La voce che ci tiene insieme
di Antonio Bruno
Nella foto il 5 gennaio 2026 a Pomezia il Maestro Vincenzo Capasso con Giulia Molino (cantautrice italiana, nata nel 1998 e divenuta nota al grande pubblico grazie alla VMA)
C’è un momento preciso, quando si canta insieme, in cui accade qualcosa che non ha un nome facile. Non è più solo musica, e non è ancora una dichiarazione culturale, ma è già molto più di un gesto individuale. È il punto in cui il corpo smette di difendersi e comincia a esporsi. La voce esce, vibra, si mescola alle altre e, senza chiedere permesso, dichiara una presenza: io sono qui. Ma lo fa in un modo che non isola, che non separa. Lo fa dicendo implicitamente: sono qui con voi.
È ciò che accade da trent’anni attorno all’esperienza di VMA Production, l’associazione fondata dal Maestro Vincenzo Capasso, che oggi celebra trent’anni di attività. Un percorso in cui il canto, e più in generale l’espressione artistica, non sono mai stati considerati semplicemente una tecnica da apprendere, ma una pratica di relazione, crescita e riconoscimento reciproco.
Io stesso sono qui, a Pomezia, dal 3 al 6 gennaio 2026, per questo motivo. Non per caso, ma per una scelta che nasce da una sensazione precisa: quella di sentirmi a casa. Una sensazione rara, soprattutto quando ci si muove tra luoghi, contesti e persone che inizialmente non si conoscono. Eppure, in questo spazio, quella distanza si è sciolta quasi subito. Non per formalità, ma per umanità.
Il mio incontro con Vincenzo Capasso è nato quasi per caso, grazie ad Antonio Buccoliero, cantante e finalista del Contest nazionale de L’Aquila, lo stesso concorso in cui anch’io ero tra i dodici finalisti. Non c’erano strategie né programmi: solo l’incontro fortuito di persone che, senza saperlo, stavano per aprire un percorso significativo. Da quel momento, ciò che si è instaurato non è stato solo un dialogo professionale, ma una connessione autentica, costruita sull’ascolto, sulla fiducia e sulla reciproca umanità.
La cultura occidentale ha sempre avuto un rapporto ambivalente con la voce. La considera uno strumento, un mezzo, un supporto al linguaggio razionale, e insieme la teme, perché la voce è corpo, è fiato, è materia viva che non si lascia addomesticare del tutto. La voce tradisce le emozioni, svela le fragilità, rompe le gerarchie. Per questo, storicamente, è stata regolata, addestrata, corretta. E per questo, ancora oggi, cantare insieme è un atto che sorprende: perché sospende, anche solo per un istante, l’ordine consueto delle cose.
Negli spazi di VMA Production, questa sospensione diventa esperienza concreta. Gli incontri, le sessioni di lavoro, le aule che si riempiono di voci diverse per età, provenienza e disciplina restituiscono al canto la sua funzione originaria: non esibizione, ma incontro. Non selezione, ma apertura. Non competizione, ma ascolto.
Quando un’aula si riempie di persone che non si conoscono e tutte, nello stesso tempo, aprono la bocca per cantare, succede qualcosa che va oltre l’evento. Non è una performance da valutare, non è un’esibizione da giudicare. È un’esperienza di esposizione reciproca. Nessuno canta davvero bene da solo, in mezzo a centinaia di voci. Nessuno canta davvero male. Le differenze, che nella vita quotidiana diventano etichette, qui si sciolgono in una materia comune.
È in questo contesto che, nel corso degli anni, numerosi artisti sono cresciuti e sono diventati professionisti nel settore dello spettacolo, trovando in VMA Production non solo un luogo di formazione, ma un ambiente capace di riconoscere il potenziale prima ancora del risultato. Un luogo in cui l’errore non è stigma, ma passaggio; l’imperfezione non è limite, ma segno di autenticità.
Cantare insieme è una pratica antica, molto più antica dell’idea di individuo come la intendiamo oggi. Prima che la voce fosse addestrata alla competizione, era chiamata alla relazione. Si cantava per lavorare, per pregare, per attraversare il dolore, per celebrare i passaggi. Il canto non era un ornamento: era un modo di stare al mondo. Ed è questa dimensione che l’attività formativa di VMA Production continua a custodire, anche quando si muove dentro il linguaggio contemporaneo dello spettacolo.
L’associazione propone un’attività di formazione articolata in incontri che consentono a talenti di tutte le età e discipline di migliorare le proprie competenze sceniche e interpretative. Gli incontri con maestri, discografici e autori favoriscono un’evoluzione artistica che non è mai forzata, ma accompagnata.
In un tempo che ci chiede continuamente di distinguerci, di emergere, di alzare la voce per sovrastare quella degli altri, il canto collettivo compie un gesto controintuitivo. Non chiede di essere ascoltati singolarmente, ma di essere parte di un suono più grande. Non cancella l’individualità, ma la mette in relazione. La voce resta riconoscibile, eppure accetta di non essere centrale.
La presenza di Vincenzo Capasso, nel ruolo di direttore artistico, incarna una forma di guida che non ha bisogno di imporsi. Una leadership che nasce dall’ascolto, dall’esperienza e dalla capacità di far sentire le persone accolte prima ancora che valutate. È questo, forse, il motivo per cui, arrivando qui, non mi sono sentito ospite, ma parte di un percorso.
Cantare insieme significa anche accettare l’imperfezione. La voce trema, a volte stona, a volte si spezza. Ma nessuno si ferma per questo. La fragilità non è un errore da correggere, è parte del suono comune. In un mondo che ci chiede costantemente di essere efficienti, coerenti, performanti, questa accettazione dell’imperfezione è una forma di cura collettiva.
C’è qualcosa di profondamente culturale in tutto questo, anche se non porta slogan. Perché ci ricorda che esistono forme di aggregazione che non si fondano sull’esclusione, ma sulla condivisione di un’esperienza. Cantare insieme non chiede di essere d’accordo su tutto. Chiede solo di ascoltarsi.
Forse è anche per questo che, dopo trent’anni di attività, VMA Production continua a essere un luogo attraversato da voci nuove. Perché custodisce una verità semplice e rara: che l’arte non nasce dall’isolamento, ma dalla relazione.
Alla fine, quando le voci si spengono e resta solo l’eco, quello che rimane non è il ricordo di una bella esecuzione. È la memoria di un’appartenenza. La sensazione, rara e preziosa, di essere stati parte di qualcosa che non chiede di durare per sempre, ma che, proprio per questo, lascia un segno profondo.
La magia della voce non sta nella perfezione del suono, ma nella sua capacità di metterci in relazione. Di farci sentire vivi, non da soli, ma insieme. Ed è anche per questo che, oggi, sono qui.