Giustizia che ripara, non solo punisce: a Lecce si apre il dibattito sul futuro del diritto
di Davide Tommasi
Verso una giustizia riparativa: responsabilità, ascolto e reinserimento al centro di vittime, autori e comunità.
Nell’Aula Magna della Corte d’Appello di Lecce, il 7 febbraio 2026, si è svolto un convegno che ha messo in discussione una delle convinzioni più radicate del nostro sistema penale: l’idea che la giustizia coincida esclusivamente con la punizione. A confrontarsi su questo tema delicato sono stati magistrati, avvocati, docenti universitari, operatori sociali, rappresentanti delle associazioni e delle istituzioni locali, tutti uniti dalla volontà di interrogarsi su una domanda tanto semplice quanto profondamente scomoda: è possibile immaginare una giustizia che vada oltre la pena?
Il convegno, dal titolo “Giustizia riparativa, oltre la pena: quando il reato diventa una questione sociale”, ha restituito un quadro chiaro delle difficoltà attuali del sistema giudiziario italiano. Sovraffollamento carcerario, procedimenti che si prolungano per anni, tassi di recidiva ancora elevati e una crescente distanza tra cittadini e istituzioni mostrano quanto il modello punitivo tradizionale faticosamente risponda alle esigenze di prevenzione, inclusione e risocializzazione.
A moderare l’incontro è stata la professoressa Silvia Cazzato, docente dell’Università del Salento, che con grande competenza e sensibilità ha saputo guidare i lavori, valorizzando ogni intervento e creando un filo conduttore coerente per tutta la giornata. La sua conduzione attenta non si è limitata a scandire i tempi dei relatori, ma ha favorito il dialogo tra esperienze e discipline diverse, dall’ambito giuridico a quello sociologico e pedagogico, stimolando riflessioni profonde sui limiti e le potenzialità di una giustizia che sappia essere anche umana, riparativa e partecipata.
Il reato non nasce nel vuoto
Ad aprire i lavori è statodottor Roberto Maria Carrelli Palombi di Montrone magistrato di alto profilo, Presidente della Corte d'Appello di Lecce, noto per la sua lunga esperienza, inclusi ruoli presso il Tribunale di Roma e la Corte di Cassazione , che ha invitato a guardare il reato per quello che è: un fatto sociale, prima ancora che giuridico. Nessuna condotta criminosa nasce nel nulla. Ogni reato prende forma dentro storie personali segnate da fragilità, disuguaglianze, solitudini, relazioni spezzate. Ignorare questo significa rinunciare a comprendere — e quindi a prevenire.
La giustizia penale esercita un potere enorme incidendo sulla libertà delle persone. Proprio per questo, ha sottolineato Carelli, deve interrogarsi non solo sulla colpa, ma anche sugli effetti che le sue decisioni producono sull’autore del reato, sulla vittima e sulla comunità intera.
Nel portare i saluti istituzionali, il Presidente della Provincia di Lecce e sinsindaco di Martano , Dott.Fabio Tarantino, ha ribadito come il modello punitivo tradizionale, se applicato in modo esclusivo, non riesca più a offrire risposte realmente efficaci alla complessità dei conflitti e delle fragilità sociali contemporanee. Un approccio fondato unicamente sulla sanzione rischia infatti di interrompere il dialogo senza favorire una reale presa di coscienza. La giustizia riparativa apre invece uno spazio diverso e più evoluto, fondato sull’ascolto reciproco, sull’assunzione di responsabilità e sul riconoscimento del danno causato, offrendo alle persone coinvolte la possibilità concreta di ricostruire relazioni e di intraprendere un autentico percorso di cambiamento, a beneficio non solo dei singoli, ma dell’intera comunità.
Riparare non è perdonare
Uno dei chiarimenti più significativi dell’intero incontro è arrivato dall’intervento di Anna Leo, sociologa e presidente del convegno, che ha affrontato e smontato con chiarezza uno degli equivoci più diffusi e persistenti sul tema: la giustizia riparativa non coincide con il perdono. Il perdono, ha sottolineato, è un atto profondamente personale e intimo, che appartiene alla sfera individuale e non può in alcun modo essere imposto, né richiesto come esito obbligato di un percorso. La riparazione, al contrario, è un processo strutturato e guidato, che si fonda sul riconoscimento del danno arrecato, sull’assunzione di responsabilità da parte di chi ha causato l’offesa e, quando le condizioni lo rendono possibile, sull’incontro tra autore e vittima, sempre su base libera, volontaria e accompagnata.
