Poggiardo, la notte dei tamburi della pace: musica, tradizione e grandi artisti per celebrare la Capitale del Folklore
di Davie Tommasi
POGGIARDO – C'è una piazza che canta, che batte le mani, che si lascia attraversare dal ritmo dei tamburelli. E c'è una città che, attraverso la musica, riscopre e racconta la propria identità. È stata una serata di emozioni, tradizione e cultura quella vissuta a Poggiardo per celebrare il prestigioso riconoscimento di Capitale del Folklore 2025, assegnato alla cittadina dalla Federazione Italiana Tradizioni Popolari.
Un appuntamento che ha portato sul palco i protagonisti della tradizione salentina, giovani musicisti e due ospiti d'eccezione del calibro di Tony Esposito e Maurizio Trippitelli, in un viaggio musicale capace di attraversare il Salento, Napoli, il Mediterraneo e l'Africa.
Ma soprattutto una serata che ha messo al centro una parola semplice e potente: pace.
I bambini aprono la festa: il futuro comincia dai tamburelli
Ad aprire la manifestazione sono stati i giovanissimi Tamburellisti di Otranto Junior.
Piccoli musicisti davanti a una grande piazza, con i tamburelli tra le mani e l'emozione di chi sa di essere protagonista di qualcosa che va oltre lo spettacolo.
Il loro ingresso è stato accolto da un lungo applauso. Ed è proprio da loro che è arrivato il messaggio più autentico della serata: una tradizione può continuare a vivere soltanto se qualcuno la raccoglie e la porta avanti.
Quei bambini hanno rappresentato il passaggio ideale tra la memoria dei nonni e il futuro delle nuove generazioni.
Antonio Ciriolo: «Un riconoscimento che ci rende orgogliosi»
Dal palco, il sindaco di Poggiardo Antonio Ciriolo ha ricordato il significato e il valore del prestigioso titolo ottenuto dalla città, sottolineando come Poggiardo sia stata la prima realtà della provincia di Lecce a ricevere il riconoscimento di Capitale del Folklore. Un traguardo importante, che rappresenta motivo di orgoglio non soltanto per l'Amministrazione comunale, ma per l'intera comunità, chiamata oggi a riscoprire, valorizzare e tramandare il proprio patrimonio di storia, cultura e tradizioni.
Nel suo intervento, Ciriolo ha voluto evidenziare come il riconoscimento sia il risultato di un percorso costruito nel tempo e reso possibile anche grazie alla collaborazione con la Federazione Italiana Tradizioni Popolari. Il sindaco ha rivolto un sentito ringraziamento al presidente nazionale Gerardo Bonifati, al presidente regionale Massimo Panarese e al tesoriere regionale Antonio Coriglione, sottolineando il valore del lavoro svolto insieme e l'importanza di una rete capace di mettere in relazione istituzioni, associazioni e realtà culturali del territorio.
Un riconoscimento, dunque, che va ben oltre la semplice attribuzione di un titolo e che invita Poggiardo a raccontare la propria identità attraverso tutte le espressioni che nel corso dei secoli hanno contribuito a costruirla. Proprio su questo punto il sindaco ha voluto fare chiarezza, ricordando che folklore non significa soltanto pizzica. La musica e la danza popolare rappresentano certamente una componente fondamentale
Massimo Panarese: la tradizione non è un ricordo, è futuro
A dare forma e identità alla serata è stato Massimo Panarese, presidente regionale della Federazione Italiana Tradizioni Popolari e direttore artistico dell’evento. Un ruolo che non si è limitato alla semplice organizzazione della manifestazione, ma che ha rappresentato il punto di partenza di un progetto più ampio, costruito attorno alla volontà di riportare la musica popolare al centro della vita culturale e sociale del territorio.
Da anni Panarese è impegnato nella valorizzazione delle tradizioni musicali e culturali, con particolare attenzione alla formazione delle nuove generazioni. Un percorso che nella manifestazione di Poggiardo ha trovato una delle sue espressioni più significative, grazie a un programma capace di unire esperienza, ricerca, spettacolo e soprattutto trasmissione del patrimonio immateriale.
Il palco di Poggiardo ha così messo insieme generazioni diverse, creando un dialogo ideale tra bambini, ragazzi, musicisti con una lunga esperienza alle spalle e artisti di fama internazionale. Una presenza trasversale che ha restituito alla musica popolare la sua dimensione più autentica: quella di un linguaggio vivo, capace di parlare a pubblici differenti e di rinnovarsi senza perdere il legame con le proprie radici.
