Vittorio Bachelet: il giurista della democrazia tra fede, mitezza e servizio allo Stato
di Davide Tommasi
COPERTINO – 20 aprile 2026 – Esistono vite che, pur spezzate dalla violenza, continuano a parlare con una forza sommessa ma inarrestabile: quella della coerenza. In occasione del centenario della nascita (1926–2026), l’I.I.S.S. “Vittorio Bachelet” di Copertino ha celebrato il proprio ispiratore con un convegno solenne, trasformando l’aula scolastica in un autentico laboratorio di memoria viva.
L’incontro ha riunito magistrati, autorità civili e religiose in una riflessione corale su quella che è stata definita la figura di un “martire laico”: un uomo capace di abitare le istituzioni con il rigore del giurista e la mitezza del credente.
Apertura tra emozione e memoria
La cerimonia si è aperta con una suggestiva coreografia realizzata dagli studenti dell’istituto, capace di coniugare linguaggio artistico e memoria civile, coinvolgendo profondamente il pubblico fin dai primi istanti.
A seguire, è stato proiettato un video con la testimonianza di Rosy Bindi, già collaboratrice e segretaria di Vittorio Bachelet, che ha rievocato con parole intense il drammatico momento dell’attentato del 12 febbraio 1980 all’Università “La Sapienza” di Roma.
Il suo racconto ha restituito tutta la dimensione umana di quei tragici istanti, offrendo uno sguardo diretto e profondamente toccante su una delle pagine più dolorose della storia repubblicana.
Intervento del Dirigente scolastico Giuseppe Manco
A seguire, prende la parola il Dirigente scolastico dell’I.I.S.S. “Vittorio Bachelet” di Copertino, il professor Giuseppe Manco, che apre il suo intervento con un saluto istituzionale e un ringraziamento ai presenti.
«Signore e signori, studentesse e studenti, siamo qui presso l’auditorium dell’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore “Vittorio Bachelet” di Copertino, istituto tecnico, economico e professionale, per celebrare il centenario della nascita (1926–2026) del suo ispiratore, il grande giurista Vittorio Bachelet.
È un convegno, sì, ma anche un atto di riflessione e di approfondimento interamente dedicato a lui: il giurista della democrazia che ha saputo coniugare fede e servizio allo Stato con mite fierezza.
Il tema di oggi invita a riscoprire quanto cristianesimo e laicità possano convivere nella formazione di una visione alta delle istituzioni e della società. La figura di Bachelet ci interroga ancora oggi sulla centralità della legalità, delle norme e del loro rispetto: una parola che non può essere astratta, ma che deve tradursi in azioni concrete, quotidiane, condivise.
Parlo spesso di legalità con la “L” maiuscola del “noi”, non dell’“io”: un principio che può vivere solo se diventa responsabilità collettiva. Ubi societas, ibi ius: dove c’è società, c’è diritto. Una società senza regole diventa disordine, ma una società senza consapevolezza delle regole perde la propria coscienza civile.
La scuola, come primaria agenzia educativa, ha il compito di rendere vivo questo principio ogni giorno. Lo fanno i docenti, lo fanno gli studenti, lo fa tutto il personale: insieme, nella costruzione di una comunità educante.
Tutto questo, però, è possibile solo se si mantiene saldo il dialogo tra istituzioni, che rappresenta il fondamento della nostra democrazia.
Con questo spirito, rivolgo il mio benvenuto e ringraziamento ai relatori e alle autorità presenti: la professoressa Maurizia Pierri, la dottoressa Maria Antonietta Olivieri, l’ingegner Piergiorgio Mazzotta, il dottor Antonio Pasca, il dottor Antonio De Donno, il dottor Roberto Tanisi e tutte le autorità civili, militari e religiose, in particolare Sua Eccellenza il Vescovo Fernando Filograna.
A tutti auguro buon lavoro e un proficuo proseguimento dei lavori.»Un ponte tra le istituzioni
Vittorio Bachelet, assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980 sulle gradinate della Sapienza, non è stato ricordato come una vittima inerme, ma come un protagonista attivo della pace e della democrazia.