Richiamando figure simboliche e testimonianze di forte impatto come quelle di Nelson Mandela e Agnese Moro, Anna Leo ha mostrato come l’isolamento, la chiusura e la mancanza di relazione finiscano per alimentare ulteriormente la violenza e il risentimento. Al contrario, l’incontro — se preparato, tutelato e sostenuto — può aprire spazi inattesi di comprensione, umanizzazione e trasformazione, capaci di incidere in profondità sulle persone coinvolte. Tuttavia, ha avvertito con forza, nessun percorso di giustizia riparativa può reggere nel tempo se lasciato solo: senza una solida rete sociale, educativa e lavorativa che accompagni il cambiamento, il rischio è che anche le esperienze più significative restino isolate, perdendo la loro efficacia nel lungo periodo.
Paura, vendetta e libertà di scelta
Dott.ssa Claudia Forcignanò ha affrontato con lucidità il tema della paura collettiva, richiamando il caso di Giulia Cecchettin e la decisione della sua famiglia di non intraprendere un percorso di giustizia riparativa. Una scelta pienamente legittima e rispettabile, che mette in evidenza un principio fondamentale: la giustizia riparativa non è mai un obbligo, né una scorciatoia imposta dall’alto, ma una possibilità che può essere accolta o rifiutata.
In una società segnata da forme di violenza sempre più profonde e pervasive, la tentazione di identificare la giustizia con la vendetta è forte e spesso alimentata dalla paura e dal bisogno di sicurezza immediata. Tuttavia, come ha ricordato Forcignanò, i dati e le esperienze dimostrano che i percorsi riparativi autentici — quando scelti liberamente, costruiti con attenzione e accompagnati da operatori adeguatamente formati — sono in grado di ridurre in modo significativo la recidiva e di generare cambiamenti concreti e duraturi nelle vite delle persone coinvolte, restituendo senso, responsabilità e possibilità di futuro.
Oltre la giustizia che infligge dolore
La prof.ssa Maria Mancarella Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Lecce ha offerto una riflessione di ampio respiro, intrecciando dimensione filosofica e giuridica. Punire infliggendo dolore può davvero “aggiustare” il passato? Richiamando il pensiero di Martha Nussbaum, è stato ricordato come il dolore inflitto nel presente non cancelli quello subito, ma finisca spesso per prolungarlo, sedimentandolo nel tempo senza produrre una reale elaborazione del conflitto.
Nel processo penale tradizionale, la vittima resta frequentemente ai margini: può essere chiamata a testimoniare i fatti, ma difficilmente trova uno spazio autentico per raccontare la propria storia, il proprio vissuto e le conseguenze profonde dell’offesa subita. La giustizia riparativa ribalta questa logica, ponendo al centro la relazione e articolandosi attorno a tre verbi chiave: accogliere, ascoltare, riparare. Riparare non significa cancellare la colpa o negare la responsabilità, ma trasformare la ferita, riconoscerla e attraversarla. Come nell’arte giapponese del kintsugi, le fratture non vengono nascoste, ma rese visibili e valorizzate, restituendo senso e dignità a ciò che è stato spezzato.
La forza dell’esperienza
Molto intenso e carico di umanità l’intervento di fra Paolo Quaranta cappellano della Casa circondariale di Borgo San Nicola di Lecce, che ha invitato a superare con decisione la logica del “buttare le chiavi” e del “fateli marcire in cella”, espressioni che richiamano una visione puramente punitiva e rinunciataria della giustizia. La paura, ha ricordato, è una reazione profondamente umana e comprensibile, soprattutto di fronte a reati gravi, ma non può diventare l’unico criterio su cui fondare le scelte di governo della giustizia e della pena.
