San Cesario di Lecce non dimentica Mario Catanzaro: memoria e comunità in cammino

di Davide Tommasi

Una pietra d’inciampo per restituire nome, volto e dignità a una storia spezzata dalla deportazione nazista

Il Giorno della Memoria come scelta collettiva

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, San Cesario di Lecce non si è limitata a celebrare un rito annuale. Ha scelto di vivere la memoria, di trasformarla in un gesto concreto, in un’esperienza condivisa che coinvolgesse tutti: istituzioni, scuole, associazioni e cittadini. La giornata è stata dedicata a Mario Catanzaro, concittadino deportato nei lager nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, la cui storia rischiava di restare confinata nei documenti d’archivio e nei ricordi delle famiglie.

La posa della pietra d’inciampo davanti alla sua ultima abitazione in via Dante ha restituito alla comunità non solo un nome e una storia, ma la consapevolezza della responsabilità collettiva nel ricordare. Non si trattava di un momento freddo o rituale: era un invito a comprendere la tragedia della guerra, la perdita della libertà e della dignità, e la necessità di trasmettere quei valori alle nuove generazioni.

Il cammino della memoria: dal centro del paese all’ultima casa

La giornata è iniziata in Piazza Garibaldi, cuore pulsante del paese, dove il corteo si è radunato tra il silenzio e l’attesa rispettosa dei cittadini. In testa, le autorità civili, gli insegnanti e gli studenti dell’Istituto Comprensivo di San Cesario di Lecce. Il corteo si è mosso con passo lento e composto, attraversando le vie del paese, tra sguardi curiosi e volti commossi.

Ogni passo era un ricordo, ogni sguardo un omaggio. Il percorso ha collegato il cuore della vita pubblica all’intimità di una casa privata, quella di via Dante, ultimo luogo di libertà per Mario Catanzaro prima della deportazione. Ad attendere il corteo, numerosi cittadini: famiglie, anziani, ragazzi, amici e vicini di casa. Non spettatori, ma parte viva della memoria, testimoni di una storia che appartiene a tutti.

Anna Luperto: “Le pietre d’inciampo riportano le vittime nelle nostre strade”

Ad aprire la cerimonia è stata l’assessore alla Cultura, prof.ssa Anna Luperto, che ha spiegato con parole profonde il significato delle pietre d’inciampo: non semplici targhe commemorative, ma segni concreti inseriti nella quotidianità urbana, che interrompono il passo distratto dei passanti e obbligano a fermarsi, a ricordare.

«La pietra – ha detto – non è solo un simbolo. È un punto di contatto tra passato e presente. Viene collocata davanti alle abitazioni perché è lì che la violenza della storia ha colpito, dentro le case, nei legami familiari, nella quotidianità delle persone. Mario Catanzaro non era solo una vittima della deportazione: era un uomo del paese, un figlio, un fratello, un amico. Aveva abitudini, sogni, affetti. Ricordarlo significa restituirgli la dignità che gli è stata negata».

Il sindaco Giuseppe Distante: “La libertà ha avuto un prezzo altissimo”

Il sindaco Giuseppe Distante ha preso la parola con tono grave ma coinvolgente, richiamando l’attenzione sulla sofferenza di Mario Catanzaro e di tutti coloro che, durante la Seconda Guerra Mondiale, hanno subito la violenza dei lager nazisti. Ha ricordato con parole sincere come dietro ogni numero, ogni documento d’archivio e ogni testimonianza ci siano vite spezzate, affetti distrutti, famiglie lacerate.

«Ricordare queste storie – ha spiegato – non significa riaprire ferite, ma impedire che il tempo le cancelli, che la memoria si affievolisca e che l’indifferenza prenda il sopravvento. Ogni volto, ogni nome che riportiamo alla luce è un monito: la libertà ha un prezzo altissimo, e non possiamo dare nulla per scontato».

Distante ha sottolineato come la memoria sia uno strumento concreto per difendere i valori democratici, per riconoscere i segnali di intolleranza, razzismo e sopraffazione che possono riaffiorare anche oggi. Ha invitato i giovani a guardare oltre le date e i fatti storici, a riflettere sulle conseguenze delle scelte individuali e collettive, e a trasformare la conoscenza della storia in impegno civico.

«La memoria – ha continuato – non deve rimanere confinata nelle scuole o nei libri di storia. Deve vivere nella vita quotidiana: nelle strade che percorriamo, nei luoghi pubblici, nei gesti semplici di rispetto e solidarietà. Solo così possiamo onorare chi ha sofferto, e garantire che le tragedie del passato non si ripetano».

