delle proprie funzioni. Si tratta di una norma chiara e rigorosa, pensata non solo per punire l’aggressore, ma anche per proteggere chi mette ogni giorno a rischio la propria vita per garantire il diritto alla sicurezza di tutti noi.

Questa disposizione non è un dettaglio burocratico né un escamotage legale: è una garanzia fondamentale della struttura dello Stato, un principio che afferma che senza chi tutela la legge e la legalità, i diritti di ogni cittadino diventano vulnerabili. Il codice non nasce per essere una minaccia astratta: nasce per dire che la violenza contro chi rappresenta l’ordine pubblico non può essere tollerata, ignorata o banalizzata.

Applicare concretamente questa norma significa inviare un messaggio chiaro: la società non piega la legge alla rabbia di pochi, non confonde dissenso con aggressione. Ogni aggressione non è un atto di libertà, ma un tentativo di destabilizzare l’equilibrio civile. Senza l’applicazione rigorosa del codice, senza che la giustizia intervenga con tempestività e certezza, la norma resta solo parole sulla carta: la protezione degli agenti e, di riflesso, della comunità intera, verrebbe messa in discussione.

Storicamente, la tutela dei pubblici ufficiali ha rappresentato un punto di riferimento per la solidità dello Stato di diritto: in tutte le democrazie, il rispetto per chi applica la legge è ciò che distingue una società ordinata da una in balia del caos. Ogni volta che un’aggressione resta impunita, il rischio non è solo individuale, ma collettivo: si mina la fiducia nelle istituzioni, si indebolisce il senso civico e si crea spazio per comportamenti violenti e arbitrari.

L’articolo 583‑quater non è una norma repressiva fine a se stessa, ma un strumento di difesa della libertà di tutti. Senza chi protegge la legge, la libertà resta fragile, teorica, esposta alla prima ondata di violenza e anarchia. La sua applicazione non è solo un dovere giuridico: è un atto di responsabilità verso l’intera società.

Le pene e la loro efficacia

La legge italiana prevede pene severe per chi aggredisce un pubblico ufficiale, fino a 16 anni di reclusione nei casi di lesioni gravi, come stabilito dall’articolo 583‑quater del Codice Penale. Tuttavia, la severità delle pene da sola non garantisce la sicurezza: la deterrenza funziona solo se chi commette il reato sa che la conseguenza arriverà in modo rapido, certo e proporzionato.

Purtroppo, nella realtà italiana, troppi casi di aggressione restano irrisolti o subiscono ritardi dovuti a procedure lunghe, complessità investigative e difficoltà nella raccolta di prove solide. Tempi giudiziari dilatati riducono l’impatto deterrente della norma: chi attacca un agente rischia poco o nulla nell’immediato, e la percezione di impunità incoraggia comportamenti aggressivi.

La certezza della pena è, dunque, un elemento cruciale. La giurisprudenza insegna che la deterrenza penale non nasce dal solo peso della condanna, ma dall’inevitabilità della sanzione. Un codice severo senza applicazione concreta è come una rete bucata: teoricamente protegge, ma nella pratica lascia spazio al rischio.

È importante sottolineare anche il concetto di proporzionalità. Le pene devono essere severe, ma anche commisurate alla gravità dell’aggressione. Lesioni lievi, gravi, uso di armi o contesti di gruppo richiedono valutazioni distinte, per garantire che la risposta dello Stato sia percepita come giusta e credibile. La proporzionalità rafforza la fiducia nelle istituzioni e nella legalità: chi vede la giustizia come equilibrata è meno incline a sfidarla.

A livello pratico, l’efficacia deterrente delle pene può essere rafforzata da alcune misure complementari:

  • Processi rapidi e semplificati per reati contro i pubblici ufficiali;

  • Sorveglianza e monitoraggio delle aree a rischio per prevenire episodi di violenza;

  • Collaborazione con la polizia giudiziaria, che permette di raccogliere prove e testimonianze in maniera più efficace;

  • Campagne di sensibilizzazione per sottolineare che la violenza contro chi protegge la collettività non è tollerata.

In sostanza, una legge severa è solo il primo passo: senza applicazione tempestiva e concreta, il rischio è che resti un monito sulla carta. La certezza della pena è ciò che realmente scoraggia chi pensa di aggredire chi lavora per garantire ordine e sicurezza: senza di essa, la violenza trova spazio, e la società tutta diventa più fragile.

Infine, è fondamentale ricordare che la pena non serve solo a punire l’aggressore: ha anche una funzione educativa e simbolica, comunicando alla comunità che lo Stato difende chi protegge tutti noi, e che la legge non può essere sfidata con impunità. Solo così il sistema giuridico mantiene credibilità e efficacia, trasformando norme astratte in strumenti reali di sicurezza.

