Oltre la scena: quando il teatro diventa uno strumento educativo

di Davide Tommasi

Inclusione, emozioni, talenti e fragilità: il progetto di Liberamente porta il teatro dentro la scuola e lo trasforma in una metodologia didattica

Non una recita di fine anno, non un semplice laboratorio, ma un vero strumento educativo. Il progetto “Oltre la scena”, promosso dall’associazione Liberamente, mette il teatro al centro di una nuova idea di scuola: più inclusiva, più attenta alle emozioni, capace di riconoscere i talenti e di trasformare le fragilità in risorse.

C’è un momento, sul palco, in cui qualcosa cambia. Un ragazzo che fino a pochi minuti prima non aveva trovato il coraggio di parlare, improvvisamente prende la parola. Un altro scopre di saper ascoltare. Qualcuno riesce, forse per la prima volta, a raccontare un’emozione che non aveva mai saputo nominare.

È da questo spazio, sospeso tra realtà e interpretazione, che prende forma “Oltre la scena”, il progetto promosso dall’associazione Liberamente e patrocinato dall' ANPE dedicato al rapporto tra teatro, scuola ed educazione.

L’iniziativa ha riunito docenti, dirigenti scolastici, operatori culturali e rappresentanti delle istituzioni in un incontro che ha avuto un obiettivo preciso: superare l’idea del teatro come semplice momento conclusivo dell’anno scolastico e riconoscerlo, invece, come una vera metodologia educativa.

Al centro dell’appuntamento anche Tiziana Conte, pedagogista e sociologa da anni impegnata nel mondo dell’istruzione, alla quale è stata conferita la nomina a socia onoraria dell’associazione Liberamente. Un riconoscimento che va oltre il percorso professionale e che vuole sottolineare l’impegno per una scuola capace di mettere la persona, con le sue potenzialità e le sue fragilità, prima della prestazione.

Il teatro per imparare a essere l’altro

«Il teatro a scuola è educazione all’alterità e all’inclusione».

È uno dei concetti più significativi emersi dall’intervento di Tiziana Conte.

Interpretare un personaggio significa, prima di tutto, uscire per qualche minuto da se stessi. Provare a guardare il mondo con gli occhi di qualcun altro. Può essere un re, un bambino, un adulto, il lupo di una fiaba o un personaggio apparentemente lontanissimo dalla propria esperienza.

Non è importante soltanto ciò che si recita. È ciò che si prova mentre lo si fa.

Il ragazzo è chiamato a confrontarsi con emozioni diverse dalle proprie, a riconoscerle, ad accettarle e a dare loro una forma. Un esercizio che può diventare particolarmente prezioso in un'età nella quale costruire relazioni, gestire la rabbia, affrontare il giudizio degli altri e sentirsi parte di un gruppo non è sempre semplice.

In una società segnata da fenomeni come bullismo, isolamento, aggressività e difficoltà relazionali, il teatro può diventare quindi un luogo protetto nel quale imparare ad ascoltare.

E soprattutto ad ascoltare l’altro.

La fragilità non è una debolezza: è una risorsa

Uno dei temi che ha attraversato l’intero incontro è stato quello della valorizzazione delle diverse abilità.

La scuola, per sua natura, tende spesso a misurare attraverso strumenti comuni: voti, verifiche, interrogazioni, risultati. Ma gli studenti non sono uguali e non apprendono tutti nello stesso modo.

C’è chi eccelle nei numeri, chi nella scrittura, chi nella musica, chi nel movimento. E poi ci sono capacità più difficili da misurare: la creatività, l’empatia, la capacità di comunicare, di collaborare, di intuire le emozioni degli altri.

Il teatro può offrire proprio a queste competenze uno spazio per emergere.

Può consentire a un ragazzo che si sente in difficoltà in un contesto tradizionale di scoprire, invece, di possedere qualità che non aveva mai avuto l’occasione di mettere alla prova.

Durante l’incontro è stato ricordato anche il caso di Tom Cruise, spesso citato per le difficoltà incontrate durante il percorso scolastico e per il rapporto complesso con la lettura. Nel suo percorso, il teatro avrebbe rappresentato anche una modalità alternativa per affrontare la memorizzazione e l’apprendimento.

Al di là del singolo esempio, il messaggio è più ampio: non esiste una sola forma di intelligenza e non esiste un unico modo per imparare.

La sfida della scuola è riuscire a vederli.

Dalla recita di fine anno a una nuova didattica

È proprio qui che il progetto “Oltre la scena” prova a introdurre un cambiamento.

L’obiettivo non è insegnare semplicemente agli studenti a stare su un palcoscenico, imparare una parte o ricordare una battuta. Il teatro diventa uno strumento che l’insegnante può portare nella quotidianità della classe.