Fra Quaranta ha richiamato l’attenzione sulla fragilità che attraversa ogni esistenza, ricordando come il reato, in fondo, non sia un evento estraneo o lontano, ma qualcosa che può annidarsi dietro l’angolo di ogni biografia. È proprio a partire da questa consapevolezza, ha sottolineato, che diventa possibile immaginare percorsi capaci di responsabilizzare, accompagnare e trasformare, senza rinunciare alla sicurezza ma restituendo centralità alla dignità della persona e alla possibilità di cambiamento.
La riforma Cartabia
Sul piano normativo, la dott.ssa Maria Pilato esperta in mediazione penale e giustizia riparativa,ha illustrato con chiarezza i contenuti della riforma Cartabia (D.Lgs. 150/2022), che ha introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento una disciplina organica e sistematica della giustizia riparativa. La riforma prevede la possibilità di accedere a percorsi riparativi in ogni stato e grado del procedimento penale, segnando un cambio di paradigma significativo nel modo di intendere la risposta al reato.
Non si tratta di un condono né di una forma di indulgenza automatica, ma di un modello fondato sui principi della volontarietà, dell’assunzione di responsabilità e del riconoscimento del danno arrecato. Un elemento centrale, come ha sottolineato Pilato, è che la possibilità di attivare un percorso di giustizia riparativa non dipende dalla gravità del reato commesso, bensì dalla disponibilità e dalla libera adesione delle persone coinvolte, nel rispetto delle garanzie e della tutela di tutte le parti.
Avvocatura e garanzie
Gli avvocati intervenuti hanno ribadito con forza il ruolo centrale delle garanzie nel corretto funzionamento dei percorsi di giustizia riparativa, sottolineando come questi non possano prescindere dal rispetto delle regole del processo e dei diritti delle parti. In particolare, l’avvocato Mastrolia ha richiamato l’attenzione su un passaggio spesso sottovalutato ma decisivo: la tempestiva iscrizione della notizia di reato.
Nel suo intervento, Mastrolia ha evidenziato come la riforma Cartabia (D.Lgs. n. 150/2022) abbia introdotto nel sistema penale italiano una disciplina organica della giustizia riparativa, configurandola come un modello culturalmente e metodologicamente autonomo, spendibile in ogni stato e grado del procedimento e volto a integrare la risposta punitiva con percorsi di responsabilizzazione dell’autore del reato, di riconoscimento del danno e di ricomposizione del conflitto. Questo nuovo paradigma, ha sottolineato, incide già sulle fasi iniziali del procedimento penale, a partire dall’iscrizione della notizia di reato ai sensi dell’art. 335 c.p.p., così come riformato.
I nuovi commi 1-bis e 1-ter impongono infatti un’iscrizione tempestiva e qualificata, fondata su una rappresentazione del fatto che sia determinata e non inverosimile, con l’indicazione della fattispecie astrattamente configurabile e, qualora emergano, delle generalità della persona indagata. Questa formalizzazione non ha solo una funzione garantista in senso classico, ma costituisce un presupposto essenziale per l’effettivo accesso ai programmi di giustizia riparativa. Ritardi, inerzie o prassi dilatorie rischiano infatti di compromettere la possibilità stessa di attivare tali percorsi, con ricadute significative anche sul corretto decorso dei termini di indagine previsti dall’art. 405 c.p.p.
Il quadro normativo si completa con l’art. 129-bis c.p.p., che impone al giudice di valutare, in ogni stato e grado del procedimento, la possibilità di ricorrere alla giustizia riparativa. Una valutazione che deve essere compiuta anche nei procedimenti relativi a reati privi di una vittima individuabile, nei quali la dimensione riparativa si estende alla comunità, intesa come soggetto collettivo inciso dal fatto criminoso. In questo senso, l’avvocatura ha ribadito come le garanzie processuali non rappresentino un ostacolo, ma una condizione imprescindibile affinché la giustizia riparativa possa essere realmente praticabile, efficace e rispettosa dei diritti di tutti.
L’Avv.Grazia De Giosa ha posto l’accento sul compito fondamentale dell’avvocato nella tutela dell’autodeterminazione e della dignità delle parti, richiamando la responsabilità della difesa nel garantire che l’accesso alla giustizia riparativa sia frutto di una scelta consapevole, libera e informata. In questa prospettiva, l’avvocato non è solo un tecnico del processo, ma un presidio di garanzia capace di accompagnare le persone coinvolte nella comprensione delle opportunità e dei limiti dei percorsi riparativi, senza forzature né automatismi.
