AL TEATRO APOLLO DI LECCE LA MEMORIA DIVENTA SCENA “L’ULTIMA PIZZICA” È UN’EMOZIONE CHE RESTA
di Davide Tommasi
Un debutto che va oltre l’applauso
LECCE – Ci sono spettacoli che finiscono con l’ultimo applauso. E poi ce ne sono altri che, quando le luci si spengono, continuano a vivere dentro. Il debutto assoluto de “L’Ultima Pizzica”, andato in scena al Teatro Apollo di Lecce 2 febbraio 2026, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Una prima attesissima, accolta da un sold out completo e da un pubblico partecipe, silenzioso, profondamente coinvolto.
Teatro come memoria e identità
Diretta da Alessandro Garofalo e prodotta dalla Compagnia Teatrale Ghefiura, la Commedia Musicale del Salento si presenta come un’opera che va ben oltre il teatro tradizionale: non è soltanto recitazione o canto, ma un vero e proprio intreccio di memoria, storia e identità culturale. È racconto popolare, che affonda le radici nelle tradizioni di un territorio dove ogni gesto, ogni parola, ogni melodia porta con sé echi di generazioni passate; è memoria collettiva, capace di custodire racconti di vita quotidiana, di fatiche e di gioie, di famiglie e comunità; è identità che prende voce e corpo, restituendo attraverso la scena le emozioni, le speranze e le contraddizioni di un popolo. Fin dalle prime scene, lo spettatore capisce immediatamente che non assisterà a una semplice rappresentazione teatrale, ma si troverà immerso in un vero e proprio viaggio emotivo, dove il confine tra realtà e finzione si dissolve e la storia raccontata diventa, in qualche modo, parte di chi guarda. La musica, la danza, le luci e la parola si fondono in un’esperienza sensoriale totale, capace di toccare corde intime, di evocare ricordi e sentimenti universali, facendo sentire ognuno coinvolto e testimone di un patrimonio culturale che continua a vivere e a parlare anche oggi.
Il Salento degli anni Settanta: un mondo che ritorna
L’apertura con un cortometraggio, ambientato nei primi anni Settanta, introduce immediatamente lo spettatore nel contesto umano e sociale della storia, catturando l’essenza di un’epoca con una delicatezza quasi poetica. Campi sterminati, strade polverose, volti segnati dal sole e dalla fatica, silenzi carichi di significato: ogni inquadratura racconta più di mille parole. È il Salento di un tempo che ritorna senza idealizzazioni, un mondo duro, dove la vita quotidiana era scandita dal lavoro nei campi, dalla famiglia, dal rispetto delle tradizioni. La ricchezza non si misurava in beni materiali, ma in relazioni autentiche, nella parola data, nella solidarietà tra vicini e nella capacità di affrontare le difficoltà con dignità. Il cortometraggio funziona come una porta temporale: lo spettatore viene catapultato in un paesaggio umano e naturale che conserva ancora oggi un fascino primordiale, e attraverso queste immagini prende consapevolezza di quanto le radici, le abitudini e le emozioni di quel periodo abbiano formato l’identità di un popolo e continuino a riecheggiare nelle generazioni successive.
Quando il palco diventa terra viva
Quando il palco si apre, lo spazio scenico si trasforma in terra viva, pronta ad accogliere storie e memorie. La scenografia diventa paesaggio pulsante: la luce illumina campi, case e strade di un Salento senza tempo, mentre suoni di vento, passi e strumenti tradizionali accompagnano ogni movimento. La narrazione prende forma attraverso immagini, suoni e corpi che si muovono con naturalezza, creando una danza continua tra vita quotidiana e mito, tra il gesto più semplice e la sua valenza simbolica. Amore, lavoro, sacrificio e passione si intrecciano in un racconto corale che parla di famiglie, di comunità, di vite apparentemente semplici ma straordinariamente profonde. Ogni scena restituisce dignità a chi lavora, soffre, spera; ogni gesto racconta appartenenza, legame con la terra e con gli altri, memoria collettiva che si fa palpabile. Lo spettatore percepisce la forza del racconto non solo con gli occhi e le orecchie, ma con tutto il corpo, quasi respirando insieme agli attori la polvere dei campi, il calore del sole e la fatica di una quotidianità che è al contempo dolore e poesia. In questo spazio sospeso tra realtà e narrazione, il teatro diventa esperienza sensoriale ed emotiva, capace di coinvolgere chi guarda fino al nucleo più profondo delle emozioni..
Antonio Castrignanò: voce, rito, testimonianza
Ad accompagnare questo viaggio sonoro e rituale ci sono due strumentisti iconici della pizzica, Luigi Marra ed Ernesto Secli’, presenze fondamentali, autorevoli e carismatiche, capaci di conferire solidità e profondità alla narrazione musicale. Le loro mani, esperte, consapevoli e profondamente radicate nella tradizione salentina, disegnano un tappeto ritmico e melodico compatto, pulsante e stratificato, in grado di sostenere con naturalezza ogni sfumatura emotiva del canto. Il dialogo tra tamburi, corde e fiati assume una dimensione organica, continua e coerente, lontana da ogni funzione meramente accessoria: la musica si configura come una materia sonora viva, arcaica e identitaria, un ritmo ancestrale che struttura l’intero impianto espressivo.
È come se la storia del Salento, con le sue gioie e le sue fatiche, prendesse corpo davanti agli occhi del pubblico; e in questa testimonianza intensa e autentica, la musica diventa ponte tra generazioni, strumento di riconoscimento e appartenenza, capace di evocare il passato senza nostalgia e il presente con forza e verità. Castrignanò, insieme ai suoi musicisti, non si limita a intrattenere: ci ricorda che la pizzica è vita, rito e identità, un linguaggio che continua a parlare anche oggi, rendendo lo spettacolo un’esperienza unica e indimenticabile.Al centro dello spettacolo si staglia la partecipazione straordinaria di Antonio Castrignanò, la cui presenza scenica è intensa e magnetica, mai compiaciuta o fine a se stessa. Castrignanò non interpreta un ruolo: testimonia, diventa voce e corpo della memoria collettiva di un territorio intero, incarnando storie, tradizioni e emozioni che vanno ben oltre la scena teatrale. La sua voce, potente e antica, ha la capacità di attraversare la sala, di toccare corde profonde dello spettatore e di creare un legame immediato tra chi canta e chi ascolta. Alternando canto e parola, egli restituisce la pizzica alla sua origine più profonda: non un semplice intrattenimento folkloristico, ma un rito vivo, un linguaggio dell’anima che parla di resistenza, libertà, passione e radici culturali. Ogni nota, ogni sospensione, ogni sfumatura del suo canto sembra respirare insieme agli spettatori, trascinandoli in un viaggio che mescola memoria, emozione e spiritualità. È come se la storia del Salento, con le sue gioie e le sue fatiche, prendesse corpo davanti ai loro occhi; e in quella testimonianza intensa e autentica, la musica diventa ponte tra generazioni, strumento di riconoscimento e appartenenza, evocando il passato senza nostalgia e il presente con forza e verità. Castrignanò non si limita a intrattenere: ci ricorda che la pizzica è vita, rito e identità, un linguaggio che continua a parlare anche a chi lo ascolta oggi, rendendo lo spettacolo un’esperienza unica e indimenticabile.
Tra Passo e Respiro:” La Danza della Liberazione"
La danza si manifesta come un atto di liberazione, una voce che nasce dal corpo e si espande nello spazio circostante. Ogni gesto, ogni oscillazione, è un richiamo alla verità interiore, un linguaggio che non ha bisogno di parole. I movimenti si fanno essenziali, a tratti crudi, ma sempre autentici, come se il corpo stesso non potesse più trattenere ciò che arde dentro.
È una pizzica che pulsa, che racconta storie di resistenza e di sopravvivenza, un dialogo tra il presente e la memoria collettiva. Ogni passo sembra infrangere catene invisibili, liberando tensioni, paure e desideri repressi. Il pubblico resta sospeso, trattenendo il respiro, attratto da un ritmo antico che vibra nelle ossa e nell’anima. In quei movimenti si riconoscono frammenti di sé, e il confine tra spettatore e danzatore sembra dissolversi, lasciando spazio a un sentimento condiviso di appartenenza e rinascita.
La danza, così, non è più soltanto gesto: diventa esperienza catartica, rito collettivo di liberazione, un battito primordiale che risuona dentro e fuori, ricordando a tutti la forza vitale che scorre nel corpo e nella storia.
Una regia che ascolta il silenzio
La regia di Alessandro Garofalo si distingue per un equilibrio raro e una sensibilità che si percepisce in ogni gesto, in ogni respiro della scena. Ogni elemento – luci, musica, pause, ritmo – è calibrato con cura, come note di uno spartito invisibile, capaci di dare forma al silenzio tanto quanto al suono. Nulla è eccessivo, nulla è spiegato più del necessario: la regia lascia spazio all’intuizione dello spettatore, invitandolo a leggere tra le ombre e i silenzi, a percepire ciò che non viene detto ma solo suggerito.