La scelta di coinvolgere giovani musicisti e interpreti di diversa provenienza non è stata casuale. La tradizione, infatti, non può vivere soltanto nelle fotografie, negli archivi o nei racconti del passato. Per
Alessia Resta: una festa costruita per tutta la comunità
Accanto al sindaco e agli organizzatori, anche Alessia Resta, assessore agli Eventi e agli Spettacoli del Comune di Poggiardo, ha contribuito alla realizzazione di una manifestazione pensata per coinvolgere l’intera comunità e dare al momento celebrativo una dimensione ancora più partecipata e condivisa.
Non una semplice serata celebrativa, ma un evento capace di trasformare il riconoscimento in un’occasione di incontro, socialità e valorizzazione del territorio. L’obiettivo è stato quello di portare la celebrazione fuori dai soli ambiti istituzionali, facendola diventare un momento da vivere insieme, nel quale cittadini e visitatori potessero sentirsi parte di un’esperienza comune.
La scelta di affidare alla musica e allo spettacolo un ruolo centrale ha contribuito a creare un’atmosfera di festa, rendendo la serata accessibile e coinvolgente per un pubblico eterogeneo. Un modo per accompagnare il significato del riconoscimento con una proposta capace di parlare direttamente alla comunità, attraverso il linguaggio universale della musica e dello stare insieme.
La piazza piena e la partecipazione del pubblico hanno restituito il senso di un appuntamento costruito per condividere, ascoltare musica e riscoprire una parte importante della propria storia. La presenza numerosa dei cittadini ha rappresentato forse il segnale più significativo della riuscita della serata, confermando quanto gli eventi pubblici possano diventare occasioni preziose per rafforzare il senso di appartenenza e il legame con il proprio territorio.
Tra musica, momenti di spettacolo e partecipazione, la serata ha così assunto il carattere di una vera festa collettiva. Non soltanto un’occasione per celebrare un risultato, ma anche un momento per ritrovarsi, incontrarsi e condividere emozioni, dando spazio alla memoria e al racconto di una comunità che guarda alle proprie radici con orgoglio.
In questo contesto, il ruolo dell’amministrazione comunale è stato quello di accompagnare e sostenere un’iniziativa capace di mettere al centro le persone e la loro partecipazione. La collaborazione tra istituzioni, organizzatori e realtà del territorio ha permesso di costruire un appuntamento in cui il riconoscimento ottenuto è diventato il punto di partenza per una celebrazione più ampia, capace di coinvolgere la cittadinanza e di valorizzare l’identità di Poggiardo.
Una serata, dunque, che ha saputo andare oltre la dimensione formale dell’evento, trasformandosi in un momento di comunità. Per qualche ora la piazza è diventata il luogo della condivisione e dell’incontro, uno spazio nel quale celebrare il presente senza dimenticare la storia e le tradizioni che hanno contribuito a costruire l’identità del paese.
Antonio Coriglione: «Poggiardo aveva tutte le carte in regola»
Antonio Coriglione: «Poggiardo aveva tutte le carte in regola»
A rappresentare la Federazione Italiana Tradizioni Popolari è intervenuto anche Antonio Coriglione, tesoriere regionale della Federazione, che nel corso della serata ha sottolineato il valore del percorso intrapreso da Poggiardo e il riconoscimento ottenuto anche al di fuori dei confini locali.
Coriglione ha ricordato come l'esperienza maturata dalla città sia stata al centro dell'attenzione anche durante l'Assemblea Nazionale della Federazione Italiana Tradizioni Popolari, dove il lavoro portato avanti negli anni è stato indicato come un esempio significativo di come la valorizzazione delle tradizioni possa trasformarsi in uno strumento concreto di promozione culturale e territoriale.
«Poggiardo aveva tutte le carte in regola», è il senso dell'intervento di Coriglione, che ha evidenziato la capacità della comunità di costruire un percorso nel quale memoria e futuro non rappresentano due dimensioni separate, ma parti dello stesso progetto. Le tradizioni, infatti, non vengono considerate soltanto come una testimonianza del passato, ma come un patrimonio vivo, capace di creare occasioni di incontro, di partecipazione e di conoscenza.
