“La Tv divora tutti senza restituire nulla”
di Antonio Bruno
Costruiscono lo spettacolo come un grande ingranaggio impassibile, reclutandoci a poco a poco, spremendo il nostro tempo, la nostra immaginazione, la nostra vanità, e poi gettandoci via come fazzoletti di carta. A febbraio, l’annuncio del casting a Bari scatena la folla: tutti correrebbero per apparire, illusi che l’apparizione in Tv sia un premio in sé. Ma la realtà è impietosa: il “cachet” non esiste. Il denaro vero è concentrato in un unico premio finale, 50.000 euro netti, mentre gli altri partecipanti rimangono a mani vuote, nutriti solo della propria visibilità effimera, che non paga le bollette, non riempie lo stomaco, non restituisce nulla.
E intanto la macchina televisiva macina soldi: ogni spot da trenta secondi in prime time vale 100.000‑150.000 euro; una puntata, con le sue decine di interruzioni, accumula milioni. La logica è limpida: gli spettatori guardano, applaudono, ridono, e noi siamo lì a pagare con il nostro entusiasmo gratuito. Variabili stagionali, pacchetti, trattative con investitori: tutto calcolato, tutto razionale. Tutto tranne la nostra dignità.
Peggio mi sento se penso alle private di provincia: lì non ci sono soldi per chi ci lavora, figuriamoci per chi appare. Gli unici che guadagnano sono i proprietari, e allora dobbiamo lasciarli senza di noi. Che appaiano loro, per intrattenerci, e vediamo cosa sanno fare. Spargete la voce. Forse allora capiremo che la televisione non è il palcoscenico della gloria, ma un grande bancomat che macina gli altri. Lasciamo fare ai professionisti, a chi vive della propria arte. E se proprio ci dovessimo prestare al gioco, non accettiamo meno di 100.000 euro a performance: perché non si può nutrire lo spettacolo con il nostro entusiasmo e chiamarlo “partecipazione”.