Il sindaco ha concluso il suo intervento con un richiamo all’unità della comunità: ricordare insieme significa rafforzare il senso di appartenenza, riconoscere l’importanza di ciascun cittadino e costruire un tessuto sociale più attento, sensibile e responsabile. Le sue parole hanno fatto da ponte tra passato e presente, tra dolore e speranza, preparando la comunità al momento solenne della posa della pietra d’inciampo.

Loredana Tundo: “La memoria è un dovere verso le nuove generazioni”

La consigliera provinciale Loredana Tundo ha rivolto un appello appassionato e incisivo ai ragazzi presenti: la memoria non è un compito sterile, una pagina da studiare per dovere scolastico, ma un vero impegno civico che passa di mano in mano, da una generazione all’altra. Ha sottolineato come il ricordo dei fatti storici debba trasformarsi in consapevolezza quotidiana, in capacità di agire in maniera responsabile e solidale nel mondo di oggi.

«Non basta conoscere date e nomi – ha spiegato –. Bisogna comprendere le conseguenze delle scelte politiche, delle ideologie, delle discriminazioni e, soprattutto, dell’indifferenza. Ogni decisione può avere un impatto profondo sulle vite degli altri». La memoria, ha continuato Tundo, diventa così uno strumento di educazione civica: sviluppa capacità critica, empatia, attenzione verso chi è diverso da noi e ci insegna a non ignorare le ingiustizie, anche quelle più silenziose.

Ha avvertito del rischio concreto della banalizzazione: in un’epoca di informazioni rapide e talvolta superficiali, ricordare con profondità e responsabilità diventa un gesto necessario, quasi urgente. Custodire la memoria significa, secondo Tundo, proteggere i valori fondamentali della nostra convivenza civile e costruire una società più giusta e inclusiva.

ANPI, Alberto Maritati: “Studiare la storia per difendere il presente”

Alberto Maritati, in rappresentanza dell’ANPI, ha portato l’attenzione sul valore della Resistenza e sul sacrificio di coloro che si sono opposti ai totalitarismi, sottolineando come il coraggio individuale si trasformi in patrimonio collettivo. Rivolgendosi direttamente agli studenti, ha ricordato che la storia non è un racconto immobile e lontano: «Studiare la storia significa comprendere il presente e difendere la pace, significa rendersi conto di quanto le azioni di ieri influenzino la società di oggi».

Con parole semplici ma incisive, Maritati ha invitato i giovani a essere attivi nella trasmissione della memoria: «Siate custodi della memoria e portavoce di una cultura di pace. Non permettete che l’indifferenza o l’ignoranza cancellino ciò che è stato. Ogni vita persa, ogni ingiustizia subita, ogni atto di violenza merita di essere ricordato, perché solo così possiamo costruire un futuro migliore».

Il suo intervento ha messo in luce l’importanza di non rimanere passivi di fronte alle ingiustizie e di trasformare la conoscenza storica in azione concreta, insegnando che la pace non è mai scontata, ma richiede impegno costante.

Stefano Minerva: “La memoria è una scelta civile e politica”

Per la Regione Puglia è intervenuto Stefano Minerva, che ha definito la memoria non solo come ricordo, ma come scelta consapevole, civile e politica. Ha spiegato che commemorare le vittime della Shoah e di tutte le persecuzioni significa assumere una posizione chiara contro ogni forma di violenza, discriminazione e sopraffazione.

«Ancora oggi milioni di persone nel mondo vivono chiuse in casa per paura della guerra, della persecuzione, della fame o della discriminazione – ha detto –. La memoria del passato diventa allora uno strumento prezioso per riconoscere queste ingiustizie e per impegnarsi a contrastarle».

Minerva ha sottolineato che ricordare non è solo un dovere morale verso chi è scomparso, ma anche un atto di responsabilità verso chi oggi soffre. La memoria, secondo lui, deve tradursi in attenzione, empatia e impegno civico: un invito a tradurre le lezioni del passato in scelte concrete e quotidiane, per costruire una società più giusta, solidale e pacifica.

La storia di Mario Catanzaro: una vita spezzata, una ferita collettiva

Raccontare la storia di Mario Catanzaro significa restituire volto, voce e cuore a cifre e documenti che altrimenti rischierebbero di rimanere freddi numeri. Mario non era solo un nome annotato in un registro di deportazione: era un uomo del paese, un figlio, un fratello, un amico, un ragazzo con sogni, progetti e relazioni. Aveva una vita fatta di affetti semplici e quotidiani: il calore della famiglia, il conforto di un abbraccio, la sicurezza di una casa. Tutte cose che la guerra gli ha strappato brutalmente.

La sua storia racconta anche l’attesa senza risposta, le lettere mai arrivate, i ritorni che non ci furono. Parla di una famiglia sospesa tra speranza e dolore, di genitori e fratelli costretti a convivere con un vuoto impossibile da colmare. Ogni giorno lontano da Mario era un giorno in cui l’angoscia e la paura si mescolavano all’amore per chi era stato deportato, una ferita che non riguardava solo chi era stato internato, ma l’intera comunità che lo conosceva e lo amava.

La guerra non distrugge solo i corpi: distrugge legami, identità, sogni e orizzonti. Si porta via la possibilità di crescere in libertà, di costruire una vita normale, di godere dei piccoli piaceri quotidiani che per la maggior parte di noi sono scontati. Raccontare Mario Catanzaro significa comprendere che ogni deportato, ogni vittima, porta con sé una storia personale di sofferenza e coraggio, e che ricordare queste storie non è un atto astratto, ma un gesto di responsabilità verso le generazioni presenti e future.

Il ricordo di Mario diventa allora specchio e monito: specchio della crudeltà che l’uomo può infliggere all’altro e monito a coltivare ogni giorno valori di giustizia, rispetto e umanità. È una storia che commuove, che fa riflettere e che obbliga a non voltarsi dall’altra parte, perché ogni vita spezzata ha un peso che non può e non deve essere dimenticato.

La scuola come presidio di memoria

La prof.ssa Totaro ha ribadito con forza quanto la scuola rappresenti un vero e proprio presidio di memoria, un luogo in cui la storia smette di essere soltanto una sequenza di date e fatti, e diventa esperienza viva, riflessione e responsabilità. Ha sottolineato che la scuola ha il compito di accompagnare gli studenti nella comprensione delle vicende storiche, ma anche di aiutarli a riconoscere i valori che ne derivano: la libertà, la dignità umana, la solidarietà, il rispetto per l’altro.

«La memoria – ha spiegato – non deve rimanere confinata nei libri o nelle aule, ma deve diventare pratica quotidiana, capacità di interrogarsi sul presente e di agire in modo responsabile. Ogni progetto educativo che realizziamo non è solo studio della storia: è esercizio di empatia, di consapevolezza, di cittadinanza attiva».

Ha inoltre ringraziato l’amministrazione comunale per il sostegno costante a iniziative che permettono agli studenti di avvicinarsi alla storia in modo attivo e partecipativo: visite ai luoghi della memoria, incontri con testimoni, laboratori didattici e momenti di riflessione collettiva. Progetti che trasformano la conoscenza in comprensione profonda, la curiosità in attenzione e la partecipazione in impegno civile.

«Quando i ragazzi si confrontano con le storie di persone come Mario Catanzaro – ha concluso – non si tratta solo di ricordare il passato, ma di far crescere dentro di loro il senso di responsabilità verso il mondo che li circonda. La scuola diventa così custode della memoria, ma anche seminatrice di valori che possono guidare la società futura».

In questo modo, la scuola conferma il suo ruolo non solo educativo, ma morale: un luogo in cui il ricordo del passato diventa stimolo a costruire un presente e un futuro migliori, basati su rispetto, solidarietà e coscienza civica.

Una parola di fede e speranza: l’intervento dei parroci Don Gino e Don Egidio

Prima della posa della pietra d’inciampo, hanno preso la parola i due parroci delle parrocchie di San Cesario di Lecce, Don Gino e Don Egidio. Con parole calde e profonde, hanno ricordato come la pace sia la medicina più potente per le ferite del mondo e dell’animo umano.

«La guerra – hanno detto – fa male, ferisce dentro e fuori, lascia cicatrici profonde che non si rimarginano facilmente. Ragazzi, l’amore deve vincere sempre», un invito rivolto soprattutto ai più giovani presenti. Hanno sottolineato che ricordare le vittime della Shoah non è solo un atto di memoria storica, ma anche un richiamo a coltivare la solidarietà, il rispetto e l’empatia nella vita quotidiana, perché ogni gesto di pace diventa un seme che può crescere nelle comunità.

Le loro parole hanno aggiunto un tono di spiritualità e riflessione, creando un ponte tra la memoria storica e i valori universali della convivenza e della fraternità. Il silenzio che è seguito è stato denso di emozione, preparandosi così al momento solenne della posa della pietra d’inciampo, un gesto concreto che ha reso visibile e tangibile la promessa della memoria.

Una pietra, una strada, una promessa

Le note del Silenzio d’ordinanza hanno accompagnato la posa della pietra d’inciampo davanti alla casa di via Dante. Sotto gli occhi commossi della figlia Lalla, la memoria si è fatta concreta: pietra, strada, presenza.

San Cesario di Lecce, quel giorno, non ha solo ricordato Mario Catanzaro: ha fatto una promessa forte e collettiva. Non dimenticare.

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