Violenza domestica e mafie: il nodo che regge il potere
di Davide Tommasi
Presentazione di Predatori: un invito a rompere il silenzio e a costruire una risposta strutturale e collettiva.
Di fronte a una platea composta da amministratori, operatori sociali, forze dell’ordine, associazioni e cittadinanza, la presentazione di Predatori. Sesso e violenza nelle mafie di Celeste Costantino si configura non solo come evento culturale, ma come momento di analisi civile su un tema ancora troppo marginalizzato nel discorso pubblico: la dimensione di genere nei sistemi criminali organizzati.
CAMPI SALENTINA – Il 24 febbraio, alle ore 17:00, nella Sala “Don Pietro Serio” di Campi Salentina, l’incontro promosso con il patrocinio della Regione Puglia e il sostegno dei comuni del Nord Salento offrirà uno spazio di approfondimento interdisciplinare. Il volume, pubblicato da Fandango Libri, affronta il tema della violenza maschile contro le donne nelle mafie come elemento strutturale e funzionale alla riproduzione del potere criminale.
L’analisi proposta da Celeste Costantino
Attivista, già deputata nella XVII legislatura e da sempre impegnata sui temi dei diritti, dell’antimafia e delle politiche di genere, Celeste Costantino – nata a Melito di Porto Salvo nel 1979, laureata in Filosofia all’Università della Calabria – ha intrecciato nel tempo elaborazione culturale e azione politica. La sua esperienza parlamentare nella Commissione Cultura, Scienza e Istruzione e il lavoro sui diritti umani a livello europeo costituiscono il retroterra istituzionale da cui prende forma anche l’analisi sviluppata in Predatori. Sesso e violenza nelle mafie.
L’impostazione del volume si colloca in un ambito interdisciplinare che richiama la criminologia critica, la sociologia giuridica e i gender studies. La tesi centrale è netta: nelle organizzazioni mafiose la subordinazione femminile non rappresenta una mera eredità culturale del contesto sociale di riferimento, ma una componente strutturale dell’architettura del potere.Secondo l’autrice, il controllo sui corpi, sulla sessualità e sull’autodeterminazione delle donne risponde a tre funzioni sistemiche:
Funzione identitaria – La costruzione dell’onore maschile e della reputazione del clan passa attraverso la sorveglianza e la disciplina delle donne appartenenti alla famiglia mafiosa. L’onore diventa così un dispositivo relazionale che misura il prestigio del gruppo.
Funzione regolativa interna – La famiglia mafiosa si configura come primo livello di controllo sociale. In questo ambito, la violenza domestica non è solo sopraffazione privata, ma meccanismo di stabilizzazione gerarchica e riproduzione dell’ordine interno.
Funzione simbolica e comunicativa – La violenza esercitata o minacciata rafforza il messaggio di dominio verso l’esterno, consolidando reputazione, capacità di intimidazione e deterrenza criminale.
«Ho scritto Predatori – afferma Costantino – per rompere un silenzio. Per troppo tempo la violenza di genere nelle mafie è stata considerata un fatto privato. In realtà è parte integrante del sistema di potere. Parlare di questo significa colpire il cuore culturale delle organizzazioni mafiose.»
Il libro evidenzia come il paradigma patriarcale mafioso si fondi su una maschilità performativa: l’uomo affiliato dimostra affidabilità e appartenenza anche attraverso la capacità di esercitare controllo sulle donne della propria famiglia. In questa prospettiva, la violenza non è soltanto un reato da reprimere penalmente, ma un codice culturale che contribuisce alla riproduzione del sistema criminale.
L’analisi si spinge oltre la dimensione repressiva, sostenendo che il contrasto alla criminalità organizzata richiede un intervento anche sul piano simbolico e culturale. Smantellare il potere mafioso significa dunque intervenire sulle sue fondamenta relazionali: il dominio patriarcale, la cultura dell’onore e il controllo come strumento di legittimazione.
In questo quadro, la riflessione proposta non si limita alla denuncia, ma invita a una responsabilità collettiva: istituzioni, scuola, servizi sociali e società civile sono chiamati a riconoscere la violenza di genere come nodo strutturale del fenomeno mafioso, non come sua appendice marginale.