Nel suo intervento, De Giosa ha inoltre proposto una lettura originale della giustizia riparativa come possibile “riparo” anche rispetto ai ritardi della giustizia e della pubblica amministrazione, tracciando un collegamento significativo con la disciplina della Legge Pinto. Il nesso tra la normativa sull’equa riparazione per la durata irragionevole del processo e la giustizia riparativa risiede infatti nel superamento di una visione meramente sanzionatoria o burocratica del diritto, per approdare alla centralità del pregiudizio concretamente subito dalla persona.
La Legge Pinto, pur configurandosi come un rimedio essenzialmente indennitario, riconosce implicitamente che lo Stato, non garantendo una risposta in tempi certi, abbia in qualche modo “offeso” il cittadino, violandone il diritto fondamentale a una giustizia efficace. In modo analogo, la giustizia riparativa mira a sanare la rottura prodotta dall’illecito, non limitandosi alla mera compensazione economica o alla punizione, ma cercando di ricostruire il legame spezzato tra istituzioni, persone e comunità, restituendo senso, dignità e fiducia nel sistema di giustizia.
L’ Avv.Pavone cassazionista ha richiamato l’attenzione su alcune criticità concrete che ancora oggi accompagnano l’attuazione dei percorsi di giustizia riparativa. In particolare, ha evidenziato le difficoltà legate agli indennizzi, sottolineando come l’assenza di strumenti chiari e tempestivi possa compromettere l’efficacia del percorso e la percezione di giustizia da parte delle vittime e del coplevole . Ha inoltre posto l’accento sull’urgenza di una formazione adeguata e continuativa per tutti gli operatori coinvolti — giudici, avvocati, mediatori e personale penitenziario — ricordando che la qualità e la sensibilità degli interventi sono determinanti per il reale successo dei programmi riparativi.
Parallelamente, l’avv.Modoni pres. cpo comune di Ceglie Messapica ha relazionato una prospettiva sistemica, mettendo in luce come la giustizia riparativa possa essere letta anche in relazione ai ritardi strutturali della giustizia e della pubblica amministrazione. Ha spiegato che questi ritardi non rappresentano solo un problema burocratico o procedurale, ma incidono concretamente sulla vita delle persone, alimentando frustrazione, senso di ingiustizia e sfiducia nelle istituzioni.
In questo contesto, la giustizia riparativa non si limita a ristabilire relazioni tra vittima e autore del reato, ma assume un ruolo più ampio: può mitigare gli effetti dei ritardi strutturali, offrendo una risposta concreta, tempestiva e significativa alle persone coinvolte, riducendo l’impatto delle inefficienze del sistema e restituendo senso, dignità e fiducia a chi affronta il percorso giudiziario.Inoltre Avv.Modoni ha collegato questa funzione della giustizia riparativa alla disciplina della Legge Pinto, evidenziando un nesso profondo tra i due ambiti. La Legge Pinto, pur configurandosi come un rimedio indennitario per i cittadini danneggiati dai ritardi processuali, riconosce implicitamente che lo Stato ha “offeso” la persona non garantendo una risposta in tempi certi. Analogamente, la giustizia riparativa mira a sanare la rottura prodotta dall’illecito, non attraverso un semplice indennizzo o una sanzione, ma ristabilendo relazioni, responsabilità e senso di equità. In entrambi i casi, il centro dell’attenzione non è la mera procedura o punizione, ma il pregiudizio subito dalla persona e la necessità di ricostruire un equilibrio interrotto, sia nelle relazioni individuali sia nel rapporto tra cittadino e istituzioni.
Minori, comunità, futuro
Particolarmente intenso è stato l’intervento di don Gabriele Morello, cappellano del penitenziario minorile di Lecce, che ha richiamato con forza un concetto semplice, ma spesso dimenticato: il minore è sempre molto più della sua pena. Ogni reato minorile non è mai un episodio isolato, ma quasi sempre il risultato di un intreccio complesso di fragilità personali, traumi familiari, carenze educative e sociali. “Quando un ragazzo sbaglia,” ha sottolineato Morello, “non possiamo limitarci a punirlo. Dietro il reato c’è spesso un fallimento collettivo: della società, della scuola, della famiglia, delle istituzioni. Ignorarlo significa lasciare che la violenza si ripeta e che le stesse ferite si trasmettano di generazione in generazione.”