La dottoressa Maria Antonietta Olivieri ha delineato il profilo di un uomo che vedeva nel dialogo non una semplice strategia comunicativa, ma una necessità profonda e irrinunciabile dell’agire umano e politico: l’avversario non era mai concepito come un nemico da abbattere o da ridurre al silenzio, bensì come un interlocutore indispensabile nella costruzione paziente e condivisa del bene comune. Questa disposizione interiore lo portava a considerare il confronto non come uno scontro sterile, ma come uno spazio generativo, in cui le differenze diventano risorsa e non minaccia.
In un’epoca segnata da contrapposizioni radicali, da linguaggi semplificati e spesso aggressivi, la sua indole rappresentava una forma particolarmente alta di resistenza democratica, fondata sulla convinzione che la convivenza civile si alimenti proprio attraverso la capacità di ascoltare, comprendere e riconoscere dignità anche nelle posizioni opposte. In questo senso, il dialogo non era solo metodo, ma vero e proprio principio etico, capace di orientare le scelte e di dare sostanza a una visione inclusiva della comunità politica.
La memoria degli “anni di piombo”
Particolarmente intensa è stata la testimonianza del magistrato Antonio De Donno, che si trovava all’Università La Sapienza proprio il giorno dell’attentato. Il suo racconto ha contribuito a ricostruire con grande forza evocativa il clima di quegli anni, segnati da una tensione costante che molti hanno definito come una sorta di “guerra civile” non dichiarata. Le università erano spesso presidiate, sorvegliate o di fatto “blindate”, attraversate da un conflitto ideologico che non restava confinato alle aule ma si traduceva in contrapposizioni radicali e, talvolta, in violenza aperta. In quel contesto, la vita quotidiana di studenti e docenti si svolgeva in una condizione di precarietà emotiva e politica, sospesa tra l’impegno culturale e la minaccia concreta dell’estremismo.
In questo scenario si inserisce la figura di Vittorio Bachelet, la cui uccisione assume un significato emblematico. “Bachelet fu ucciso perché era l’uomo della mediazione”: questa frase sintetizza la percezione che i gruppi terroristici avevano di lui, individuandolo non come un simbolo di scontro, ma come un rappresentante di equilibrio istituzionale e dialogo. Il suo “crimine”, agli occhi di chi lo colpì, era proprio quello di difendere lo Stato di diritto senza ricorrere a scorciatoie autoritarie, rifiutando ogni logica di emergenza che sacrificasse le libertà fondamentali.
Bachelet era convinto che la democrazia non si preservi indebolendola, ma rafforzandola nei suoi strumenti e nelle sue garanzie: “più democrazia” come risposta alla crisi, più partecipazione e più fiducia nelle istituzioni. La sua figura diventa così il simbolo di un approccio riformista e non violento, tragicamente interrotto in una stagione in cui il confronto politico degenerava troppo spesso in scontro armato.
I tre pilastri della sua eredità
Il contributo di Vittorio Bachelet è stato analizzato lungo tre direttrici fondamentali:
1. Impegno civile e fede
Attraverso l’Azione Cattolica, visse la fede come responsabilità pubblica e servizio alla comunità. Per lui la spiritualità non era rifugio, ma azione.
2. Innovazione giuridica
I suoi studi di diritto amministrativo contribuirono a trasformare la Pubblica Amministrazione da potere autoritario a servizio del cittadino, fondato su etica, trasparenza e responsabilità.
3. Ruolo istituzionale al CSM
Come vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, operò in anni difficili segnati da divisioni interne e terrorismo, lavorando per la coesione dell’istituzione e la difesa della sua credibilità.
Il dottor Antonio Pasca Presidente del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) per la Puglia - Sede di Lecce ha evidenziato la portata innovativa del suo pensiero giuridico, soffermandosi in particolare sulla capacità di anticipare alcune evoluzioni interpretative del diritto e di proporre soluzioni originali rispetto ai problemi emergenti. Ha inoltre ricordato come tale approccio si sia sempre distinto per rigore metodologico e apertura al confronto, contribuendo in modo significativo al dibattito giuridico contemporaneo.
