Il baule sonoro
Negli anni sospesi tra la fine dei Sessanta e i Settanta accadde qualcosa che non poteva più essere ricomposto. Non fu soltanto una distanza tra età diverse, ma una frattura profonda del senso, un taglio netto nell’ordine delle cose. I figli smisero di riconoscere nei padri l’origine del proprio destino, le figlie cominciarono a sciogliere il silenzio ereditato dalle madri. In quella separazione prese corpo una nuova possibilità di esistere. La musica non accompagnava il cambiamento: lo produceva. Era materia viva, non decorazione, una lingua comune capace di dire no, di incrinare l’autorità, di aprire varchi là dove prima c’era solo obbedienza. Dentro quel rumore condiviso nasceva una soggettività collettiva, una moltitudine in cammino che oggi chiamiamo boomer, ma che allora era semplicemente corpo in movimento, pratica quotidiana di libertà.
Ognuno di noi iniziò a trattenere quella libertà su nastro. Prima rubandola alla radio con un registratore e un microfono improvvisato, poi affidandola alle piastre di registrazione. C’erano negozi che costruivano compilation artigianali: portavi un foglio scritto a mano con l’ordine preciso dei brani e il giorno dopo tornavi a ritirare la musicassetta, come si ritira un oggetto prezioso. Quelle cassette finivano nelle autoradio Pioneer, esplodevano da casse potentissime, occupavano lo spazio e lo trasformavano. Non era solo ascolto, era affermazione di presenza.
Stasera lo ha raccontato Dario Quarta, che conserva ancora tutte quelle cassette in un baule. Le tiene come un tesoro e, ogni tanto, le riascolta seguendo mentalmente la sequenza dei brani, come si percorre una mappa antica. Ricorda anche i testi introvabili delle canzoni che amava, quelle dei Cure. Scriveva alle riviste, aspettava le risposte, e quando arrivavano divorava ogni parola come se fosse un messaggio personale. Anni dopo, alla nascita di sua figlia, dodici anni fa, le ha regalato una compilation su CD con più di cento canzoni. Le ascoltavano in macchina, nella Multipla, e oggi, quando lei riconosce quelle stesse musiche negli spot o in televisione, esplode nella meraviglia, come se scoprisse una lingua segreta che già le appartiene.
Perché Dario conserva la musica in un baule, come fosse davvero l’Isola del Tesoro? Perché lì dentro non ci sono solo canzoni, ma la memoria di un gesto collettivo. Noi, quelli degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, abbiamo avuto il coraggio di mandare al diavolo i padri e di non ascoltare le suppliche delle madri che ci volevano obbedienti. Abbiamo detto no. Ci siamo lasciati crescere i capelli, abbiamo indossato jeans, eschimo e loden, e ci siamo messi in cammino verso l’autonomia. L’abbiamo cercata, l’abbiamo toccata.
Poi, col tempo, abbiamo ceduto al peso del “ci ho famiglia”, ci siamo imborghesiti, ribelli nella cultura e sottomessi nella pratica. Ma quella speranza non si è spenta. È rimasta compressa nella musica, pronta a riaccendersi ogni volta che un accordo, una voce, un testo riaprono il ricordo di ciò che eravamo: autonomia, libertà, uguaglianza, fraternità. È per questo che Dario ha chiuso tutto in un baule e lo ha custodito come un’isola segreta. Ed è per questo che lo ha consegnato anche a sua figlia, perché non venga assorbita da una musica tiepida, senza scosse, senza rifiuto, quella che non si ribella e non scalda, quella che passa senza lasciare traccia, come le vite che abbiamo imparato a non voler essere.