Una metodologia trasversale, capace di dialogare con la letteratura, la storia, la geografia, l’educazione civica, le lingue e persino le discipline scientifiche.

Nel corso dell’incontro, la differenza è stata mostrata concretamente attraverso alcune esercitazioni.

I partecipanti sono stati invitati, per esempio, a leggere un sonetto di Shakespeare dapprima con l’impostazione tradizionale e poi lavorando su ritmo, pause, intenzioni, voce ed emozioni.

Il testo era lo stesso.

A cambiare era il modo di attraversarlo.

Ed è bastato questo per dimostrare quanto una poesia possa trasformarsi quando smette di essere soltanto qualcosa da leggere o memorizzare e diventa qualcosa da vivere.

La poesia è emozione.

E la voce può diventare il ponte tra la parola scritta e chi la ascolta.

Il coraggio di mettersi in gioco

All’incontro ha partecipato anche Loredana Capone Cons.Reg.Puglia, portando una riflessione maturata attraverso il proprio percorso personale e istituzionale.

Al centro del suo intervento, il valore del teatro nella costruzione della consapevolezza di sé.

Il palcoscenico obbliga a esporsi. A prendere la parola. A sostenere uno sguardo. Ad assumere un ruolo davanti agli altri.

Per alcuni ragazzi può essere una difficoltà.

Per altri può diventare una conquista.

Proprio per questo il teatro può aiutare soprattutto chi tende a sentirsi diverso, meno capace o meno sicuro rispetto ai propri coetanei. Sul palco non conta soltanto ciò che si sa fare, ma la capacità di mettersi in gioco.

E talvolta è proprio lì che emerge un talento rimasto nascosto.

“Quelli della terza B”: raccontare il bullismo attraverso le emozioni

Particolarmente significativa è stata la testimonianza di Vincenza De Rinaldis, direttrice artistica, attrice e presidente dell’Accademia Timos, che ha presentato il progetto teatrale “Quelli della terza B”.

Lo spettacolo affronta un tema delicato come il bullismo senza pronunciare direttamente la parola “bullismo”.

Una scelta narrativa precisa: raccontare il fenomeno attraverso le persone, le relazioni, le paure e le emozioni.

Perché prima ancora di essere un problema da definire, il bullismo è qualcosa che lascia ferite.

E proprio per questo uno dei messaggi più forti emersi dalla testimonianza è stato:

«La fragilità è un valore».

Riconoscersi fragili, imparare a parlare di ciò che si prova e accettare di non essere sempre forti può diventare il primo passo per costruire relazioni più autentiche.

Lo spettacolo, arricchito anche da elementi musicali, è già stato portato in scena coinvolgendo bambini e ragazzi. L’obiettivo è ora quello di renderlo sempre più accessibile alle scuole, nei teatri, negli auditorium e negli stessi spazi scolastici.

Un teatro non soltanto per i ragazzi.

Ma soprattutto con i ragazzi.

Una scuola che non trasmette soltanto conoscenze

La riflessione si è poi allargata al ruolo della scuola contemporanea attraverso l’intervento della dirigente Scolastica i di Melendugno Anna Rita Carati, che ha raccontato un mondo dell’istruzione profondamente cambiato rispetto al passato.

Dopo oltre trent’anni nel settore, la dirigente ha evidenziato come oggi alla scuola vengano richieste responsabilità sempre più complesse.

Non basta più trasmettere nozioni.

Le conoscenze devono diventare strumenti attraverso i quali costruire competenze personali, sociali e relazionali.

Sono le cosiddette soft skills: saper lavorare con gli altri, comunicare, affrontare un problema, adattarsi, gestire le emozioni, ascoltare, assumersi responsabilità.

Competenze che non si imparano soltanto sui libri.

E che il teatro può allenare ogni giorno.

Sul palco si impara a stare insieme

C’è una regola fondamentale del teatro: nessuno va davvero in scena da solo.

Se un attore dimentica una battuta, il compagno deve saperlo sostenere. Se qualcuno si blocca, gli altri devono accorgersene. Se una scena non funziona, bisogna trovare insieme un modo per farla ripartire.

Lo spettacolo riesce soltanto quando il gruppo funziona.

È, in fondo, una piccola palestra di vita.

La stessa logica può essere applicata ad altre esperienze artistiche e manuali: dalla musica alla pittura, dalla creta all’uncinetto.

Attività che possono sembrare lontane dalla didattica tradizionale, ma che allenano collaborazione, creatività, pazienza, manualità e capacità di aiutarsi.

Perché sul palco la competizione individuale lascia spazio alla responsabilità collettiva.

Se vuoi che lo spettacolo riesca, devi imparare a sostenere chi ti sta accanto.