Il ruolo delle istituzioni locali
Il sindaco Alfredo Paolo Fina richiama con forza la responsabilità delle amministrazioni pubbliche, sottolineando come le istituzioni non possano limitarsi a un ruolo formale, ma debbano farsi promotrici attive di cultura, dialogo e consapevolezza civile. «Ospitare un confronto di questo livello nella nostra città è un segnale chiaro», afferma, evidenziando il valore simbolico e concreto di iniziative capaci di coinvolgere cittadini, associazioni e giovani generazioni.
Secondo il primo cittadino, momenti di approfondimento e riflessione rappresentano strumenti fondamentali per rafforzare il tessuto democratico e contrastare fenomeni che minano la convivenza civile. «Le istituzioni devono promuovere cultura e consapevolezza», ribadisce, indicando nella formazione delle coscienze il terreno su cui costruire un cambiamento duraturo.
Per il sindaco, infatti, la lotta alla violenza e alla mafia non si esaurisce nell’azione repressiva, ma richiede un impegno costante sul piano educativo e sociale: è attraverso l’informazione, il confronto e la partecipazione attiva che si possono radicare valori di legalità, rispetto e responsabilità collettiva.
L’assessore ai Servizi Sociali, Alessandro Conversano, ha esortato a un impegno condiviso e concreto nel suo intervento, con i ringraziamenti alla presidente del Centro Antiviolenza Renata Fonte e a Maria Luisa Toto per il lavoro prezioso svolto sul territorio. Conversano ha sottolineato come il tema della violenza di genere vada affrontato in una cornice operativa e strutturata: «La violenza di genere è un fenomeno sistemico. Richiede un approccio integrato: servizi sociali, centri antiviolenza, scuole, magistratura e terzo settore devono lavorare in rete. Senza un coordinamento territoriale efficace, la presa in carico delle vittime resta fragile e frammentaria.»
L’assessore ha quindi esortato tutti gli attori coinvolti a rafforzare la collaborazione, facendo riferimento al modello multidisciplinare previsto dalle linee guida nazionali in materia di contrasto alla violenza domestica. Tali linee guida indicano protocolli condivisi tra enti locali e autorità giudiziaria, strumenti fondamentali per garantire un percorso di sostegno completo e sicuro per le donne vittime di violenza.
La prospettiva giudiziaria: tra repressione e prevenzione
L’ex procuratore capo Antonio De Donno offre una lettura maturata in anni di esperienza nel contrasto alla criminalità organizzata e nelle inchieste antimafia: «Nelle indagini emerge con chiarezza la centralità della famiglia all’interno della struttura mafiosa. La subordinazione delle donne non è solo una questione sociale o culturale: è funzionale alla tenuta stessa dell’organizzazione. Smantellare il sistema significa intervenire non solo sugli aspetti criminali evidenti, ma anche su quel modello patriarcale che ne costituisce l’ossatura e che ne garantisce la continuità generazionale.»
Secondo De Donno, comprendere il ruolo della violenza domestica all’interno del contesto mafioso è essenziale per costruire strategie efficaci di prevenzione e repressione. Dal punto di vista tecnico-giuridico, il legame tra violenza domestica e criminalità organizzata solleva questioni delicate e complesse: dalla protezione delle testimoni alla gestione del rischio di ritorsioni, fino all’applicazione di misure cautelari e all’inserimento nei programmi di protezione speciale. In ambienti ad alta densità criminale, denunciare violenze o comportamenti illeciti comporta un’esposizione amplificata, non solo per la vittima diretta, ma anche per la sua rete familiare e sociale.
De Donno sottolinea inoltre che l’efficacia degli interventi giudiziari dipende dalla capacità dello Stato di integrare repressione e prevenzione. Non basta perseguire gli autori dei reati: è necessario promuovere programmi di sostegno alle vittime, interventi educativi nelle scuole e nelle comunità, e politiche che favoriscano l’emancipazione femminile, creando così un sistema resiliente capace di spezzare le dinamiche di sopraffazione e controllo tipiche delle organizzazioni mafiose.
