Dalla Resistenza alla Repubblica: la politica come fondamento della democrazia italiana

di Davide Tommasi

Dalla Resistenza alla Costituente, le radici della democrazia italiana tra partecipazione, confronto e senso dello Stato.

A quasi ottant’anni dalla nascita della Repubblica e dell’entrata in vigore della Costituzione, il passaggio storico che condusse l’Italia dalla dittatura fascista alla democrazia parlamentare continua a rappresentare uno dei momenti più alti della coscienza civile nazionale. Non si tratta soltanto di una ricorrenza da celebrare o di una pagina da custodire nella memoria collettiva. Riflettere oggi su quella stagione significa interrogarsi sulle radici profonde della convivenza democratica, sul valore della partecipazione politica, sul ruolo dei partiti e sul significato autentico delle istituzioni repubblicane.

È stato questo il cuore del confronto promosso dall’associazione “Galatina al Centro”, che ha dedicato un incontro pubblico in data 7 maggio 2026alla storia delle istituzioni italiane nel difficile passaggio dal fascismo alla Repubblica. Un appuntamento di grande rilievo culturale e civile che ha visto protagonisti il senatore Giorgio De Giuseppe, già vicepresidente del Senato e docente di diritto pubblico, e il professor Giancarlo Vallone, storico delle istituzioni politiche.

L’iniziativa ha offerto l’occasione per una riflessione ampia sul valore della politica nella costruzione della democrazia italiana, restituendo centralità a una stagione storica segnata da tragedie, divisioni e distruzioni, ma anche da una straordinaria capacità di ricostruzione morale e istituzionale.

Gli anni della crisi e la rinascita democratica

Nel corso del dibattito è emersa con forza tutta la complessità del triennio compreso tra il 1943 e il 1946: la caduta del fascismo, l’armistizio dell’8 settembre, l’occupazione tedesca, la guerra civile, la lotta di Liberazione, la ricostruzione dello Stato e infine il referendum istituzionale che sancì la nascita della Repubblica.

Ad aprire l’incontro è stato il magistrato Antonio De Donno, che ha ricordato come già nel 1942 il regime mostrasse evidenti segni di crisi. Dopo anni di repressione e clandestinità, i partiti antifascisti — cattolici, liberali, socialisti, comunisti e azionisti — avevano ricominciato lentamente a riorganizzarsi.

“Se il fascismo istituì i Tribunali speciali per la difesa dello Stato — ha osservato il senatore De Giuseppe — fu perché era consapevole dell’esistenza di una reale opposizione”.

Un’opposizione silenziosa ma resistente, capace di sopravvivere sotto la dittatura e di preparare il terreno alla rinascita democratica del Paese.

Il Comitato di Liberazione Nazionale e la cultura della mediazione

Uno dei passaggi più significativi del confronto ha riguardato il ruolo del Comitato di Liberazione Nazionale, autentico laboratorio politico della futura Repubblica. In quel contesto, forze ideologicamente molto lontane riuscirono a collaborare mantenendo identità e differenze profonde.

“Ogni partito difendeva le proprie idee — ha spiegato De Giuseppe — ma nessuno superò mai il limite della rottura”.

È probabilmente questa la lezione politica più importante lasciata dalla stagione della Liberazione: la consapevolezza che l’interesse nazionale dovesse prevalere sugli interessi di parte. Comunisti, democristiani, socialisti, liberali e azionisti si confrontarono duramente, ma compresero che prima ancora della competizione politica vi fosse la necessità di salvare il Paese e ricostruire le istituzioni democratiche.

Una cultura del confronto e della mediazione che oggi appare lontana, in un clima pubblico spesso dominato dalla radicalizzazione dello scontro e dalla delegittimazione reciproca.

La Resistenza oltre la dimensione militare

Ampio spazio è stato dedicato anche a una lettura della Resistenza non limitata esclusivamente alla dimensione armata. Nel corso dell’incontro è emersa l’idea di una Resistenza intesa come grande fenomeno popolare, civile e morale.

“La Resistenza fu un grande movimento nazionale”, ha sottolineato il senatore De Giuseppe.

Accanto alle formazioni partigiane operarono infatti migliaia di cittadini comuni che opposero al nazifascismo forme quotidiane di disobbedienza, solidarietà e resistenza civile. Decisivo fu inoltre il sacrificio degli internati militari italiani: oltre seicentomila soldati che, dopo l’8 settembre 1943, rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di combattere accanto all’esercito tedesco.

Di fronte alla scelta tra collaborazione e prigionia, la maggioranza preferì la deportazione nei campi di concentramento.

“Dissero no — ha ricordato De Giuseppe — affrontando fame, umiliazioni e sofferenze senza chiedere nulla in cambio”.