Quando la storia esce dal libro

Uno degli esempi più interessanti raccontati durante l’incontro ha riguardato un progetto costruito a partire dalle poesie di autori palestinesi.

Gli studenti non si sono limitati a leggere i testi.

Hanno studiato la storia e la geografia della Palestina e del Medio Oriente, approfondito la storia contemporanea, lavorato sulle traduzioni in inglese, realizzato disegni e scenografie, costruito interpretazioni teatrali e scritto nuove poesie.

Gli studenti di origine araba hanno avuto inoltre la possibilità di leggere i testi nella propria lingua.

Un dettaglio solo apparentemente semplice, che ha trasformato l’attività in una concreta esperienza di inclusione.

È questo il valore aggiunto del teatro applicato alla didattica: le discipline non vengono messe da parte, ma acquistano una voce.

La storia diventa racconto.

La poesia diventa voce.

La geografia diventa esperienza.

L’educazione civica diventa confronto.

E ciò che prima sembrava lontano può diventare improvvisamente vicino.

Da Shakespeare al cinema: la lezione diventa esperienza

Durante il laboratorio non è mancato il cinema.

Alcune scene tratte da Codice d'onore sono state utilizzate per mostrare come temi quali giustizia, verità, responsabilità, rispetto e libertà possano diventare materia di discussione attraverso una scena.

Lo stesso approccio è stato applicato a una sequenza de Il Gladiatore, utilizzata come punto di partenza per avvicinare gli studenti alla storia romana.

Il principio è semplice ma potente: non sostituire il libro, ma farlo parlare.

Un dialogo cinematografico può accendere una domanda. Una scena può suscitare un’emozione. Un personaggio può spingere un ragazzo a voler conoscere meglio un periodo storico.

E quella curiosità può diventare apprendimento.

Giovanni Santoro: il teatro come spazio della libertà emotiva

A guidare la parte laboratoriale è stato Giovanni Santoro, attore di formazione accademica, specializzato in pedagogia teatrale per l’infanzia e fondatore e presidente dell’associazione Liberamente.

Il suo approccio parte da un principio essenziale: nel teatro non si tratta di andare alla ricerca dell’errore, ma dell’autenticità.

«Al teatro non ci sono errori», è stato il messaggio rivolto ai partecipanti durante le esercitazioni.

Un concetto particolarmente importante quando si lavora con bambini e adolescenti.

Perché la paura di sbagliare può diventare una barriera. La paura del giudizio può impedire di parlare, di partecipare, di esporsi.

Il teatro prova invece a creare uno spazio nel quale anche l’errore può trasformarsi in esperienza.

E dove anche la rabbia, spesso considerata soltanto un comportamento da reprimere, può diventare qualcosa da riconoscere e comprendere.

Il teatro non chiede di cancellare le emozioni.

Chiede di attraversarle.

Andare oltre il voto, oltre la prestazione, oltre l’apparenza

È forse tutta racchiusa in quella parola, “oltre”, la filosofia del progetto.

Oltre la scena, ma anche oltre il voto.

Oltre la prestazione.

Oltre la pagina del libro.

Oltre ciò che appare.

Significa guardare il ragazzo prima del risultato. Intercettare una difficoltà prima che diventi una sconfitta. Riconoscere un talento prima che rimanga invisibile.

In un contesto giovanile attraversato da bullismo, solitudine, dipendenze, dispersione scolastica, insicurezza e difficoltà relazionali, la scuola è chiamata a svolgere un compito sempre più ampio.

Non può risolvere tutto da sola.

Ma può offrire strumenti.

E il teatro può essere uno di questi.

Uno spazio nel quale imparare a parlare, ascoltare, collaborare, sbagliare, ricominciare, emozionarsi.

E soprattutto conoscersi.

Perché i bambini non resteranno bambini per sempre

Alla fine, il messaggio più importante riguarda proprio il senso dell’educazione.

La scuola non può limitarsi a preparare studenti.

Deve contribuire a formare persone.

«Gli alunni vanno amati e, per amarli, dobbiamo crescere noi e migliorarci».

È una responsabilità che non riguarda soltanto gli insegnanti.

Coinvolge le famiglie, le istituzioni, le associazioni, gli operatori culturali e l’intera comunità.

Perché quei bambini oggi seduti tra i banchi domani saranno adulti, cittadini, lavoratori, genitori.

E ciò che avranno imparato sulle relazioni, sulle emozioni, sul rispetto e sulla collaborazione accompagnerà le loro vite molto più a lungo di una verifica o di un voto.

Portare il teatro dentro la scuola, allora, non significa semplicemente insegnare a recitare.

Significa creare occasioni per scoprire chi si è, comprendere chi ci sta accanto e imparare a stare nel mondo.

Non soltanto andare in scena.

Ma trovare, passo dopo passo, il coraggio di entrare nella propria vita.

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