Dal consenso alla volontà contraria: giustizia, cultura e tutela della persona
di Davide Tommmasi
Dal consenso alla tutela integrata: diritto, salute e cittadinanza al centro della lotta alla violenza di genere
Un confronto nato nel pieno del dibattito parlamentare sulla proposta di modifica dell’articolo 609-bis del Codice Penale e nel trentesimo anniversario della Legge 66/1996, la riforma che ha segnato una svolta storica nella tutela della libertà sessuale.
Non un appuntamento simbolico, ma un’occasione di analisi approfondita che ha intrecciato diritto, neuroscienze, medicina, cultura e responsabilità istituzionale. La domanda di fondo, condivisa da relatrici e relatori, è stata chiara: quale paradigma deve oggi orientare la tutela penale della libertà sessuale? Quello fondato sull’espressione positiva del consenso o quello centrato sulla dimostrazione di una volontà contraria?
Al centro del confronto, il disegno di legge promosso dalla senatrice Giulia Bongiorno, che propone una riformulazione della fattispecie di violenza sessuale. Secondo molti degli interventi, il cambiamento terminologico non sarebbe neutro, ma suscettibile di incidere sull’impostazione interpretativa e probatoria del reato.
In sala, professioniste del diritto, rappresentanti delle istituzioni, esperte sanitarie, studiose e associazioni. Un dibattito rigoroso, lontano da contrapposizioni ideologiche, concentrato sulle conseguenze concrete delle scelte normative.
Il passaggio storico del 1996: dalla morale alla persona
Per comprendere la portata della discussione attuale occorre tornare al 1996. Con la legge n. 66, il legislatore italiano trasformò radicalmente l’inquadramento della violenza sessuale: da reato contro la morale pubblica e il buon costume a reato contro la persona.
Non si trattò di un semplice riordino formale. Cambiò il bene giuridico tutelato. Al centro non vi era più l’ordine morale collettivo, ma l’autodeterminazione individuale. La libertà di disporre del proprio corpo diventava il fulcro della protezione penale.
Quel passaggio segnò una conquista di civiltà giuridica, in linea con i principi costituzionali di dignità e uguaglianza. Oggi, a trent’anni di distanza, la proposta di modifica dell’articolo 609-bis riapre una riflessione su quell’eredità e sul modello di tutela che si intende rafforzare.
Il nodo tecnico-giuridico: consenso e onere probatorio
Ad aprire l’analisi è stata Maria Luisa Serrano, presidente del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Lecce, che ha ribadito come il consenso rappresenti il fondamento strutturale della libertà sessuale.
Nel sistema vigente, la violenza sessuale si configura in assenza di un consenso libero, consapevole e attuale. L’eventuale sostituzione con il riferimento alla “volontà contraria” potrebbe – secondo le preoccupazioni emerse – produrre uno slittamento nell’impostazione probatoria.
Il rischio evidenziato è che l’attenzione si sposti dalla verifica dell’esistenza di un consenso alla ricerca di una manifestazione esplicita di dissenso. In sede processuale, questo potrebbe tradursi in un’indiretta ricaduta sull’onere probatorio e sulla valutazione delle dichiarazioni della persona offesa.La chiarezza della norma è stata indicata come condizione imprescindibile per una tutela effettiva. In materia di libertà personale, ogni ambiguità può tradursi in incertezza applicativa.
Il tempo della giustizia: la tutela come urgenza
Maria Luisa Toto, presidente del Centro Antiviolenza Renata Fonte, ha riportato il dibattito alla dimensione concreta dell’esperienza, quella che ogni giorno attraversa le stanze dell’ascolto e dell’accoglienza.
Per chi denuncia una violenza, il tempo non è un elemento astratto del procedimento: è una variabile esistenziale. Ogni ora può fare la differenza tra protezione e ulteriore esposizione al rischio. La tempestività delle misure cautelari, l’attivazione immediata dei protocolli di sicurezza, l’ascolto qualificato e non giudicante della persona offesa, il coordinamento effettivo tra forze dell’ordine, magistratura e servizi territoriali sono fattori che incidono direttamente sulla sicurezza e sulla possibilità di ricostruire un percorso di autonomia.
La giustizia, in questi casi, deve essere non solo formalmente corretta ma concretamente rapida. La lentezza procedurale può trasformarsi in vulnerabilità, alimentare la paura, rafforzare il controllo dell’autore della violenza. Anche il solo ritardo nella convocazione, nell’adozione di un provvedimento o nell’attivazione di una misura di protezione può avere conseguenze profonde sul piano psicologico e materiale.
È emersa con forza la necessità di una rete realmente integrata e operativa, non solo prevista sulla carta. Una rete capace di garantire continità tra tutela giudiziaria, supporto psicologico, assistenza legale e sostegno sociale ed economico. Perché la protezione non si esaurisce nell’aula di tribunale: prosegue nell’accompagnamento quotidiano, nell’accesso al lavoro, nella ricerca di un’abitazione sicura, nella ricostruzione della fiducia.