Una pagina spesso trascurata della storia nazionale ma fondamentale per comprendere le radici etiche della Repubblica italiana.

La Costituente e il ruolo dei partiti

Il professor Giancarlo Vallone ha poi approfondito il dibattito che accompagnò la nascita della Costituzione, soffermandosi in particolare sull’articolo 49, dedicato al ruolo dei partiti nella vita democratica.

Alla Costituente si confrontarono figure centrali della cultura politica italiana come Palmiro Togliatti, Aldo Moro, Costantino Mortati e i rappresentanti del liberalismo democratico. Il nodo fondamentale riguardava il significato stesso del “metodo democratico”.

La democrazia doveva limitarsi al confronto tra partiti oppure coinvolgere anche la loro organizzazione interna?

Togliatti difendeva il pluralismo e la piena libertà organizzativa delle forze politiche. Moro, invece, intuiva il rischio rappresentato da partiti privi di reali meccanismi democratici interni. Un confronto destinato a influenzare profondamente l’intera storia repubblicana.

Il senso delle istituzioni nella Prima Repubblica

Tra i momenti più intensi dell’incontro vi è stata la riflessione sul rapporto tra maggioranza e opposizione durante la Prima Repubblica. Anche nei decenni più duri della Guerra fredda — segnati da profonde divisioni ideologiche — le principali forze politiche italiane conservarono un limite invalicabile: la tutela dell’ordine democratico e delle istituzioni repubblicane.

De Giuseppe ha ricordato in particolare il comportamento di Palmiro Togliatti dopo l’attentato del 1948. In un clima di altissima tensione, il leader comunista invitò il PCI a evitare qualsiasi deriva insurrezionale.

“Questo va riconosciuto — ha affermato il senatore — anche da chi, come me, fu avversario politico del Partito Comunista”.

Parole che assumono un peso particolare nell’attuale stagione politica, caratterizzata da una crescente difficoltà nel riconoscere legittimità all’avversario.

La crisi della partecipazione politica

Dal passato il confronto si è inevitabilmente spostato sul presente. Astensionismo, disaffezione verso i partiti, impoverimento della formazione politica e indebolimento della partecipazione popolare rappresentano oggi, secondo i relatori, una delle principali fragilità della democrazia contemporanea.

“La democrazia vive soltanto se i cittadini partecipano”, ha ammonito De Giuseppe.

Per decenni i partiti hanno rappresentato luoghi di formazione, discussione e crescita civile. Le sezioni politiche costituivano presìdi permanenti di partecipazione sociale nei quartieri, nelle città e nei piccoli comuni. Oggi quel tessuto organizzativo appare quasi del tutto dissolto.

Anche le trasformazioni delle leggi elettorali, secondo Vallone, hanno contribuito ad aumentare la distanza tra cittadini e istituzioni.

“Quando le candidature vengono decise dall’alto — ha osservato — il cittadino smette di sentirsi realmente rappresentato”.

Costituzione, principi e necessità di riforma

Un ulteriore tema affrontato durante l’incontro ha riguardato il rapporto tra i principi costituzionali e la necessità di aggiornare l’assetto istituzionale dello Stato.

De Giuseppe ha distinto chiaramente la prima parte della Costituzione — dedicata ai principi fondamentali e ai diritti inviolabili — dalla seconda parte, relativa all’organizzazione dello Stato.

“La prima parte resta di straordinaria modernità — ha spiegato — mentre la seconda inevitabilmente risente del tempo storico in cui fu elaborata”.

Secondo il senatore, il sistema istituzionale nato nel 1948 non può considerarsi immutabile dopo decenni di trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche. Una riflessione che riapre il delicato equilibrio tra la tutela dei principi costituzionali e l’esigenza di rendere le istituzioni più adeguate alle sfide contemporanee.

La lezione della Repubblica

L’incontro promosso a Galatina ha restituito un’immagine alta della politica: non semplice esercizio del potere, ma strumento di mediazione, responsabilità e costruzione collettiva.

La Repubblica italiana nacque in un Paese devastato dalla guerra, ma capace di ritrovare unità attraverso il dialogo democratico e il confronto tra culture politiche differenti. Nessuna forza rinunciò alle proprie idee, ma tutte compresero la necessità di salvaguardare l’interesse generale e la stabilità delle istituzioni.

È questa la grande eredità della stagione costituente: la consapevolezza che la democrazia non si alimenta attraverso contrapposizioni assolute, ma grazie alla capacità di riconoscere nell’avversario politico un interlocutore e non un nemico.

Una lezione che, nell’Italia di oggi segnata dalla frammentazione sociale, dalla crisi della partecipazione e dalla crescente sfiducia verso la politica, appare più necessaria che mai.

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