Ballata per la Kater I Rades di Factory Compagnia Transadriatica con Sara Bevilacqua, Riccardo Lanzarone e Redi Hasa al Teatro Paisiello

Un racconto  di memoria e diritti, per non dimenticare una delle pagine più drammatiche del Mediterraneo contemporaneo. Domenica 29 marzo (ore 18:30 | ingresso 15/12/8 euro | info 0832242389) e lunedì 30 marzo in matinée per le scuole al Teatro Paisiello di Lecce, la stagione teatrale del Comune di Lecce, in collaborazione con Puglia Culture, prosegue con Ballata per la Katër I Radës di Factory Compagnia Transadriatica. Lo spettacolo, scritto da Giorgia Salicandro e diretto da Tonio De Nitto, vede in scena Sara Bevilacqua, Riccardo Lanzarone, con le musiche composte ed eseguite dal vivo dal violoncellista Redi Hasa e le voci del coro formato da Daniela BelishovaDiana DociIrma DukaMeli HaiderajDori NgresiLindita NgresiHildebrand NuriLadi “Aldo” Rista e Bledar Torozi. A ventinove anni dalla “tragedia del Venerdì Santo” del 28 marzo 1997, nel Canale d’Otranto, Ballata per la Katër I Radës rievoca il naufragio della nave albanese, avvenuto dopo la collisione con la corvetta Sibilla della Marina Militare Italiana, in cui morirono – o non furono mai recuperate – oltre cento persone, soprattutto donne e bambini. Il progetto di teatro civile è realizzato con il sostegno del Garante regionale dei Diritti dei minori della Regione Puglia, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Albania in Italia e in collaborazione con il Polo BiblioMuseale di Lecce. Lo spettacolo sarà preceduto venerdì 27 marzo alle 11 da un incontro al Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, nell’Aula 21 di via Dalmazio Birago 64, con Tonio De Nitto e Giorgia Salicandro. L’appuntamento rientra nel ciclo “Incontrare la scena”, promosso nell’ambito della collaborazione tra DAMS e Puglia Culture, a cura di Francesco Ceraolo e Francesca D’Ippolito.

LO SPETTACOLO
Le storie di due “bambini del 1997” si rincorrono e si intrecciano nelle voci di Elvis e Lindita, partiti dal Sud dell’Albania per mettersi in salvo dall’impazzimento di un Paese in preda alla rivolta e dal rapido precipitare degli eventi. Palazzi pubblici divelti mattone dopo mattone, il crac finanziario, i kalashnikov con cui si spara, la fuga, il viaggio che ricorda quello di Pinocchio nella pancia di una balena. Elvis e Lindita sono tra i protagonisti delle cronache giornalistiche della tragedia della Katër i Radës - le cui tracce reali si intersecano all’opera di invenzione. Divengono qui l’occhio attraverso cui guardare questa storia, simbolo catartico del primo grande naufragio del Mediterraneo con cui non abbiamo mai finito di fare i conti. Lambisce il racconto il mito di Kuçedra, evocato da un coro di uomini e donne. Il mostro acquatico protagonista di molte leggende albanesi, torna nelle narrazioni di ogni tempo nelle vesti di Drago, Leviatano, essere demoniaco, e del Dragùa, il bambino eletto, nato per combatterlo e sconfiggerlo. Attraverso l’incastro tra leggende, cronache, biografie e storie collettive le vicende dei passeggeri della Katër i Radës vengono riportate alla luce e al contempo trascese: gocce nel mare dell’eterno cammino dell’umanità, nella necessità di un approdo sulla terraferma, in salvo dal “mostro”.

RACCONTARE
Oggi, come allora, il Mediterraneo resta una frontiera instabile: guerre, esodi, respingimenti, vite spezzate. Dalla tragedia albanese degli anni Novanta alle macerie di Gaza, la storia sembra ripetersi. «Raccontare, dare voce a queste storie – ognuna con la propria dignità e unicità – è un dovere morale per tutti noi, nati per caso sulla sponda sicura del Mediterraneo. E se non possiamo rendere giustizia a ciascuna di esse, possiamo almeno "adottarne" una, offrirle la nostra voce, diventarne custodi. È quello che ho cercato di fare con Elvis e Lindita, bambini sospesi tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere», afferma Giorgia Salicandro. «Nel pensare alla messinscena della Ballata per la Katër i Radës, ho immaginato che il mito della Kuçedra, il grande serpente acquatico, potesse emergere attraverso un coro di uomini e donne albanesi. Come nella tragedia greca, il coro rievoca le origini del mito per rivelarne il legame con gli eventi narrati. Così avviene con la Kuçedra e con il Mediterraneo intero, evocati e maledetti con la paura e la fermezza di chi chiede giustizia», racconta il regista Tonio De Nitto.

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