Prevenzione: sicurezza non significa solo repressione

Affrontare la violenza contro le forze dell’ordine significa andare oltre la semplice punizione: serve prevenzione concreta, strategica e coordinata. Non si tratta solo di reprimere, ma di ridurre le occasioni di conflitto e costruire fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni.

  1. Formazione per gli agenti su gestione dei conflitti e de-escalation
    La preparazione degli agenti non si limita all’addestramento fisico: conoscere tecniche di comunicazione, gestione dello stress e de-escalation può fare la differenza tra un episodio che degenera in violenza e uno che si risolve pacificamente. Corsi mirati permettono agli operatori di riconoscere segnali di tensione, gestire situazioni critiche senza ricorrere subito alla forza e proteggere se stessi e i cittadini.

  2. Presenza strategica e costante nelle zone più sensibili
    La prevenzione passa anche dal territorio. Quartieri con alti livelli di microcriminalità o disagio sociale richiedono una presenza visibile, costante e coordinata delle forze dell’ordine, non solo durante eventi critici o manifestazioni. La continuità dell’intervento riduce il rischio di aggressioni improvvise e rafforza la percezione di sicurezza nella comunità.

  3. Dialogo con la comunità per costruire fiducia reciproca
    La violenza spesso nasce da sfiducia, rancore o percezione di ingiustizia. Programmi di community policing, incontri con associazioni, scuole e cittadini aiutano a creare un dialogo diretto tra polizia e comunità. Quando la popolazione vede gli agenti come alleati e non come nemici, la probabilità di aggressioni diminuisce, e la collaborazione con la giustizia diventa più efficace.

  4. Investimenti nei quartieri più fragili per ridurre povertà, devianza e disagio giovanile
    La prevenzione passa anche dall’azione sociale. Quartieri con povertà diffusa, scarsa istruzione e disoccupazione giovanile producono tensioni che spesso sfociano in episodi di violenza. Investire in istruzione, sport, attività culturali e opportunità lavorative per i giovani riduce il rischio che scelgano la strada dell’aggressione. La sicurezza si costruisce anche con politiche sociali lungimiranti.

  5. Procedure giudiziarie snelle e trasparenti, per dare certezza della pena
    Non basta punire: serve che la punizione arrivi in modo rapido e prevedibile. Procedure giudiziarie troppo lunghe o complesse riducono l’efficacia deterrente delle pene. Snellire iter, garantire trasparenza e comunicare chiaramente le condanne rafforza la percezione che la violenza contro le forze dell’ordine non rimane impunita, e dissuade potenziali aggressori.

In sintesi, prevenzione significa combinare intervento sul territorio, formazione, dialogo con la comunità e politiche sociali, insieme a un sistema giudiziario efficiente. Solo così si crea un ambiente in cui la violenza diventa più difficile, e la sicurezza reale non è affidata solo alla reazione, ma alla capacità di prevenire, proteggere e educare.

Tra diritti e responsabilità

In Italia spesso si parla molto di diritti, ma troppo poco di responsabilità. Ogni diritto, infatti, ha un corrispettivo: un dovere verso gli altri e verso la collettività. La cultura della tolleranza verso la violenza, la giustificazione degli atti aggressivi e la delegittimazione delle forze dell’ordine non sono fenomeni neutri: erodono lentamente il tessuto sociale, indeboliscono la fiducia nelle istituzioni e creano un clima in cui la legalità viene percepita come opzionale.

La violenza cieca contro un agente non è mai un episodio isolato di cronaca nera: è un campanello d’allarme che parla di tensioni profonde nella società, di disagio accumulato e di rispetto mancato per chi tutela l’ordine pubblico. Ogni aggressione è un segnale che qualcosa non funziona nel rapporto tra cittadini e istituzioni, e che la protezione dei diritti collettivi non può essere data per scontata.

La sicurezza non è solo un diritto individuale: è anche un dovere collettivo. Tutti abbiamo la responsabilità di rispettare la legge, di sostenere chi la applica e di non alimentare comportamenti violenti o intimidatori. Ignorare questo principio significa aprire la porta al caos, creare terreno fertile per episodi sempre più gravi e minare le basi stesse della convivenza civile. La libertà, in assenza di sicurezza condivisa, diventa fragile e vulnerabile, esposta alle prime ondate di violenza e disordine.

Proteggere chi protegge

Provo rabbia, vergogna, ma anche gratitudine per chi, ogni giorno, garantisce sicurezza a tutti noi. È ora di smetterla con l’indifferenza e scegliere da che parte stare: dalla legge, dalla giustizia, da chi indossa una divisa per proteggere la comunità.

Spero che Alessandro torni presto dalla sua famiglia. Ma più di ogni cosa, spero che l’Italia trovi il coraggio di dire basta alla violenza cieca e riconosca il ruolo cruciale di chi difende lo Stato. Senza di loro, la nostra libertà sarebbe solo un’illusione fragile.

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