Lingue e dialetti
Il salentino
Al 2026, i Paesi-Nazione sovrani nel mondo sono 195. 193 sono Stati membri delle Nazioni Unite (ONU) e 2 Stati sono osservatori non membri: la Santa Sede (Città del Vaticano) e lo Stato di Palestina. La moltitudine di umani che popola questi 195 PaesiNazione ha superato gli otto miliardi di persone e parla oltre 7000 lingue. Ci sono lingue vive, parlate da miliardi di persone e altre che stanno scomparendo. Secondo la linguista francese Colette Grinevald entro il 2100 sparirà il 50% delle lingue oggi esistenti.
Il sito Ethnologue, specializzato in linguistica, ha studiato la distribuzione delle lingue nel mondo. Delle 7.099 lingue incluse nel loro studio, 2.294 si parlano in Asia (32%); 2.144 in Africa (30%); 1.313 in Oceania (18,5%); 1.061 in Nord e Sud America (15%); e soltanto 287 lingue sono parlate in Europa (4%). Le 5 lingue più parlate al mondo sono: l’Inglese (1,452 miliardi), il Cinese mandarino (1,118 miliardi) l’Hindi (602,2 milioni), lo Spagnolo (548,3 milioni) e il Francese (274,1 milioni).
L’Italiano è alla 29esima posizione. L’inglese è senza dubbio la lingua universale per eccellenza. Viene parlato in 146 paesi, tra i quali la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia. Secondo me, una delle ragioni della sua universalità è che la lingua inglese è una lingua pressoché monosillabica. Il francese è ritenuta la lingua più bella ed elegante. Secondo vari sondaggi pare che, in tutto il mondo, ci sia una generale infatuazione per il francese parlato perché addolcisce l’anima e scalda il cuore. Studiosi e poliglotti considerano l’italiano come la lingua più dolce, più melodica, più affascinante, più sensuale e più musicale al mondo. Una lingua che non diventa mai autoritaria perché è la lingua del cuore, dell’amore e della passione. Dona felicità, motivo per cui viene considerata la lingua più romantica in assoluto.
Piace perché unisce la passionalità dello spagnolo e la seduzione del francese e porta alla mente grandi storie d’amore, come “Romeo e Giulietta”, la storia d’amore per eccellenza che Shakespeare ha fatto conoscere in tutto il mondo. L’italiano viene definito anche come “la lingua degli angeli” in quanto è una lingua cantata.
Le parole italiane hanno un suono melodico perché è una lingua inventata da poeti e scrittori che sapevano come rendere bella ogni frase. Ha le vocali finali, la pronuncia regolare, i suoni armoniosi.
Dire che l’italiano è la lingua internazionale della musica è quasi un luogo comune.
Nel Settecento, in Europa, tutte le opere, erano cantate in italiano.
L’opera lirica è una delle motivazioni più forti che spingono parlanti di Paesi lontani (ad es. la Cina o l’India) a imparare la nostra lingua. La lingua più brutta del mondo è il vietnamese. La lingua più difficile del mondo è il cinese mandarino. Il tedesco è considerato una delle lingue più difficili e la più difficile tra le lingue europee.
È una lingua dura perché gutturale ed ha un tono autoritario usato 2 anche per addestrare i cani. L’Unione Europea ha 24 lingue ufficiali. Ma a queste vanno aggiunte le varianti dialettali. Solo in Italia, ad esempio, contiamo 31 idiomi attivamente utilizzati. Giovanni Spadolini, storico e studioso dell’unità nazionale, diceva che l’Italia è un paese di idiomi, cioè di dialetti.
E in effetti a pochi chilometri di distanza la lingua popolare, che si esprime attraverso l’uso del dialetto, cambia radicalmente. Proprio come il cibo, l’impronta architettonica e urbanistica, tutti fattori identitari di un luogo. I dialetti si sono formati in seguito alla frammentazione dell’Impero Romano e all’interferenza del latino con le lingue locali preesistenti.
Dal punto di vista linguistico, i dialetti sono lingue a tutti gli effetti, spesso più antiche dell’italiano standard, il quale si basa principalmente sul fiorentino del Trecento.
I dialetti italiani non sono “lingue dell'ignoranza”, ma vere e proprie lingue minoritarie derivate dal latino, che costituiscono un inestimabile patrimonio culturale immateriale.
Devono essere considerati “gioielli della cultura” e vanno protetti e valorizzati, anche attraverso iniziative come la Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali. Sono importanti perché preservano l’identità, la storia locale e il carattere di una comunità.
