L’illusione del disordine: la responsabilità politica nell’era dei movimenti liquidi

Il caso del Movimento 17 ottobre riapre il confronto sul disagio giovanile, la radicalizzazione digitale e il ruolo delle istituzioni democratiche.

Editoriale del Direttore Vincenzo Sparviero

DIR. VINCENZO SPARVIERO

DIR. VINCENZO SPARVIERO

Le immagini degli scontri di piazza, delle barricate e dei feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine tracciano ancora una volta un confine netto tra il diritto al dissenso e la deriva della violenza di strada. Con il fermo di Youssef Siher, ritenuto dagli inquirenti l'ideatore e la mente comunicativa del "Movimento 17 ottobre", le indagini si concentrano sulla struttura coordinata di una mobilitazione giovanile e fluida nata sulle piattaforme digitali. Ma al di là delle metriche giudiziarie, il vero nodo che questa vicenda consegna al dibattito pubblico è di natura squisitamente politica e culturale.

​Il "Movimento 17 ottobre" ha deliberatamente scelto la via dell'orizzontalità liquida: un’identità priva di organigrammi tradizionali, guidata da slogan anti-sistema e da un rifiuto netto della mediazione con partiti e sindacati. Se da un lato questa forma post-organizzativa intercetta una sofferenza sociale concreta — dal precariato economico alla disillusione verso le istituzioni —, dall'altro finisce per creare un pericoloso vuoto di responsabilità. Quando la mobilitazione di massa rinuncia all'interlocuzione e fa dell'infiltrabilità un proprio tratto distintivo, il confine tra la protesta politica legittima e la guerriglia urbana sfuma inevitabilmente nei tafferugli e nei devastamenti.

​L'ipotesi di reato contestata ai promotori per istigazione e violenza organizzata apre una riflessione profonda sui nuovi linguaggi della piazza. I canali social non sono più semplici bacheche di appuntamento, ma veri e propri amplificatori in grado di mobilitare migliaia di giovanissimi, spesso giunti allo scontro spontaneo senza alcuna elaborazione politica. Quando l'algoritmo sostituisce la prassi assembleare e il "blocco della città" diventa fine e non mezzo, la radicalizzazione istantanea prevale sui contenuti.

​La risposta delle istituzioni, stretta tra misure di prevenzione, fermi e decreti di sicurezza, rischia tuttavia di affrontare solo la febbre senza curare l'infezione. La condanna della violenza di piazza deve essere ferma e senza appelli: chi devasta beni pubblici, aggredisce le forze dell'ordine o trasforma le manifestazioni in scontri adotta metodi inaccettabili in una democrazia. Allo stesso tempo, bollare l'intero disagio di una generazione come mero problema di ordine pubblico sarebbe un errore strategico.

​Il caso del "Movimento 17 ottobre" dimostra che l'assenza di leadership formali e l'avversione per le regole non rendono una protesta più libera, ma soltanto più vulnerabile all'estremismo e più facile da neutralizzare. La democrazia vive di conflitto e di piazza, ma esige responsabilità. Fino a quando la rabbia sociale continuerà a preferire lo scontro all'elaborazione di un'alternativa reale, la piazza rimarrà ostaggio di una violenza fine a se stessa, destinata a svuotare di significato le battaglie di chi scende in strada in buona fede.


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