"Siamo tutti tarantati": il viaggio di Manola Duma dentro l'anima del Salento.
A Galatina la presentazione del libro che restituisce voce alla memoria
GALATINA – Non una semplice presentazione letteraria, ma un incontro capace di emozionare, far riflettere e riportare alla luce una parte profonda dell'identità salentina. Nel suggestivo Chiostro della Biblioteca "Pietro Siciliani" di Palazzo Cavoti, si è svolta la presentazione de "La Taranta Dentro", il nuovo libro di Manola Duma, custode della Cappella di San Paolo, il luogo simbolo del tarantismo.
L'atmosfera che si respirava era quella delle grandi occasioni. Studiosi, appassionati, cittadini e curiosi hanno riempito il chiostro per ascoltare il racconto di una ricerca durata anni, costruita attraverso documenti, testimonianze e soprattutto attraverso l'ascolto delle persone. Non un saggio accademico, ma un libro che nasce dalla vita vissuta, dalla memoria di chi ha conosciuto davvero il fenomeno del tarantismo e ha deciso di affidarne il ricordo alle pagine di un volume destinato a diventare un prezioso documento storico.
Sin dalle prime battute è apparso chiaro come il libro non volesse raccontare soltanto il passato. Il vero filo conduttore della serata è stato quel pensiero che Manola Duma ripete spesso e che ormai rappresenta la sintesi della sua ricerca:
"Siamo tutti tarantati".
Una frase che inizialmente sorprende, ma che acquista forza man mano che si entra nel cuore del racconto.
Per l'autrice il tarantismo non è soltanto la storia delle donne che un tempo cercavano guarigione nella musica davanti alla Cappella di San Paolo. È soprattutto una metafora della condizione umana. Ognuno porta dentro di sé inquietudini, paure, ferite invisibili. Cambiano le epoche, cambiano i linguaggi, ma rimane la necessità di trovare un modo per liberarsi dal dolore. Se un tempo la terapia era il ritmo del tamburello, oggi quella ricerca continua attraverso altre strade, ma conserva lo stesso bisogno di rinascita.
Un libro nato dentro la Cappella di San Paolo
Manola Duma conosce quel luogo meglio di chiunque altro. Da anni è custode della Cappella di San Paolo e proprio lì ha raccolto centinaia di racconti, confidenze, ricordi tramandati da famiglie che hanno vissuto direttamente il fenomeno del tarantismo.
Con grande semplicità ha raccontato come sia nata l'idea del libro.
«Sono diventata quasi un topo di biblioteca», ha detto sorridendo, ricordando le tante giornate trascorse tra archivi e libri antichi, senza mai smettere però di ascoltare la voce della gente.
È stata proprio la paura che questa memoria potesse andare perduta a convincerla a scrivere.
«La tradizione orale è bellissima, ma con il tempo cambia. Si aggiunge qualcosa, si dimentica altro. Sentivo il dovere di lasciare tutto scritto.»
Parole accolte da un lungo applauso.
Manola si definisce un semplice "cancello", un passaggio attraverso cui le storie possono continuare a vivere. Un'immagine che racconta perfettamente il senso del suo lavoro: non mettersi al centro, ma fare da ponte tra chi ha vissuto il passato e chi avrà il compito di custodirlo nel futuro.
Il linguaggio segreto delle donne
Uno dei momenti più coinvolgenti della serata è stato il racconto dedicato ai simboli nascosti del tarantismo.
La ricerca di Manola Duma ha infatti riportato alla luce un codice quasi completamente dimenticato: quello dei fazzoletti.
Bianco, rosso e nero non erano semplici colori.
Erano parole.
Messaggi.
Segni che raccontavano la vita delle donne.
Attraverso quei fazzoletti venivano comunicate situazioni personali che spesso non potevano essere raccontate apertamente.
Durante l'incontro è stata ricordata la testimonianza di un anziano maestro di pizzica che aveva ascoltato questi racconti dalla propria madre, riportando alla memoria usanze degli anni Trenta.
Le donne invitavano gli uomini al ballo con estrema discrezione, mostrando appena la pianta del piede.
Anche il fazzoletto parlava.
Il bianco e il rosso rappresentavano la purezza e l'onore.
Il nero, invece, raccontava una sofferenza nascosta, una violenza subita o una condizione difficile che nessuno avrebbe avuto il coraggio di raccontare a voce.