Linguaggio, narrazione e responsabilità sociale
La giornalista e assistente sociale Francesca Pastore sottolinea l’importanza cruciale del discorso pubblico nel modo in cui la società percepisce la violenza di genere: «Le parole costruiscono realtà. Se continuiamo a trattare la violenza come un raptus o come un fatto privato, rischiamo di depoliticizzarla e di sminuire la responsabilità collettiva. Serve una narrazione consapevole, capace di riconoscere la matrice culturale della sopraffazione e di mettere in luce le dinamiche di potere alla base del fenomeno.»
Secondo Pastore, la dimensione mediatica gioca un ruolo centrale nella formazione della percezione collettiva. Una comunicazione attenta e non stereotipata non solo contribuisce a ridurre la vittimizzazione secondaria, ma promuove anche una cultura del rispetto, della responsabilità e della prevenzione. La scelta delle parole, dei titoli e dei contesti narrativi diventa quindi uno strumento di responsabilità sociale: parlare correttamente della violenza significa non solo informare, ma educare la comunità, sensibilizzare le istituzioni e incoraggiare un cambiamento culturale profondo.
Centri antiviolenza: proteggere, sostenere, dare coraggio
Maria Luisa Toto, presidente del Centro Antiviolenza “Renata Fonte”, ricorda con forza che ogni riflessione teorica deve tradursi in azione concreta: «Ogni denuncia rompe un equilibrio di potere. Le donne che vivono in contesti mafiosi affrontano un doppio isolamento: quello familiare, spesso imposto da legami di sangue o convenzioni sociali, e quello territoriale, dove la paura del controllo sociale e delle ritorsioni rende ogni passo estremamente difficile. Per questo è fondamentale costruire una rete che le sostenga, le protegga e dia loro fiducia: senza rete, ogni percorso rischia di restare fragile e incompleto.»
Toto ripercorre alcuni momenti che hanno segnato la storia del centro e il cammino delle donne che vi si rivolgono. «Campi Salentina è sempre nel mio cuore», racconta, «per una serie di fatti che voglio condividere pubblicamente proprio ora. Ricordo ancora quando il centro era in una sede non agibile, con spazi ridotti e difficoltà quotidiane che sembravano insormontabili. Una mattina mi chiama l’assessore Alessandro Conversano e mi dice: “Presidente, ho trovato la sede del Centro Antiviolenza Renata Fonte”. Quel gesto, semplice ma pieno di umanità, ha segnato una vera svolta: ci ha permesso di dare continuità al lavoro, di accogliere più donne, e di far sentire loro che non erano sole.»
Secondo Toto, nei contesti dove il controllo sociale è forte e pervasivo, la presa in carico delle vittime richiede più di un semplice supporto emotivo. «Servono protocolli di sicurezza rafforzati, valutazioni del rischio personalizzate e percorsi concreti di autonomia economica. Non si tratta di dettagli burocratici: sono strumenti essenziali per spezzare la dipendenza dal sistema familiare e permettere alle donne di ricostruire la propria vita con dignità, sicurezza e fiducia nel futuro.»
Il lavoro dei centri antiviolenza, spiega, è anche quello di creare un “spazio di normalità” dentro un contesto spesso ostile. Ogni colloquio, ogni percorso di accompagnamento, ogni attività educativa o formativa diventa un piccolo ma potente gesto di resistenza contro le dinamiche di sopraffazione. «La nostra sfida quotidiana», conclude Toto, «è far sentire alle donne che la loro voce conta, che il loro coraggio ha un peso reale, e che la società tutta deve fare la propria parte perché la violenza non diventi mai normale.»
Una rete territoriale come risposta sistemica
L’iniziativa coinvolge anche i comuni di Novoli, Veglie, Squinzano e Carmiano, segnale di una volontà politica condivisa.
L’approccio che emerge è chiaro: il contrasto alla criminalità organizzata non può limitarsi all’azione repressiva dello Stato. Deve includere prevenzione culturale, educazione alle differenze, rafforzamento dei servizi territoriali e promozione di modelli relazionali non violenti.
Presentare Predatori significa, in definitiva, riconoscere che la violenza di genere nelle mafie non è un capitolo marginale, ma un nodo strutturale. E che la risposta, per essere efficace, deve essere altrettanto strutturale: giuridica, sociale, educativa e culturale.Perché scardinare il dominio mafioso significa anche liberare le donne dal silenzio imposto dal potere.