Morello ha raccontato storie concrete, spesso commoventi, di giovani che entrano nel sistema penale senza una rete di sostegno e rischiano di essere definiti unicamente dai loro errori. Ha parlato di ragazzi che vivono in contesti familiari fragili o segnati da violenze, di chi ha sperimentato abbandono e solitudine, e di chi fatica a trovare punti di riferimento nella società. In queste vite, il reato non è un semplice episodio giudiziario, ma un segnale di allarme sociale, un grido di aiuto che la comunità spesso non riesce a raccogliere.
Per il cappellano, la giustizia riparativa rappresenta un antidoto potente alla spirale di vendetta e oblio, offrendo ai minori l’opportunità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni, assumersi responsabilità e reinserirsi nella società in maniera consapevole. Ma tutto questo, ha avvertito, non può avvenire senza un accompagnamento costante e senza la collaborazione di famiglie, istituzioni e comunità locali. “Punire da soli non basta,” ha detto, “la vera sfida è accompagnare, sostenere e aprire strade concrete di riscatto.”
Accanto al ruolo delle istituzioni, il convegno ha sottolineato l’importanza delle associazioni e dei centri culturali come parte integrante della rete di supporto. Tra questi, il Centro Studi Chora-ma di Sternatia, rappresentato da Elisabetta Indino, ha portato i saluti e un ringraziamento a organizzatori, relatori e partecipanti. A nome del Centro, Indino ha ricordato come la scelta di patrocinare l’incontro nasca dalla vocazione più profonda dell’ente: accanto alla salvaguardia della lingua e della cultura grica, il Centro opera da sempre in ambiti più ampi, promuovendo il terzo settore e sostenendo iniziative orientate al bene comune e al progresso culturale della comunità.
Il legame tra cultura grica e giustizia riparativa, ha spiegato Indino, è naturale: «La nostra tradizione culturale è uno spirito di accoglienza, di relazione e di responsabilità condivisa. Sono valori che ritroviamo pienamente nei principi alla base dei percorsi di giustizia riparativa, fondati sull’ascolto, sul riconoscimento dell’altro e sulla ricostruzione dei legami». Il Centro auspica che il convegno generi riflessioni feconde e strumenti concreti di crescita civile e culturale, e che il dibattito possa tradursi in percorsi pratici e attuativi.
L’intera giornata ha mostrato come, per i minori e per la comunità, la giustizia non possa limitarsi alla punizione: deve aprire spazi di ascolto, accoglienza e recupero. I percorsi riparativi diventano così strumenti concreti di inclusione, capaci di restituire dignità e opportunità a chi rischierebbe altrimenti di restare intrappolato in schemi di violenza e marginalità. La collaborazione tra istituzioni, associazioni e cultura locale dimostra che la società può diventare attivamente parte del processo di riparazione, trasformando la ferita in crescita e il conflitto in responsabilità condivisa.
Il convegno ha inoltre messo in luce l’importanza della rete comunitaria. Le associazioni presenti — dal Consultorio la Famiglia, al’associazione “Cittadini Insieme” e l’associazione Araba Fenice – Il Legame — hanno testimoniato quanto sia fondamentale non isolare chi sbaglia, ma accompagnarlo in percorsi concreti di reinserimento. La giustizia riparativa, hanno spiegato, non funziona nel vuoto: senza un tessuto sociale che accoglie e sostiene, la riparazione resta incompleta. Dai piccoli centri alle grandi città, ogni comunità può diventare attiva nella prevenzione, nell’educazione e nel supporto, restituendo dignità sia alle vittime sia agli autori di reato.Presente al convegno anche il Centro Studi Chora-ma di Sternatia, rappresentato da Elisabetta Indino, che ha voluto portare un saluto cordiale e un sentito ringraziamento agli organizzatori e a tutti i partecipanti, sottolineando la rilevanza del tema affrontato.