Il modello sviluppato a Poggiardo è stato così presentato come un'esperienza capace di mettere insieme cultura, identità, tradizione e promozione del territorio. Un lavoro che parte dalla riscoperta delle proprie radici per arrivare a una narrazione nuova e contemporanea della comunità, rendendo il patrimonio immateriale un elemento in grado di coinvolgere anche chi arriva da fuori.
In questa prospettiva assume un significato particolare anche il Premio delle Radici del Futuro, nato proprio a Poggiardo. Un'iniziativa che guarda alla memoria e alle tradizioni, ma lo fa con uno sguardo rivolto alle nuove generazioni, nella consapevolezza che custodire un patrimonio significa anche riuscire a trasmetterlo e renderlo comprensibile e attrattivo per il futuro.
Il premio e le attività legate alla valorizzazione delle tradizioni diventano quindi tasselli di un progetto più ampio, nel quale la cultura popolare può rappresentare non soltanto un elemento identitario, ma anche
Pasquale De Santis, il ponte tra territorio, Pro Loco e Federazione
Nel progetto ha avuto un ruolo importante anche Pasquale De Santis, presidente provinciale della Federazione Italiana Tradizioni Popolari e presidente della Pro Loco di Poggiardo.
La sua presenza rappresenta un elemento significativo, perché testimonia il forte legame tra il mondo della Federazione, l’associazionismo e la comunità locale. Un legame che non si limita alla semplice valorizzazione delle tradizioni, ma che diventa occasione di confronto, collaborazione e partecipazione attiva.
La tutela e la promozione del patrimonio immateriale, infatti, non possono essere affidate a una sola realtà. Una tradizione, per essere davvero viva, deve essere conosciuta, praticata, condivisa e trasmessa alle nuove generazioni. Ha bisogno di una rete capace di mettere insieme competenze, esperienze e sensibilità diverse: amministratori, associazioni culturali, Pro Loco, musicisti, artisti, ricercatori, volontari e, soprattutto, cittadini.
È proprio attraverso questa rete che il patrimonio culturale può uscire dagli archivi e dai racconti del passato per tornare a essere una componente attiva della vita della comunità. Le tradizioni non rappresentano soltanto una testimonianza di ciò
“Tamburi della Pace”: quando la musica diventa messaggio
Il cuore della manifestazione è stato racchiuso nel titolo “Tamburi della Pace”, un nome capace di sintetizzare il messaggio e l’atmosfera dell’intera serata.
E la musica ha mantenuto pienamente la sua promessa.
A dare il via alle emozioni sono stati i giovani tamburellisti, protagonisti di un’esibizione energica e coinvolgente. Il suono dei tamburi ha riempito lo spazio, trasformandosi in un linguaggio universale, fatto di ritmo, condivisione e partecipazione. Giovani interpreti che, attraverso la musica e la tradizione, hanno portato sul palco non soltanto la loro energia, ma anche un messaggio di speranza e di futuro.
Poi è arrivata la voce di Melissa Memmi, che ha regalato al pubblico alcuni dei momenti più intensi della serata. Con sensibilità e grande trasporto, l’artista ha interpretato Stella stellina di Ermal Meta e Imagine di John Lennon, due brani profondamente diversi ma accomunati da una forte capacità evocativa.
La sua voce ha accompagnato il pubblico in una parentesi più intima e raccolta, quasi sospesa nel tempo. Per qualche istante il ritmo dei tamburi ha lasciato spazio alle parole, alle melodie e alle emozioni, creando un’atmosfera di particolare intensità. Imagine, in particolare, ha assunto un significato ancora più forte all’interno di una manifestazione dedicata alla pace: le note del celebre brano hanno richiamato un ideale di fratellanza e di convivenza, trasformando la musica in un vero e proprio messaggio universale.
È stato un momento di ascolto e riflessione, capace di coinvolgere il pubblico non soltanto attraverso la bellezza dell’esecuzione, ma anche attraverso il significato dei brani scelti.
Una parentesi più intima, dunque, quasi sospesa, prima che il ritmo tornasse nuovamente protagonista e riportasse la serata alla sua dimensione corale, fatta di energia, suoni e partecipazione. Perché nei “Tamburi della Pace” il ritmo non è stato soltanto musica: è diventato il battito simbolico di una comunità riunita per condividere un messaggio di pace, attraverso le voci, le tradizioni e la forza della musica.