Il dottor Roberto Tanisi ha invece ricordato il suo ruolo di mediazione all’interno del CSM, sottolineando la sua attitudine al dialogo istituzionale e la sua costante ricerca di equilibrio tra posizioni anche molto distanti. In questo contesto, è stata messa in luce la sua capacità di favorire soluzioni condivise nei momenti di maggiore complessità, mantenendo sempre un forte senso di indipendenza e di responsabilità.
L’ingegner Piergiorgio Mazzotta, delegato regionale AC Puglia e vicedirettore dell'Ufficio per il laicato della Diocesi di Nardò-Gallipoli.infine, ha posto l’accento sulla dimensione etico-religiosa del suo impegno civile, evidenziando come tale ispirazione abbia rappresentato un punto fermo nel suo operato e nella sua visione della responsabilità pubblica. Ha inoltre ricordato come questi valori abbiano orientato le sue scelte personali e professionali, contribuendo a delineare un profilo di coerenza e dedizione costante al bene comune.
Il riferimento istituzionale e il contesto storico
Nel corso del convegno è stato richiamato anche il monito del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al CSM, sulla necessità di una giustizia trasparente, efficiente e credibile, pienamente coerente con l’eredità di Bachelet.
Il dialogo con gli studenti
Uno dei momenti più significativi dell’incontro è stato il confronto diretto con gli studenti, che hanno partecipato con attenzione e spirito critico, ponendo domande e riflessioni sui temi affrontati. Il dialogo si è rivelato particolarmente intenso e partecipato, proprio perché ha permesso di tradurre concetti teorici in esperienze e interrogativi concreti.
È emerso con forza il tema della credibilità personale e istituzionale: non basta conoscere le regole, è necessario viverle ogni giorno con coerenza, assumendosi la responsabilità delle proprie azioni. In questo senso, è stato ribadito come la legalità non sia soltanto un insieme di norme astratte, ma una pratica quotidiana che si costruisce attraverso comportamenti coerenti, scelte consapevoli e rispetto degli altri.
Altro tema centrale è stato quello del perdono, richiamato con particolare intensità dalle parole di Giovanni Bachelet pronunciate durante i funerali del padre. Il messaggio “Che sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta” è stato proposto come invito a superare la logica del conflitto e della ritorsione, aprendo invece alla possibilità della riconciliazione e di una giustizia che non si riduca alla mera reazione emotiva, ma che sappia mantenere una dimensione profondamente umana e civile.
Etica, diritto e servizio
Nel dibattito è emersa con chiarezza una visione alta del diritto: non come strumento di potere, ma come servizio alla collettività. Il giurista e il magistrato sono chiamati a essere garanti della fiducia pubblica e della tenuta democratica delle istituzioni.
Un’eredità morale universale
A chiusura dell’incontro è stato ricordato Rabindranath Tagore:
“Dormivo e sognavo che la vita fosse gioia.
Mi svegliai e vidi che la vita era servizio.
Servii e vidi che il servizio era gioia.”
Partecipazione istituzionale e interventi
La giornata ha visto la partecipazione di numerose autorità civili, militari e istituzionali, tra cui rappresentanti della Prefettura, delle forze dell’ordine, dell’Esercito, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato e amministratori locali.
Sono intervenuti inoltre rappresentanti del mondo associativo, culturale e scolastico, oltre al sindaco, che ha sottolineato l’importanza della scelta consapevole e della partecipazione democratica delle nuove generazioni.
Particolarmente sentito anche il ringraziamento alle docenti e agli studenti dell’indirizzo grafico che hanno curato la comunicazione dell’evento (manifesti, brochure, allestimenti), e all’intera comunità scolastica per l’organizzazione.
Il convegno si è concluso con la consegna delle targhe ai relatori e con una foto istituzionale collettiva che ha riunito scuola, studenti e autorità.
A cento anni dalla nascita, Vittorio Bachelet continua a rappresentare una figura centrale della cultura giuridica e civile italiana: un esempio di equilibrio, dialogo e responsabilità.
La sua eredità resta un messaggio attuale e necessario: la democrazia non si difende con la forza, ma con la credibilità, il servizio e la capacità di riconoscere nell’altro un interlocutore, mai un nemico.