“A nome del Centro Studi Chora-ma di Sternatia, desidero esprimere il nostro apprezzamento per la possibilità di partecipare a questo incontro, dal tema quanto mai significativo. La decisione di patrocinare questo convegno nasce dalla vocazione più profonda del nostro Centro. Accanto alle attività che ne costituiscono il cuore fondativo – la salvaguardia e la valorizzazione della lingua e della cultura grica – il Centro opera da sempre in ambiti culturali più ampi, promuovendo lo sviluppo del terzo settore e sostenendo tutte quelle iniziative orientate al bene comune e al progresso culturale della comunità.”
Elisabetta Indino ha sottolineato come i temi affrontati durante il convegno dialoghino in modo naturale con lo spirito della cultura greca e grica, caratterizzata da accoglienza, apertura alla relazione e senso di responsabilità condivisa. Una cifra culturale che trova piena corrispondenza nei principi alla base dei percorsi di giustizia riparativa, fondati sull’ascolto, sul riconoscimento dell’altro e sulla ricostruzione dei legami interrotti, valorizzando la centralità della persona e delle relazioni nella comunità.
Concludendo il suo intervento, la rappresentante del Centro ha espresso l’auspicio che il convegno possa generare riflessioni profonde e offrire strumenti concreti di crescita civile e culturale, auspicando che esso rappresenti solo il primo passo di un confronto più ampio, capace di tradursi in pratiche attuative e percorsi condivisi. “Rinnovo il mio saluto e rivolgo un sentito ringraziamento ai relatori e, in particolare, all’organizzatrice, la dottoressa Anna Leo, che ha creduto in questo progetto con passione ed entusiasmo”, ha concluso Indino, rimarcando l’importanza della collaborazione e della condivisione nel promuovere iniziative orientate al bene comune.
In questo contesto, i minori rappresentano una priorità, perché un intervento corretto e umano oggi può prevenire il crimine di domani. La speranza, secondo Morello, è costruire un modello di giustizia che non si limiti a punire, ma che formi cittadini consapevoli, responsabili e integrati, restituendo senso e valore alla convivenza sociale.
Il convegno ha inoltre messo in luce l’importanza della rete comunitaria. Le associazioni presenti — dal Consultorio per la Famiglia, ai progetti “Detenuti in Semilibertà”, “Cittadini Insieme” e l’associazione Araba Fenice – Il Legame — hanno testimoniato quanto sia fondamentale non isolare chi sbaglia, ma accompagnarlo attraverso percorsi concreti di reinserimento sociale ed educativo.
Ogni realtà ha portato esempi tangibili: Araba Fenice – Il Legame, ad esempio, ha raccontato come piccoli progetti di accompagnamento e laboratori di inclusione possano restituire senso e dignità alle persone coinvolte, favorendo il recupero di legami familiari e sociali compromessi. Altre associazioni hanno illustrato iniziative che vanno dall’assistenza alle famiglie delle vittime fino al supporto ai detenuti in regime di semilibertà, dimostrando che la riparazione non è solo un atto simbolico, ma un percorso concreto che richiede presenza, ascolto e sostegno costante.
Come hanno sottolineato gli operatori, la giustizia riparativa non funziona nel vuoto: senza un tessuto sociale che accoglie e sostiene, la riparazione resta incompleta. Dai piccoli centri alle grandi città, ogni comunità può diventare attiva nella prevenzione, nell’educazione e nel supporto, costruendo un modello di giustizia in cui dignità e responsabilità siano restituite sia alle vittime sia agli autori di reato.
Una giustizia più umana
Le conclusioni sono state affidate ad Anna Leoche ha raccolto e sintetizzato il filo rosso della giornata: la giustizia riparativa non è buonismo, non è indulgere alla violenza o ignorare le regole, ma una scelta di responsabilità collettiva. Smettere di pensare la giustizia solo come punizione significa riconoscere che efficacia e umanità non sono opposti, ma complementari. Solo aprendo spazi di ascolto, dialogo e riparazione, ha ricordato Leo, la società può trasformare il dolore in occasione di crescita e la ferita in un’opportunità di valore.
Alla fine, la sfida è chiara: costruire un sistema di giustizia capace di guardare oltre il reato, di non ridurre le persone ai loro errori e di creare percorsi concreti di responsabilità, riscatto e comunità, perché essere giusti non significa soltanto punire, ma anche umanizzare il diritto.