Tony Esposito e Maurizio Trippitelli: due grandi percussionisti sul palco di Poggiardo
Poi il pubblico ha incontrato due ospiti d'eccezione: Tony Esposito e Maurizio Trippitelli.
Due percussionisti di grande calibro, due mondi musicali che si sono incontrati sul palco di Poggiardo dando vita a un dialogo fatto di ritmo, contaminazioni e improvvisazione.
Maurizio Trippitelli, con il suo ensemble, ha portato in scena una ricerca musicale capace di unire percussioni, tradizione e musica per il cinema.
Un percorso che ha trovato uno dei suoi momenti più suggestivi nell'omaggio alle colonne sonore legate a “Mission” e “Nuovo Cinema Paradiso”, evocando anche il rapporto professionale con il grande Ennio Morricone.
Accanto a lui, Tony Esposito, storico protagonista della musica italiana e profondo conoscitore delle percussioni, ha portato sul palco la sua straordinaria capacità di mescolare ritmi napoletani, mediterranei e influenze africane.
Dall'Africa al Salento, un viaggio fatto di ritmo
È stato proprio Tony Esposito a condurre il pubblico in un vero e proprio viaggio musicale verso l’Africa, alle radici di una tradizione fatta di ritmo, energia e comunicazione.
Sul palco, tamburi, marimba e kalimba hanno dato forma a un racconto sonoro capace di andare oltre la semplice esibizione. Ogni strumento ha portato con sé una storia, una memoria, un legame profondo con culture nelle quali la musica e le percussioni hanno da sempre rappresentato molto più di un accompagnamento: un modo per comunicare, celebrare, tramandare e creare comunità.
Il suono dei tamburi ha così assunto una dimensione quasi ancestrale, riportando idealmente il pubblico alle origini del ritmo e a quella pulsazione primordiale che accomuna popoli e culture apparentemente lontani. La marimba e la kalimba hanno arricchito il percorso con timbri e sonorità differenti, contribuendo a costruire un’atmosfera suggestiva e coinvolgente.
E poi, a rendere ancora più speciale il momento, è arrivata l’improvvisazione.
Nessun finale deciso in anticipo, nessuno schema rigido da seguire, nessuna sequenza prestabilita. Soltanto musicisti capaci di ascoltarsi reciprocamente, di cogliere un ritmo, una variazione, un accento, e trasformarlo immediatamente in una nuova idea musicale. È nato così un dialogo spontaneo tra gli strumenti, nel quale ogni suono diventava una risposta e ogni risposta apriva la strada a una nuova possibilità.
Il pubblico ha potuto assistere a qualcosa di irripetibile, costruito momento dopo momento direttamente sul palco. Proprio nell’assenza di uno spartito rigido, la musica ha trovato la sua libertà più autentica: quella di incontrarsi, contaminarsi e crescere attraverso l’ascolto dell’altro.
Un passaggio che ha trovato una perfetta sintonia con il tema della serata. Perché i tamburi, prima ancora di appartenere a una determinata tradizione, sono un linguaggio universale. Un linguaggio che non ha bisogno di traduzioni e
E alla fine tutta la piazza diventa protagonista
A un certo punto non c’erano più soltanto artisti e pubblico.
La distanza tra il palco e la piazza sembrava essere scomparsa, lasciando spazio a una sola grande festa, collettiva e spontanea. Non c’era più chi suonava e chi ascoltava: tutti erano diventati parte dello stesso momento, trascinati dall’energia della musica e dalla forza del ritmo.
Le mani alzate, i tamburelli che accompagnavano il battito, i cori che si levavano dalla piazza, la pizzica, le tarantelle e gli stornelli hanno trasformato progressivamente lo spazio in una grande festa salentina a cielo aperto. Una festa fatta di suoni, movimento e partecipazione, nella quale la tradizione popolare non è rimasta sul palco, ma è scesa tra la gente.
Il ritmo ha coinvolto tutti, senza distinzione. Bastava lasciarsi trasportare dalle percussioni, seguire il battito dei tamburelli, unirsi a un coro o semplicemente battere le mani per sentirsi immediatamente parte di qualcosa di più grande. La musica ha creato una forma di condivisione immediata, istintiva, capace di coinvolgere anche chi, inizialmente, era arrivato soltanto per assistere allo spettacolo.