Sono il “DNA” delle comunità locali e di comportamenti altrimenti incomprensibili, offrono tracce di civiltà e contribuiscono all’arricchimento della diversità culturale del Paese. Conservare il dialetto significa conservare il patrimonio storico e culturale di un popolo. Sebbene l’uso dei dialetti sia in calo, alcuni dialetti mantengono una forte vitalità, con milioni di parlanti. Il più parlato in Italia è il Napoletano: circa 7.500.000 parlanti, seguito dal Siciliano: circa 5.000.000 parlanti e dal Veneto: circa 3.800.000 parlanti.
Il Salentino è intorno al decimo posto ed è parlato da un milione e mezzo di persone. Lo parlano i residenti nella penisola salentina (province di Lecce, Brindisi e parte di Taranto) e i numerosi emigrati che continuano a utilizzarlo.
Il Salento conta circa 1.785.500 abitanti. La stragrande maggioranza comprende il dialetto, ma il suo uso attivo varia in base all’età. A differenza di altri dialetti del Nord, il salentino mantiene, però, una forte vitalità anche tra i giovani, che spesso lo alternano all’italiano in contesti informali o lo usano come simbolo di identità culturale e artistica (musica, cinema, social media). Il poeta siciliano Ignazio Buttitta (19 settembre 1899–5 aprile 1997) scrive che “un popolo muore, diventa povero e servo quando gli rubano la lingua ricevuta dai padri”.
Niente di più vero.
Pertanto abbiamo il dovere di far vivere la nostra lingua madre, sia nella forma parlata che scritta. I primi testi in salentino di cui si ha notizia sono databili ai secc. XVIII-XIX. Il primo poemetto dialettale in ottave è Il viaggio de Leuche, composto nei primi del 1700. Nell’intestazione è scritto: Viaggio de Leuche à lingua de Lecce compostu dallu Mommu de Salice, ed ultimamente dallu medesimu rinuatu mpiersu lu Scegnu de Casaleneu, e deddicatu allu Marchese d’Oria Don Michele Imperiale.
Divisu ntre Canti (“viaggio di Leuca nella lingua di Lecce composto da Geronimo di Salice, ed ultimamente dallo stesso rinnovato presso la Fonte Pliniana di Manduria, e dedicato al Marchese di Oria Don Michele Imperiale. Diviso in tre Canti”).
Dell’autore (Mommu de Salice) si sa soltanto che morì nel 1714 a Manduria ed era 3 un sacerdote originario di Salice che operava a Guagnano. Nniccu Furcedda: è una farsa pastorale del sec. XVIII divisa in tre atti e ambientata in una masseria di Francavilla Fontana. Viene rappresentata tuttora nella città, per le feste carnevalesche. Dell’autore non si sa molto, ma si suppone che si tratti di un certo Ciommo Bachisi (versione dialettale di Girolamo Bax): originario di Grottaglie, avrebbe studiato medicina a Napoli sotto la protezione di Michele Imperiali.
Nel 1714 sposò una sua parente, Angela Bax; morì nel 1740. Francesco Antonio D’Amelio (Lecce, 10 agosto 1775–28 luglio 1861) È considerato un capostipite della poesia dialettale in Terra d’Otranto. Durante la sua vita non riuscì a riunire tutti i suoi versi in un’unica opera organica.
La sua produzione si distingue per l’uso di una “satira dolce e mai volgare”. I suoi versi riflettono una profonda consonanza con la realtà storico-sociale del suo tempo, in particolare quando descrive il contesto pettegolo, patriarcale e stagnante della Lecce post-borbonica. Giuseppe Giovanni Battista De Dominicis, alias Capitano Black, (Cavallino 11 settembre 1869–15 maggio 1905) è una figura di spicco nel panorama della letteratura salentina.
Ha reso la lingua de lu tata più elegante, affascinante, saporita, profumata ed ha saputo trarre da essa tutta la sua potenza espressiva. L’ha poi elevata a lingua degli uomini liberi che amano la Natura e la Bellezza e anelano alla Giustizia.
Ogni sua poesia rapisce il lettore perché i suoi versi sono pennellate di colore, canto e musica. Nessuno come lui riesce a cogliere immagini, modi di dire, punti di vista della propria gente. I suoi due poemi Canti de l’autra vita e Li martiri d’Otràntu sono dei capolavori che generazioni di salentini hanno imparato quasi interamente a memoria. Enrico Bozzi, conosciuto come il conte di Luna (Taranto 1873–Milano 1934).