Accanto a Castrignanò, Serena D’Amato e l’intero cast animano personaggi credibili, fragili, intensamente umani. Ogni interprete attraversa il dolore con grazia e autenticità, senza mai scivolare nella retorica, senza mai banalizzare le emozioni. Il risultato è una tessitura sottile di sguardi, pause e movimenti che racconta storie intime e universali, facendo emergere la profondità dei sentimenti e la complessità dell’animo umano.
In questa regia, il silenzio non è assenza, ma respiro. Non è vuoto, ma spazio di ascolto, di riflessione, di connessione tra chi guarda e chi è visto. Garofalo costruisce così un teatro che accoglie, che osserva, che rispetta la delicatezza dei sentimenti e la potenza delle emozioni sospese. Il pubblico, come i personaggi, è invitato a fermarsi, a respirare, a sentire. In quel silenzio, tutto diventa possibile: la parola, la memoria, la verità del gesto umano.
Un finale che lascia il segno
Il finale arriva in punta di piedi, come un sussurro che cresce dentro il cuore dello spettatore, eppure lascia un segno indelebile. Gli applausi al Teatro Apollo si allungano, pieni, sinceri, vibranti di emozione autentica. Non è soltanto entusiasmo: è riconoscenza, gratitudine per aver condiviso un’esperienza che va oltre il gesto teatrale, oltre le parole, fino a toccare qualcosa di profondamente umano.
La sensazione che resta è quella di aver assistito a un momento che parla di tutti, che appartiene a tutti, come se lo spettacolo avesse saputo risvegliare memorie, emozioni e desideri nascosti. Ogni sguardo, ogni respiro degli attori, ogni pausa scelta con cura, ha contribuito a costruire un’esperienza che persiste nella mente e nel cuore, anche quando le luci si spengono.
È un finale che invita a riflettere, a sentire, a ricordare: un richiamo all’empatia e alla bellezza della condivisione. Il pubblico esce dal teatro non solo applaudendo, ma portando con sé un frammento di ciò che ha visto, una traccia di emozione che rimarrà, luminosa e viva, molto tempo dopo che il sipario si è chiuso.
Il viaggio continua: le prossime tappe
📍 Lo spettacolo “L’Ultima Pizzica” proseguirà il suo percorso teatrale, portando ancora una volta sul palco le storie, i ritmi e le emozioni della tradizione popolare:
🗓 20 febbraio – Teatro Cavallino Bianco di Galatina (ore 21) – Info ticket: 366 9641917
🗓 1° marzo – Teatro Impero di Brindisi (ore 21)Il viaggio continua: le prossime tappe
📍 Lo spettacolo “L’Ultima Pizzica” proseguirà il suo percorso teatrale, portando ancora una volta sul palco le storie, i ritmi e le emozioni della tradizione popolare:
🗓 20 febbraio – Teatro Cavallino Bianco di Galatina (ore 21) – Info ticket: 366 9641917
🗓 1° marzo – Teatro Impero di Brindisi (ore 21)
La parola che resta viva
In queste prossime tappe, lo spettacolo si arricchirà della presenza del cantastorie Mino De Santis, custode instancabile di una memoria orale che da generazioni racconta storie di vita, di terra e di resistenza. La sua voce si innesta nella narrazione come un filo prezioso che lega passato e presente, intrecciando leggende, ricordi, emozioni e speranze in un racconto che continua a vivere attraverso le parole, i canti e i gesti del teatro. Ogni racconto diventa ponte tra chi ascolta e chi ha vissuto quelle storie, e in quel dialogo tra palco e pubblico, tra voce e silenzio, la memoria si fa viva e pulsante.
Una storia che chiede di non essere dimenticata
“L’Ultima Pizzica” non è soltanto uno spettacolo teatrale. È un ritorno alle radici, un incontro con ciò che ci definisce e ci lega a una terra ricca di storie e tradizioni. È una carezza dolce e insieme una ferita che pulsa, capace di emozionare senza mai scadere nella retorica. Racconta la storia di una terra che, anche oggi, custodisce memorie profonde, segni di fatica, coraggio e resistenza, e che continua a chiedere di essere ascoltata, rispettata, amata. Ogni passo sul palco, ogni nota, ogni gesto degli interpreti diventa un invito a ricordare, a sentire e a condividere ciò che ci rende parte di una comunità viva e resiliente.
Il viaggio dello spettacolo continua, dunque, tra nuove città, nuovi spettatori e nuovi sguardi curiosi. E ovunque arrivi, “L’Ultima Pizzica” lascia dietro di sé qualcosa di più della semplice emozione: lascia memoria, una memoria fatta di ritmi antichi, di parole che non si dimenticano, di storie che si fanno proprie di chi le ascolta. È la memoria di una cultura che resiste al tempo, che si rinnova ad ogni ascolto e che continua a parlare di noi, delle nostre radici, della forza di chi non smette mai di raccontare.