La tutela effettiva passa dunque attraverso una presa in carico globale, in cui istituzioni, servizi e associazioni operino come un unico sistema. Solo così la risposta dello Stato può tradursi in protezione reale e non restare un principio enunciato.
Violenza di genere e autonomia economica
La Consigliera di Parità della Provincia di Lecce, Antonella Pappadà, ha sottolineato come la violenza incida profondamente sulla partecipazione economica e sociale delle donne, configurandosi non solo come una lesione dell’integrità personale, ma come un fattore strutturale di esclusione.
La violenza – ha evidenziato – produce effetti che si riflettono direttamente sulla continuità lavorativa, sulla stabilità contrattuale e sulla capacità di progettare il proprio futuro. Le assenze forzate, le difficoltà di concentrazione legate al trauma, la necessità di trasferirsi o di cambiare ambiente per ragioni di sicurezza possono compromettere percorsi professionali costruiti negli anni. In molti casi, la dipendenza economica dall’autore della violenza diventa uno degli ostacoli più forti alla possibilità di interrompere la relazione abusante.
Il danno, dunque, non è soltanto individuale ma sistemico. Quando una donna è costretta a rinunciare al lavoro o a ridurre la propria presenza nel mercato occupazionale a causa della violenza subita, si produce un arretramento che incide sull’intero tessuto sociale ed economico. La perdita di autonomia finanziaria si traduce in una riduzione della libertà effettiva, rendendo più fragile l’esercizio dei diritti fondamentali.
In questa prospettiva, la tutela penale assume anche una funzione di garanzia della parità sostanziale. Proteggere la libertà e l’integrità significa creare le condizioni affinché le donne possano partecipare pienamente alla vita economica, politica e sociale del territorio.
La violenza di genere, ha concluso, non può essere relegata alla dimensione privata: è una questione di cittadinanza, di giustizia sociale e di sviluppo democratico.
Serenella Molendini: tutela penale, autonomia economica e cittadinanza femminile
È intervenuta anche Serenella Molendini, già Consigliera nazionale di Parità, che ha posto l’accento sul legame profondo e strutturale tra la tutela penale della libertà individuale, l’indipendenza economica delle donne e il pieno esercizio della cittadinanza.
Secondo Molendini, senza un sistema normativo chiaro, coerente e rispettoso del principio di autodeterminazione, il rischio non è solo quello di compromettere la protezione della singola vittima, ma di indebolire l’intero impianto delle politiche di pari opportunità costruite negli ultimi decenni. La legge non deve essere un mero strumento formale: deve garantire concretamente sicurezza, equità e riconoscimento della dignità delle donne.
La condizione di minaccia, infatti, incide profondamente sulla vita quotidiana: compromette la stabilità lavorativa, limita l’autonomia finanziaria e riduce la capacità di esercitare pienamente i propri diritti. La violenza non resta confinata all’esperienza individuale, ma produce effetti sistemici, influenzando l’equilibrio sociale e la partecipazione delle donne alla vita pubblica e civile.
Per Molendini, la tutela penale è quindi presupposto strutturale della parità sostanziale: proteggere il corpo e la libertà significa proteggere anche l’autonomia economica, la possibilità di scelta e la piena cittadinanza. Una società giusta e democratica si misura dalla capacità di creare condizioni in cui ogni donna possa vivere libera, sicura e indipendente.
Anna Toma: educare al consenso per costruire una cultura di rispetto
Anna Toma, presidente della Commissione Pari Opportunità della Provincia di Lecce, ha sottolineato come la questione della violenza e della tutela della libertà sessuale non possa essere affrontata solo con strumenti penali, per quanto necessari. Il diritto penale rappresenta una barriera di protezione fondamentale, ma da solo non può modificare atteggiamenti, convinzioni e comportamenti radicati nella società.
Secondo Toma, è indispensabile promuovere un’educazione al consenso che parta fin dalle scuole e si estenda a tutta la comunità, coinvolgendo famiglie, insegnanti, istituzioni e media. Educare significa insegnare fin dall’infanzia a riconoscere e rispettare i confini personali, a comunicare in maniera chiara i propri desideri e limiti, e a comprendere il valore della libertà e dell’autodeterminazione di ciascuno.
Superare la cultura della resistenza, ha spiegato, significa passare da una mentalità in cui l’assenza di un “no” viene considerata sufficiente, a una cultura dell’adesione consapevole, in cui sia richiesto un “sì” libero, attuale e informato. Solo così si può costruire una società in cui le relazioni siano fondate sul rispetto reciproco e sulla responsabilità individuale.
Questo cambiamento, ha concluso Toma, richiede un investimento educativo e comunicativo di lungo periodo, che non si limiti a campagne sporadiche o interventi occasionali, ma che costruisca un percorso costante di formazione e sensibilizzazione. È un impegno culturale che richiede tempo, coerenza e la partecipazione attiva di tutti i livelli della società, perché la prevenzione della violenza parte dalla costruzione di una cultura condivisa di rispetto e responsabilità.
Trauma e neuroscienze: comprendere il freezing
La professoressa Sara Invitto, associata di Psicologia Generale e Neuroscienze Cognitive presso l’Università del Salento, ha arricchito il dibattito con le evidenze scientifiche più recenti sul trauma psicologico e sulle risposte automatiche al pericolo.
Le neuroscienze hanno dimostrato che di fronte a una minaccia grave l’organismo può attivare risposte involontarie di difesa: tra queste, il cosiddetto freezing. Si tratta di una paralisi momentanea che immobilizza la persona, impedendo qualsiasi reazione attiva, pur in assenza di consenso o volontà di acquiescenza. Questo meccanismo è neurobiologicamente programmato per aumentare le possibilità di sopravvivenza, ma rischia di essere frainteso da chi valuta comportamenti e reazioni delle vittime.
Sara Invitto ha sottolineato come ignorare questi dati possa portare a valutazioni distorte in ambito giudiziario, con il rischio concreto di rivittimizzazione. Se l’apparente “inattività” viene interpretata erroneamente come consenso, si compromettono la verità processuale e la tutela della persona offesa.
Una giustizia davvero consapevole, ha affermato la professoressa, deve quindi integrare le conoscenze scientifiche sui meccanismi del trauma e sulle risposte neurobiologiche. Ciò implica non solo una formazione adeguata per operatori giudiziari e forze dell’ordine, ma anche protocolli di ascolto e valutazione delle testimonianze che tengano conto di reazioni involontarie e dei processi cognitivi legati al trauma.
In questo senso, comprendere il freezing significa rispettare l’esperienza della vittima, garantire una valutazione accurata dei fatti e promuovere una tutela penale più efficace e sensibile, capace di distinguere tra mancanza di consenso e risposte automatiche al pericolo. La scienza diventa così uno strumento indispensabile per una giustizia più equa, empatica e fondata sulla realtà psicobiologica delle vittime.
La dimensione sanitaria: la violenza come emergenza globale
Annunziata Marra, presidente provinciale dell’Associazione Italiana Donne Medico, ha sottolineato come la violenza di genere non possa più essere considerata solo un fenomeno sociale o criminale, ma debba essere affrontata come una vera e propria emergenza sanitaria globale. La violenza influisce profondamente sulla salute fisica e mentale delle vittime, generando effetti immediati e conseguenze a lungo termine che richiedono attenzione e interventi mirati.
Gli effetti del trauma possono manifestarsi in modi diversi: sul piano psicologico, le vittime possono sviluppare ansia, depressione, disturbi da stress post-traumatico, difficoltà nel sonno e perdita di autostima; sul piano somatico, possono comparire disturbi cardiovascolari, gastrointestinali, endocrini o cronici, oltre a un indebolimento del sistema immunitario. Queste ripercussioni rendono evidente la necessità di una presa in carico globale, che tenga conto sia delle esigenze fisiche sia di quelle emotive e psicologiche della persona colpita.
La presa in carico delle vittime deve essere multidisciplinare e coordinata, coinvolgendo medici di base, specialisti, psicologi, assistenti sociali e operatori legali. È fondamentale creare percorsi integrati, in cui ogni professionista conosca il proprio ruolo e collabori attivamente con gli altri, in modo da garantire interventi tempestivi e continui, nonché un sostegno duraturo alle vittime.
In questo contesto, la collaborazione tra sistema sanitario e sistema giudiziario riveste un ruolo cruciale. La documentazione clinica accurata e tempestiva è essenziale per tutelare legalmente le vittime, consentire interventi mirati e prevenire ulteriori abusi. Inoltre, protocolli condivisi e formazione specifica del personale sanitario possono aumentare la capacità di identificare situazioni di rischio, fornire protezione immediata e favorire il recupero psicofisico della persona.
Riconoscere la violenza di genere come emergenza sanitaria globale significa, quindi, non solo curare le conseguenze del trauma, ma anche sviluppare strategie preventive, promuovere sensibilizzazione e creare sistemi di supporto efficaci. Solo attraverso un approccio integrato e multidisciplinare sarà possibile ridurre l’impatto della violenza sulla salute pubblica e garantire alle vittime una protezione reale e duratura.
Una scelta di civiltà giuridica
Il confronto leccese ha evidenziato che la questione non riguarda soltanto una formula normativa, ma il modello di tutela che una comunità sceglie di adottare.
Un sistema fondato sull’affermazione positiva del consenso pone al centro l’autodeterminazione. Un sistema che richiede la dimostrazione di una volontà contraria rischia di spostare l’attenzione sulla reazione della persona offesa.
Il dibattito resta aperto, ma il messaggio emerso è chiaro: il consenso non è un dettaglio tecnico, è il cuore della dignità e della libertà personale.
Quando la giustizia riguarda il corpo e l’integrità della persona, ogni parola normativa pesa. Ed è in quelle parole che si misura il grado di civiltà giuridica di una comunità.