È autore di Fogghe mmedhate. –Verdure miste–. Francesco Marangi (1864 –1939), noto con lo pseudonimo di “Gamiran”, è stato un noto poeta tardoromantico. Originario di Lecce e proveniente da una famiglia dell’agiata borghesia, ha dato un notevole contribuito alla letteratura dialettale salentina È autore di Lu pettaci –Il rione–. Oberdan Leone (1883–1952) Noto per Intermezzu - Fiuri de serra e Menze tinte. Francesco Morelli (Squinzano di Lecce il 25/10/1878– Squinzano 28/11/1965) ebbe una produzione letteraria abbondante, con numerose raccolte in dialetto e in lingua.
È autore di Fugghiazze sciàline –Foglie ingiallite–. Pietro Gatti (1913-2001) Il suo canto abbraccia i bambini che muoiono di fame – e nessuno come Gatti ha saputo cantare quelle morti – e altresì l’uomo che partendo dalla terra («Sonde de terre le penziere mije», ‘Sono di terra i miei pensieri’) e dalla natura, ambivalente, meravigliosa e spietata insieme, trova segni e segnali del numinoso che lo portano fuori dal tempo. Il dialetto qui assicura tutta la verità di questa altissima 4 testimonianza: la luce. Erminio Giulio Caputo (Campobasso 26/11/1921–Lecce 8/2/2004) Nato da genitori salentini a Campobasso, fu con la famiglia a Trani, a Lucera, a Lecce e a Novoli; come segretario comunale o direttore di ragioneria trascorse circa due anni a Campi Bisenzio (FI) e sette anni a Jesi nelle Marche. Rientrò a Lecce nel 1964. È l’autore di Prime Signore. Nicola Giuseppe De Donno (Maglie1920–2004). Studioso di memorie patrie, letterato e poeta, docente prima e preside poi del Liceo “F. Capece” di Maglie, fu nel secondo Novecento protagonista indiscusso dei fermenti culturali salentini. Donato Valli scrisse che Nicola De Donno, con i suoi oltre millecinquecento componimenti, fu uno dei più densi e prolifici poeti dialettali del Novecento italiano. Il dialetto è il legame più profondo tra l’individuo, la sua storia familiare e il territorio di origine.
Esso esprime la cultura, i costumi, le tradizioni, i motti e i proverbi di una determinata comunità, che spesso non trovano un equivalente esatto in italiano. Esempi di proverbi in salentino: Či sputi ’ncielu a ‘nfačče te cate “se sputi in aria ti ricade in faccia”. (Se disprezzi qualcuno o qualcosa ti ricadrà addosso prima o poi). Lu purpu cu ll'acqua soa stessa se coče “il polpo si cuoce con la sua stessa acqua”. (Una persona può imparare solo dai propri errori. N'ha fritti purpi “ne ha fritti polpi”. (dicesi di ragazza dai costumi lascivi). Ci sono docenti che rimproverano i ragazzi che parlano la lingua de lu tata.
Niente di più sbagliato. Parlare un dialetto insieme all’italiano è una forma di bilinguismo che ha un valore cognitivo perché stimola la flessibilità mentale, migliora la capacità del cervello di risolvere problemi, aumenta la memoria e il pensiero logico. In conclusione, la tutela e la valorizzazione dei dialetti permettono di salvaguardare una ricchezza culturale che rischia di perdersi, mantenendo vivo il legame con le proprie radici in un mondo sempre più globalizzato.
Uso del salentino in cinematografia Nella storia del cinema italiano, Pizzicata (1996), di Edoardo Winspeare, è il primo film interamente parlato in dialetto salentino e sottotitolato in italiano. Ad esso hanno fatto seguito, con le stesse caratteristiche, Sangue vivo (2000) e Galantuomini (2008) dello stesso Winspeare con dialoghi in Salentino recitati anche dall’attore siciliano Giuseppe Fiorello. Più di recente si annovera anche Fine pena mai, un film del 2007 diretto da Davide Barletti e Lorenzo Conte. Gli altri sono La terra trema (1948) di Luchino Visconti, Totò che visse due volte (1998) di Daniele Ciprì, Franco Maresco, e infine qualche parlata si trova anche in "Mine vaganti" di Ferzan Özpetek. Nel 2024 Disney+ ha prodotto Avetrana - Qui non è Hollywood, una serie televisiva ispirata al delitto di Avetrana, interamente recitata in salentino e ambientata nei luoghi reali dell’accaduto.
Concludo con la Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1 in dialetto leccese. “Tutti li cristiani te lu mundu nascenu libberi e li stessi pe’ dignità e diritti. Tutti tenenu cervieddhru e cuscenza e tocca cu ‘sse comportanu comu frati l’uni cu l’auri.” (Tutti gli uomini del mondo nascono liberi e uguali per dignità e diritti. Tutti sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza).