Lascia morire il giorno
“Lascia morire il giorno” (Robin edizioni, collana Le Giraffe) è il romanzo d’esordio di Cosimo Marulli, giornalista, già responsabile della sede di Lecce de La Gazzetta del Mezzogiorno. Il libro sarà presentato il prossimo 28 marzo, alle ore 18, nella struttura “Il cavaliere al borgo antico”, in via Margherita di Savoia, al civico 10, a Copertino.
Un libro sulla solitudine, sul dolore, sui silenzi, sull’assenza, non solo fisica ma, soprattutto, sull’assenza delle parole. Ma è anche un libro sulle radici, sulla civiltà contadina degli anni ’60, sul richiamo della terra, quella terra che, quando viene perduta, è come se ci fosse un morto in casa.
“Lascia morire il giorno” narra le vicende di Matteo, un sessantenne che scrive lettere agli sconosciuti – per combattere la solitudine e addormentare il dolore - e legge libri davanti alla tomba del figlio, morto a dieci anni, assieme alla moglie, in un incidente stradale. Glieli legge per anni, ogni giorno, come se fosse a scuola, perché il figlio “deve imparare e non può rimanere indietro per colpa del destino”.
Ma i libri, col tempo, finirà per leggerli anche agli altri defunti, a tutti quei poveri disgraziati che nella vita avevano solo lavorato la terra, fatto mestieri umili e che i libri manco sapevano cosa fossero. E accanto a lui c’è sempre Ttau lu precamuerti, che di morire ignorante non aveva alcuna voglia.
Matteo diventa, per la gente di Copertino, il “cuntastorie del camposanto”, quello che racconta le storie, e ricostruisce così, lettura dopo lettura, la vera identità del paese, quella sepolta dalla polvere del tempo, che rivive solo nei ricordi, nei racconti dei vecchi. E il camposanto diventa l’”altro paese”, quello vero, perché il paese reale in realtà è solo una copia di quello.
E poi c’è Nora, una signora fiorentina, che risponde alla lettera di Matteo e gli dice che non si è mai soli, mai completamente soli, perché c’è sempre un’altra solitudine che presto o tardi busserà alla porta. E c’è Maria, la giovane Maria, “figlia della strada, figlia di tutti”, che non riesce ad avere figli e si sente una mezza femmina, in una Copertino, quella degli inizi degli anni Sessanta, dove ancora esistono le vecchie guaritrici, i folletti dispettosi come “lu carcaluru” e dove la terra resta ancora il centro del piccolo microcosmo.
Ma, soprattutto, è la vicenda – ed il percorso - di una piccola comunità che si raccoglie davanti alle tombe e ascolta le storie. Perché anche i morti devono imparare. E perché morti e vivi, per i libri, sono la stessa cosa. Una vicenda, dunque, che richiama il qui e l’altrove, quel filo sottile, quel respiro che congiunge due mondi. Perché, come scrive Matteo nella sua ultima lettera a Nora, non si muore mai per davvero, perché si è sempre dentro qualcuno, dentro qualcosa, dentro una comunità. Nel ricordo, nei gesti, nelle parole.