Il cuore di Calimera tra i banchi: quel filo sottile che lega passato e futuro
di Davide Tommasi
All’Atrio Comunale l’esposizione che racconta la storia scolastica e sociale del paese tra emozioni, testimonianze e identità condivisa.
CALIMERA – Ci sono immagini che non si limitano a mostrare il passato: sembrano sussurrarlo. È questa la sensazione che si respira oggi, 26 febbraio 2026, entrando nell’Atrio Comunale per l’inaugurazione della mostra fotografica “C’era la nostra scuola”.
L’appuntamento delle ore 10 del 6 febbraio 2026 non è stato soltanto un momento istituzionale, ma un rito collettivo, quasi familiare. L’atrio si è riempito lentamente di volti conosciuti: ex alunni, insegnanti, figli e nipoti di chi, in quelle aule, ha imparato a leggere, scrivere, vivere.
Molti si sono avvicinati alle fotografie con un misto di curiosità e timore, come se temessero di emozionarsi troppo. E in effetti è accaduto: sorrisi larghi, occhi lucidi, mani che indicavano un volto sussurrando: «Questo è mio padre», «Questa è mia madre», «Qui c’ero anch’io».
La raccolta, curata con dedizione da Brizino Tommasi, è molto più di un’esposizione: è un archivio dell’anima collettiva di Calimera. Un ponte tra generazioni, tra chi ha vissuto quei giorni e chi oggi ne ascolta il racconto.
Voci e testimonianze
Prima ancora delle parole ufficiali, è stato il silenzio attento del pubblico a dare misura dell’importanza dell’evento. Un silenzio rispettoso, carico di attesa.
Ad aprire l’incontro è stato l’avv. Leo Palumbo, delegato alla Cultura. Il suo intervento ha restituito il senso umano dell’iniziativa:
«Questa mostra nasce dal bisogno di non perdere ciò che ci ha costruiti. Non sono solo fotografie: sono radici. In un tempo in cui tutto scorre veloce, fermarsi davanti a un’immagine significa rallentare, ricordare, riconoscersi. La cultura serve proprio a questo: a dare profondità alla nostra quotidianità. Senza memoria, una comunità rischia di diventare soltanto un insieme di persone che abitano lo stesso luogo. Con la memoria, invece, diventa famiglia».
Parole che hanno trovato eco nel messaggio del sindaco, ing. Gianluca Tommasi, assente per motivi istituzionali ma presente attraverso un messaggiolasciato prima dell’inaugurazione la cerimonia:
«La scuola è stata il primo luogo in cui abbiamo imparato a essere cittadini. Tra quei banchi si è formato il nostro senso del dovere, del rispetto, dell’appartenenza. Custodire queste immagini significa custodire la nostra identità più autentica. Non possiamo progettare il futuro se non sappiamo da dove veniamo».
La dirigente scolastica, prof.ssa Elisabetta Dell’Atti, ha rivolto idealmente lo sguardo ai suoi studenti:
«Quando i ragazzi guardano queste fotografie, vedono un mondo diverso dal loro. Ma vedono anche qualcosa che li riguarda profondamente: il coraggio di chi li ha preceduti, la determinazione, la disciplina. La scuola di ieri e quella di oggi sono diverse negli strumenti, ma uguali nella missione: formare persone consapevoli. Per questo questa mostra è una lezione viva, che nessun libro potrebbe sostituire».
I momenti che hanno segnato Calimera
Le immagini raccontano stagioni decisive della storia locale: dalla Palmira, simbolo di un’educazione severa ma profondamente identitaria, alle colonie estive che rappresentavano per tanti bambini il primo distacco dalla famiglia, un’esperienza di crescita e condivisione.
Alcuni scatti documentano la costruzione dell’edificio scolastico in epoca mussoliniana, quando l’architettura pubblica assumeva un forte valore simbolico e la scuola era parte di un progetto più ampio di formazione civica. Non mancano fotografie dei cosiddetti “sabati fascisti”, con attività all’aperto e momenti collettivi che hanno segnato un’intera generazione: frammenti di una storia complessa, oggi riletta con consapevolezza critica ma riconosciuta come parte integrante del percorso della comunità.
Ogni immagine è un tassello. Insieme compongono il mosaico di Calimera.
L’emozione dell’autore
Quando ha preso la parola, Brizino Tommasi ha faticato a nascondere la commozione:
«Ho bussato a tante porte. Mi sono seduto nelle cucine, ho ascoltato ricordi, ho visto occhi brillare mentre si sfogliavano album impolverati. Ogni fotografia mi è stata consegnata con fiducia. Io non ho creato nulla: ho solo raccolto e rimesso insieme ciò che era già nel cuore della nostra gente. Vedere oggi così tante persone qui significa capire che la memoria è un bene comune».
Un lungo applauso ha accompagnato le sue parole.
Uno sguardo al presente
A concludere l’evento è stato l’assessore Vito Montinaro, che ha scelto di soffermarsi su un tema semplice ma profondo: il cambiamento del modo di fotografare e di ricordare.
«Un tempo lo scatto era raro, quasi solenne. Ci si preparava, si sceglieva il momento. Oggi con i telefoni cellulari fotografiamo tutto, continuamente. È una ricchezza straordinaria, ma rischia di farci perdere il valore dell’attesa. Queste immagini ci insegnano che ricordare è un atto consapevole. Recuperare il passato non significa restare fermi, ma dare radici al nostro futuro. Calimera dimostra oggi di avere questa maturità: sa guardarsi dentro per poter andare avanti».
Un invito aperto alla città
La mostra resterà aperta fino al 1° marzo 2026.Per gli anziani è un ritorno all’infanzia. Per i giovani è una scoperta.
Per tutti è un momento di riconoscimento reciproco.In un tempo che corre veloce, Calimera sceglie di fermarsi. Perché tra quei banchi non si è formata soltanto un’istruzione, ma un’intera comunità.