E proprio in questo clima, anche chi arrivava da fuori territorio è stato simbolicamente accolto nella comunità. Le tradizioni musicali locali sono diventate una porta d’ingresso, un modo semplice e autentico per entrare in contatto con un luogo e con le persone che lo abitano. Nessuno è rimasto davvero spettatore: la piazza ha funzionato come uno spazio aperto, nel quale ogni presenza poteva trovare il proprio posto.
È stato uno di quei momenti in cui la musica dimostra tutta la sua capacità di abbattere le distanze. Le differenze di età, provenienza e cultura sono passate in secondo piano. Per qualche ora non sono esistiti confini, ma soltanto un ritmo condiviso.
La pizzica e le tarantelle, con la loro energia travolgente, hanno fatto il resto. I passi di danza, i tamburelli e le voci hanno restituito alla piazza quell’atmosfera tipica delle grandi feste popolari salentine, dove la musica non è soltanto spettacolo, ma è soprattutto incontro, partecipazione e appartenenza.
E così, quasi senza accorgersene, il pubblico è diventato parte dello spettacolo.
Per qualche ora le differenze sono rimaste fuori dalla piazza. A parlare sono stati soltanto la musica e il ritmo. Un ritmo capace di attraversare generazioni e provenienze diverse,
Il futuro ha il volto dei giovani
Tra gli applausi finali sono saliti sul palco anche i giovani musicisti che hanno partecipato alle attività della manifestazione e alla masterclass. Uno dopo l’altro sono stati presentati, chiamati per nome e salutati dal pubblico, che ha restituito loro con un lungo applauso l’energia e l’entusiasmo portati durante l’intera serata.
È stato un momento semplice, ma particolarmente significativo. Dopo essersi esibiti accanto a musicisti di esperienza e ad artisti affermati, quei ragazzi sono tornati al centro della scena non soltanto come partecipanti, ma come protagonisti di un percorso che guarda direttamente al futuro.
Perché sono loro, in fondo, il vero significato del riconoscimento.
Una città non diventa Capitale del Folklore soltanto perché possiede un patrimonio importante, perché conserva antichi strumenti, melodie, danze o tradizioni popolari. Il patrimonio culturale, da solo, non basta. Una tradizione rischia di rimanere soltanto una testimonianza del passato se non riesce a incontrare le nuove generazioni e a trovare attraverso di loro una nuova forma di vita.
Diventare Capitale del Folklore significa allora assumersi una responsabilità: quella di custodire ciò che si è ricevuto, ma allo stesso tempo di renderlo vivo, accessibile e comprensibile a chi verrà dopo.
Lo diventa una comunità quando riesce a far conoscere, amare e soprattutto tramandare il proprio patrimonio.
Ed è proprio attraverso i giovani che questo passaggio può diventare concreto. Sono loro a raccogliere il testimone, a imparare i ritmi, ad ascoltare i racconti degli anziani, a conoscere gli strumenti della tradizione e, un giorno, a insegnarli a loro volta. Ogni tamburello suonato, ogni melodia imparata, ogni passo di danza custodito diventa così un piccolo gesto di continuità.
La presenza dei giovani musicisti sul palco ha dato quindi un significato ancora più profondo alla festa. Non erano soltanto gli interpreti di una tradizione già esistente, ma la dimostrazione che quella tradizione può continuare a vivere e a rinnovarsi.
Il folklore, in questo senso, non è qualcosa di immobile da conservare sotto una teca. È una materia viva, che passa di mano in mano, di voce in voce, di generazione in generazione. Può cambiare, contaminarsi, incontrare nuovi linguaggi, ma continua a mantenere un legame con le proprie radici.
E così, mentre gli applausi accompagnavano i giovani sul palco, il riconoscimento ha trovato forse la sua immagine più concreta: non soltanto un titolo da celebrare, ma una storia che continua.
Una storia fatta di persone, di musica e di memoria. Una storia che ha il suo passato nelle tradizioni del territorio, il suo presente negli artisti e nelle comunità che le tengono vive e il suo futuro proprio in quei ragazzi che, uno dopo l’altro, sono saliti sul palco.
Perché una Capitale del Folklore non è soltanto una città che ricorda.
È una città che insegna, coinvolge e trasmette.
E quella sera, sotto i riflettori, il futuro della tradizione aveva il volto dei suoi giovani musicisti.