Un linguaggio silenzioso che oggi rischia di scomparire insieme agli ultimi testimoni.
La copertina che racconta il vero significato del tarantismo
Molto apprezzato anche l'intervento di Bruno Lazzari, autore della copertina del libro.
L'artista ha spiegato di aver scelto volutamente di non rappresentare le classiche immagini delle tarantate davanti alla Cappella di San Paolo.
«Sarebbe stato troppo facile», ha spiegato.
Ha preferito invece una mano che stringe simbolicamente la taranta, trasformandola in un'immagine concettuale.
Perché oggi la scienza ci dice che il ragno non era il vero protagonista della vicenda.
Il vero "veleno" era quello del disagio interiore.
La sofferenza.
L'oppressione.
Le ferite dell'anima.
Sulla copertina compaiono anche i caratteristici nastri colorati, spesso presenti nelle feste popolari ma raramente compresi fino in fondo.
Manola Duma ha spiegato che quei nastri avevano anche una funzione musicale: indicavano le tonalità e gli accordi con cui accompagnare la persona tarantata durante il rito terapeutico.
Un dettaglio che ha suscitato grande interesse tra il pubblico.
Un messaggio che supera ogni confine
A confermare la portata universale del libro è stato anche l'intervento della traduttrice Ani Cagnazzo.
Tradurre "La Taranta Dentro" in altre lingue, ha raccontato, non è stato un semplice esercizio linguistico.
«È stato un esercizio di empatia.»
Perché il dolore non appartiene soltanto al Salento.
Ogni popolo conosce le proprie ferite.
Ogni cultura ha trovato nel tempo forme diverse per cercare guarigione.
Ed è proprio questa universalità che rende il libro di Manola Duma comprensibile anche a chi vive dall'altra parte del mondo.
Il sostegno delle istituzioni
Ad aprire ufficialmente la serata sono stati i saluti del sindaco Fabio Vergine, che ha sottolineato come opere di questo genere rappresentino un patrimonio prezioso per Galatina, contribuendo a conservare una delle pagine più importanti della storia cittadina.
Anche la vicesindaca e assessora alla Cultura Maria Grazia Anselmi ha evidenziato il valore culturale del volume, definendolo un'opera capace di trasformare la memoria popolare in uno strumento di conoscenza e di trasmissione della storia alle nuove generazioni.
L'annullo filatelico che consegna il libro alla storia
Tra gli appuntamenti più significativi della serata anche la realizzazione dello speciale annullo filatelico dedicato alla presentazione del volume.
Il responsabile del servizio filatelico di Poste Italiane, Francesco, ha spiegato come un annullo speciale non rappresenti soltanto un ricordo, ma un documento destinato a entrare negli archivi della memoria nazionale.
Un riconoscimento importante che testimonia il valore culturale dell'iniziativa e il ruolo che Galatina continua a svolgere nel racconto del tarantismo.
Quando la pizzica smette di essere spettacolo
La serata non si è fermata alle parole.
È stata la musica a prendere il sopravvento.
I ballerini Claudio Longo e Maria Rosaria Pino hanno riportato in scena la pizzica nella sua forma più autentica, lontana dalle versioni costruite per il turismo.
Ogni passo raccontava una storia.
Ogni movimento riportava il pubblico a quel legame antico tra corpo, musica e guarigione.
Non un'esibizione, ma un racconto danzato.
Il momento più emozionante
Il finale ha regalato uno dei momenti più intensi della serata.
Sulle note di "Nina" di Antonio Castrignanò, Tra i ballerini è entrata anche una bambina, fortemente voluta da Manola Duma.
Un gesto semplice, ma dal forte valore simbolico.
Perché quella bambina rappresentava il futuro.
La continuità.
La certezza che questa storia non finirà con gli ultimi testimoni.
Che continuerà a vivere nelle nuove generazioni.
Forse è proprio questa l'eredità più grande lasciata dal libro "La Taranta Dentro".
Non soltanto raccontare ciò che è stato.
Ma ricordare che il tarantismo non appartiene ai musei o alle fotografie in bianco e nero.
Appartiene ancora a noi.
Perché finché l'essere umano continuerà a cercare un modo per dare un nome alle proprie ferite e trasformare il dolore in rinascita, come ripete Manola Duma, saremo tutti, in fondo, un po' tarantati.