Xylella e il Commissario: quando l’emergenza diventa alibi (e la scienza smarrisce la bussola)

di Antonio Bruno – Dottore in Scienze Agrarie

Non è più il tempo delle parole prudenti né dei tavoli “produttivi e concreti” buoni per i comunicati stampa. La richiesta congiunta di Governo e Regione Puglia di nominare un commissario straordinario per la Xylella non nasce da una improvvisa illuminazione istituzionale, ma da un ritardo colossale, accumulato anno dopo anno, ulivo dopo ulivo. La Xylella non è arrivata ieri. E oggi non siamo davanti a una crisi: siamo dentro una catastrofe annunciata.

L’incontro romano tra il sottosegretario La Pietra e l’assessore Paolicelli viene raccontato come un esempio virtuoso di unità bipartisan. Bene. Ma l’unità, quando arriva dopo milioni di alberi morti, rischia di sembrare meno una virtù e più una tardiva ammissione di colpa. L’olivicoltura pugliese non è un “asset strategico” scoperto oggi: è il cuore storico dell’agricoltura italiana. Difenderla ora invocando “massima autonomia e risorse” suona come una dichiarazione d’intenti che arriva quando il paziente è già in terapia intensiva.

Il problema, infatti, non è riconoscere l’emergenza. È averla normalizzata. Per anni la Xylella è stata gestita come un fastidio amministrativo, una questione da rinviare, diluire, depotenziare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il Salento devastato, la Piana degli Ulivi Monumentali ferita, e ora Bitonto che entra ufficialmente nella lista delle aree a rischio. Altro che contenimento: il fronte arretra, mentre le istituzioni avanzano a passo di verbale.

Ma c’è un altro elemento, troppo spesso taciuto, che ha aggravato il disastro: la litigiosità permanente tra gli scienziati. Un conflitto che non è fisiologico dibattito scientifico, ma scontro pubblico, personalistico, mediatico. Ricercatori e accademici – quasi tutti dipendenti pubblici, stipendiati con risorse dei cittadini – che invece di fornire indicazioni univoche, chiare e comprensibili, hanno alimentato confusione, sfiducia e paralisi decisionale.

Teorie contrapposte esposte come verità assolute, accuse incrociate, interviste contraddittorie, documenti tecnici utilizzati come clava ideologica. Il cittadino, l’agricoltore, l’amministratore locale si sono ritrovati schiacciati tra “scuole di pensiero” inconciliabili, incapaci di parlare una lingua comune. Il risultato? L’azione si è fermata, la politica ha trovato l’alibi perfetto per non decidere, e il batterio ha continuato indisturbato il suo lavoro.

Qui sta una delle responsabilità più gravi: la scienza pubblica non può permettersi il lusso del caos comunicativo. Il confronto scientifico è sacrosanto nei luoghi deputati – riviste, convegni, peer review – ma quando si entra nello spazio pubblico, soprattutto in una emergenza fitosanitaria, servono sintesi, non guerre di posizione. Servono messaggi semplici, operativi, coerenti. Non protagonismi, non rendite di visibilità, non battaglie di carriera combattute sulla pelle di un territorio.

E qui emergono tutte le debolezze strutturali del sistema. I 30 milioni destinati alla riconversione e al reimpianto restano bloccati nelle sabbie mobili della burocrazia. Il piano olivicolo regionale è ancora “in corso di adozione”, formula elegante per dire che non esiste nei campi. Nel frattempo, gli agricoltori chiudono, i territori si desertificano, il paesaggio identitario della Puglia viene sacrificato sull’altare dell’indecisione. E il commissario? Ancora una figura nebulosa: tecnico o politico? Autonomo o telecomandato? Potente o simbolico? Ogni giorno di attesa è un favore al batterio.

Si dice che il commissariamento rappresenti un’opportunità. Forse. Ma solo se sarà una rottura reale con il passato, non l’ennesimo strato di governance sopra un sistema già paralizzato. Un commissario senza poteri effettivi, senza accesso rapido alle risorse, senza capacità di imporre decisioni impopolari, sarebbe non solo inutile, ma dannoso. Sarebbe l’istituzionalizzazione dell’impotenza. Bari ospiterà Evolio il 29 gennaio, celebrata come momento di confronto. Ma non servono fiere o convegni: servono atti, decreti operativi, cantieri agricoli aperti, reimpianti reali, ricerca applicata, assistenza tecnica sul campo.

Le minacce, intanto, non attendono i tempi della politica né le diatribe accademiche. La Xylella avanza verso le aree olivicole centrali della Puglia, mettendo a rischio un comparto che vale economia, occupazione, cultura, paesaggio. Il rischio non è solo agricolo: è sistemico. È l’idea stessa che l’Italia sia capace di difendere uno dei suoi simboli più potenti.

La domanda, dunque, è brutale ma necessaria: il commissario sarà uno strumento di salvezza o l’ennesimo paravento politico? La scienza pubblica saprà finalmente parlare con una voce responsabile, sobria e orientata all’azione? O continueremo ad assistere a un coro dissonante mentre gli ulivi muoiono?

La Xylella ha già dato una lezione durissima alla Puglia. Ora tocca a politica e scienza dimostrare di averla capita. Perché non siamo più davanti a una scelta strategica, ma a un bivio storico: governare davvero l’emergenza, o consegnare questa terra al silenzio degli alberi morti e alla confusione degli uomini.

 

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