Poggiardo non chiude una festa: apre un percorso
La serata si è conclusa dopo un lungo viaggio musicale, tra applausi, sorrisi e ringraziamenti. Un percorso iniziato nel segno della tradizione e capace, passo dopo passo, di attraversare generi, culture e generazioni differenti, fino a ricondurre tutto a un unico grande linguaggio: quello della musica.
Sul palco sono stati salutati i maestri che hanno accompagnato i giovani nel loro percorso, gli artisti che hanno dato voce e ritmo alla manifestazione, i giovani tamburellisti protagonisti delle attività, l’Amministrazione comunale, la Federazione, la Pro Loco, i tecnici e tutte le persone che, dietro le quinte e in prima fila, hanno contribuito alla riuscita dell’evento.
Un ringraziamento collettivo a una comunità che ha lavorato insieme affinché quella serata potesse diventare non soltanto uno spettacolo, ma un momento di partecipazione e di condivisione.
Ma più del finale, più degli ultimi applausi e delle foto di rito, resta ciò che la serata ha raccontato.
Poggiardo ha celebrato il proprio passato guardando negli occhi il futuro.
Il titolo di Capitale del Folklore 2025 è diventato così molto più di un riconoscimento da esibire o di un traguardo da celebrare. È diventato un’occasione concreta per riportare al centro dell’attenzione il patrimonio culturale del territorio e, soprattutto, per metterlo in dialogo con le nuove generazioni.
Perché una tradizione è davvero viva soltanto quando riesce a essere condivisa. Quando un bambino può prendere in mano un tamburello e imparare un ritmo. Quando un ragazzo può salire su un palco e confrontarsi con un maestro. Quando una melodia antica riesce ancora a emozionare chi la ascolta per la prima volta.
È in questo passaggio tra memoria e futuro che il riconoscimento ha trovato il suo significato più autentico.
Dai tamburelli dei bambini alle percussioni di Tony Esposito e Maurizio Trippitelli, dalla pizzica alle sonorità africane, dalle colonne sonore di Ennio Morricone ai canti popolari, tutto ha trovato posto nella stessa piazza. Linguaggi apparentemente lontani si sono incontrati senza annullarsi, dimostrando che la cultura non ha bisogno di confini rigidi per conservare la propria identità.
La tradizione salentina ha dialogato con l’Africa, la musica popolare ha incontrato la ricerca e la contaminazione, i giovani hanno condiviso il palco con artisti di esperienza. E proprio da questi incontri è nata una serata capace di raccontare il folklore non come qualcosa di relegato al passato, ma come una realtà ancora profondamente presente.
Anche il pubblico, alla fine, è diventato parte di questo racconto. Le mani battute a tempo, i tamburelli, i cori, i balli e le voci hanno trasformato la piazza in uno spazio comune, nel quale non esisteva più una separazione netta tra chi era sul palco e chi era sotto il palco.
È stata una festa, ma anche una dichiarazione d’identità.
Poggiardo ha mostrato il volto di una comunità consapevole delle proprie radici, ma non chiusa dentro di esse. Una comunità capace di guardare alla propria storia senza nostalgia sterile, utilizzandola invece come punto di partenza per costruire nuove occasioni di incontro, formazione e partecipazione.
E forse è proprio questa la forza della cultura popolare: non restare ferma nel tempo, ma continuare a camminare, a suonare e a parlare alle persone.
Cambiano gli strumenti, cambiano i protagonisti, cambiano i contesti. Ma resta quel bisogno antico di stare insieme, di raccontarsi attraverso una musica, una danza, una voce, un ritmo.
A Poggiardo, quella notte, questo messaggio ha avuto il suono dei tamburi.
Un ritmo partito dai più giovani e arrivato fino ai grandi artisti, capace di attraversare la tradizione e la contemporaneità, l’identità locale e l’incontro con altre culture.
E quando l’ultimo suono si è spento e gli applausi hanno accompagnato la fine della serata, ciò che è rimasto non è stato soltanto il ricordo di uno spettacolo.
È rimasto un messaggio.
Che la cultura vive quando viene condivisa.
Che la tradizione resiste quando viene tramandata.
E che una comunità diventa davvero capitale del proprio patrimonio quando riesce a trasformare la memoria in futuro.
A Poggiardo, quella notte, il futuro ha iniziato a suonare al ritmo dei tamburi.