Tra due mari, una scelta: il dialogo
di Davide Tommasi
Appello per il Mediterraneo
A Otranto, dove due mari si incontrano, il dialogo diventa responsabilità
Otranto, Castello Aragonese – 4 gennaio 2026
Nel silenzio denso di storia del Castello Aragonese di Otranto, affacciato sul punto esatto in cui Adriatico e Ionio si incontrano, il dialogo è tornato a essere qualcosa di più di una parola. È diventato una scelta consapevole. Un gesto civile. Un atto di responsabilità.
Non un rituale culturale, né una formula di circostanza. Ma il bisogno urgente di fermarsi, guardarsi, ascoltarsi, mentre il mondo continua a parlare il linguaggio delle armi, dei muri, delle appartenenze rigide. In un tempo attraversato da conflitti che si moltiplicano, da alleanze che si sgretolano e da una politica internazionale sempre più incapace di ascolto, l’Appello per il Mediterraneo ha scelto di restituire centralità alla parola e al confronto.
A fare da bussola morale all’intero incontro, il pensiero di Predrag Matvejević:
«Un’identità dell’essere offusca un’identità del fare».
Parole che sembrano scritte per il nostro presente, in cui le identità diventano spesso trincee, mentre il fare insieme viene rimandato, svuotato, tradito.
Otranto, soglia del Mediterraneo
Otranto non è solo una città sul mare. È una soglia storica e simbolica. Qui l’Italia guarda i Balcani e il Levante, qui l’Europa tocca il Mediterraneo più profondo. Qui i mari non si oppongono: dialogano.
Essere ponte tra due mari significa vivere da sempre nella complessità. Conoscere il peso delle invasioni e la ricchezza degli scambi, la paura dell’altro e la necessità dell’incontro. Otranto porta questa responsabilità nella propria storia e nel proprio paesaggio, ed è per questo che da qui l’appello al Mediterraneo assume un valore che va oltre l’evento stesso.
Oggi questo mare è il luogo in cui si concentrano alcune delle fratture più dolorose del mondo: guerre senza soluzione, popoli schiacciati da interessi geopolitici contrapposti, migrazioni ridotte a emergenza permanente. Un mare che rischia di smettere di essere spazio di civiltà per diventare confine definitivo.
Voci diverse, un’unica urgenza
Nel corso dell’incontro, i relatori hanno dato vita a un dialogo intenso, privo di scorciatoie e semplificazioni.
Mario Soldaini ha ricordato che il dialogo internazionale non può essere delegato alle sole diplomazie ufficiali:
«Quando la politica rinuncia al confronto, lo spazio viene occupato dalla violenza. Il Mediterraneo ci chiede oggi una responsabilità collettiva».
Raffaele Gorgoni ha posto l’accento sul ruolo delle comunità locali come luoghi di resistenza civile e culturale, capaci di costruire cooperazione anche quando i grandi equilibri globali falliscono. In questo senso, Otranto diventa laboratorio di una possibile convivenza.
L’intervento di Ilan Pappé ha attraversato l’attualità internazionale con lucidità e coraggio, denunciando l’uso strumentale delle identità, l’erosione del diritto internazionale e il silenzio selettivo della comunità globale. Senza verità e senza giustizia, ha ricordato, non può esistere una pace duratura.
Enzo Pranzini ha riportato l’attenzione sul Mediterraneo come ambiente condiviso, fragile e ferito, sottolineando come crisi geopolitiche e crisi ambientali siano ormai inseparabili. Senza cooperazione reale, il mare che unisce rischia di non essere più recuperabile.
La moderazione di Elio Paiano ha tenuto insieme le diverse prospettive, trasformando il confronto in uno spazio di ascolto autentico, capace di coinvolgere profondamente anche il pubblico.
La poesia come lingua comune
A interrompere e allo stesso tempo approfondire il dibattito è stato uno dei momenti più intensi dell’incontro: la lettura di poesie di autori provenienti da diverse sponde del Mediterraneo.
A dar loro voce è stato l’attore e sceneggiatore otrantino Mario Morroi, che con una lettura sobria e potente ha trasformato la poesia in un vero atto di dialogo internazionale. Le parole, nate in lingue diverse, hanno attraversato il Castello Aragonese senza bisogno di traduzioni emotive, parlando direttamente al cuore dei presenti.
In quel momento il Mediterraneo non era più un tema da analizzare, ma un’esperienza condivisa. La poesia ha dato voce ai popoli feriti, agli esiliati, agli invisibili della storia, ricordando che prima delle diplomazie esiste l’umano.
La voce della città: la responsabilità dei luoghi
A chiudere l’incontro è stato l’intervento del Sindaco di Otranto, Avv. Francesco Bruni, che ha dato al dibattito una dimensione insieme istituzionale e profondamente umana.
«Otranto non può sottrarsi alla propria storia. Essere ponte tra due mari non è solo un fatto geografico, ma una responsabilità. Ciò che accade sull’altra sponda del Mediterraneo ci riguarda direttamente, umanamente e politicamente».
Il Sindaco ha sottolineato il ruolo decisivo delle città di confine nel riaffermare i valori del dialogo e della cooperazione:
«Quando il linguaggio internazionale si irrigidisce, sono i territori a poter tenere aperti i canali dell’incontro. Le comunità locali possono diventare presìdi di pace, luoghi in cui la cultura anticipa la politica».
Un appello che resta aperto
Promosso dall’APS Le Tradizioni Mediterranee, in collaborazione con il Comune di Otranto, nell’ambito della XXVII edizione di Alba dei Popoli, l’Appello per il Mediterraneo non si è concluso con un documento formale.
Si è concluso con un impegno implicito: continuare a parlare, continuare a costruire ponti, anche quando sembra difficile, anche quando sembra inutile.
Nel Castello Aragonese, tra mappe antiche, rose dei venti e nomi arcaici della costa, il Mediterraneo è tornato a essere ciò che è sempre stato nei suoi momenti migliori: uno spazio di relazione.
Il 4 gennaio, a Otranto, dove due mari si incontrano, è stato ricordato che il dialogo non è debolezza.
È, oggi più che mai, una forma di coraggio collettivo.