OTTAVINO E LA SCUOLA NEGATA
Le melodie canore nella seconda C delle elementari si diffondevano nel corridoio della scuola e, mirabile a dirsi, anche all’esterno dell’edificio.
La finestra dell’aula veniva lasciata aperta, tempo permettendo, perché la maestra intendeva attenuare la sensazione di totale separazione col mondo fuori.
Esisteva ancora lo stacco netto delle stagioni, ma nel Salento non si manifestava con punte di caldo esagerato d’estate e troppo fredde d’inverno. La primavera era lunga e sfumata.
Tuttavia, la pungente temperatura pre-estiva di maggio si faceva sentire.
Le melodie canore nella seconda C delle elementari si diffondevano nel corridoio della scuola e, mirabile a dirsi, anche all’esterno dell’edificio. La finestra dell’aula veniva lasciata aperta, tempo permettendo, perché la maestra intendeva attenuare la sensazione di totale separazione col mondo fuori. Esisteva ancora lo stacco netto delle stagioni, ma nel Salento non si manifestava con punte di caldo esagerato d’estate e troppo fredde d’inverno. La primavera era lunga e sfumata. Tuttavia, la pungente temperatura pre-estiva di maggio si faceva sentire. Si rimediava con la ventilazione. L’aria fresca entrava dalla finestra, attraversava l’aula, il lungo corridoio interno e confluiva verso il portone aperto sul grande giardino dell’edificio. Sui vetri delle finestre, ordinate in una lunga e fitta scia, saettavano festose le rondini nere, ritagliate dalle foderine dei quaderni per gli esercizi in classe. Facevano la loro comparsa dopo le vacanze pasquali a seguito di un piacevole lavoro di matite, forbici e colla. Aiutavano gli alunni a dimenticare la Pasquetta di qualche tempo prima, la totale libertà negli spazi all’aperto e rendevano l’aula della seconda C ancora più attraente e veramente fortunati gli ospiti. Con l’aria esterna che proveniva dalla finestra e portava con sé i lievi rumori dei passi, il chiacchiericcio stradale e i veloci saluti tra i passanti, gli alunni non si sentivano in uno spazio a parte, al di là dal mondo. Continuavano a respirare il clima di libertà di chi stava fuori.
Gli occasionali passanti, a loro volta, ascoltando i canti e il vociare degli educandi, percepivano il clima gioioso della classe e rievocavano la loro vita a scuola. Quelli che da poco avevano terminato l’obbligo scolastico e quanti per varie ragioni avevano dovuto interromperlo, sfiorando le finestra e assaporando l’atmosfera di paradiso, si sentivano trascinati alla stregua di chi stava dentro e, nello stesso tempo, materialmente esclusi, stretti da un’imprevista e strana amarezza, confusi e contraddetti nella loro idea di scuola. Accadeva che chi stava nell’aula era contento di esserci, chi stava fuori voleva entrarci. Fu così per Ottavino, un piccolo impertinente che aveva disertato l’obbligo scolastico. Si accorse subito che quella scuola non somigliava per niente alla sua che aveva abbandonato qualche anno prima. Provò stizza per la gioia serena degli ospiti; per tale stato di benessere estraneo al suo animo, al punto da non saperlo vivere, se mai ne avesse avuto l’opportunità. Sì, ebbe chiara questa sensazione.
L’aveva persa per strane ragioni, la spensieratezza, e nessuno sembrava in grado di restituirgliela! Avvertiva che, semmai dovesse tornare a scuola, lo avrebbe fatto solo in quella classe. Era frastornato da siffatta constatazione, così singolare e imprevista. ‘’Mi sembra di appartenere a un altro mondo. Non sarò mai come loro’’ pensò con sconforto. E reagì alla sua maniera. A risarcimento di tanta fortuna a lui negata, iniziò a lanciare contro la finestra ingiuriose canzoni, improvvisate sulle melodie di quelle in voga. Lo si sentì cantare a squarciagola, buttando le parole come pietre contro i vetri della finestra quasi a romperli; lo si sentì cantare con vigore irritato i frammenti di una di esse, ascoltata nella versione dagli adulti del vicinato e riproposta con lo stesso disordine con cui li ricordava: “…come l’acqua del torrente, che travolge e se ne va…”
Capovolgeva il messaggio d’amore del testo e adoperava quelle stesse parole per dare sfogo all’istintiva rabbia che gli premeva dentro. Intendeva rompere l’armonia della classe, i silenzi, i vivaci dialoghi e l’allegro conversare su argomenti di scuola. L’impeto dell’acqua, che tutto porta con sé, ben si adattava alle intenzioni di far male alla scuola, appena scoperta e diventata oggetto di desiderio. ‘’…Perché? … Perché? …’’ continuava a cantare.
Ma, le sue, erano domande vere, fuori dalla logica del testo canoro. Davano corpo allo stupore infantile, inconsapevole, per il dolore che si portava dentro e che, con le più brutte parole rubate agli adulti, voleva tradurre in insulti, in risate sguaiate ove immergere la sua tristezza ormai prepotente sull’allegria, vera, degli altri. Non era quella la scuola che qualche anno prima gli era stata offerta! E gli allievi, quelli che ora ne frequentavano una tanto diversa, non avevano meriti particolari per cotale privilegio! I suoi chiassosi canti, tuttavia, non ottenevano l’effetto desiderato. Non creavano scompiglio, come accadeva, invece, verso i gruppi di coetanei nel suo vagabondare per le vie del quartiere. Nessuno reagiva alle provocazioni. I piccoli allievi, senza dargli peso, seguivano con compostezza la lezione.
Un giorno Ottavino si arrampicò sulla finestra e guardò nell’aula. Gli alunni ebbero un momento di sorpresa, poi continuarono tranquilli l’attività. La maestra guardò il fanciullo con naturalezza, alla stregua di uno scolaro tra i banchi. Sembrava che lo stesse aspettando. Era contenta di accoglierlo. Si comportò come altre volte, quando, in presenza di alunni in difficoltà, si era prodigata in attenzioni e premure. Il volto di Ottavino e le sue prevedibili vicissitudini scolastiche non la trovavano scoperta, non provocavano reazioni di chiusura, prese di distanza. Tutt’altro. Provò un forte moto di disappunto per le forme di esclusioni scolastiche accettate, per consuetudine e superficialità, come fisiologiche e attribuite alla cattiva volontà dei soccombenti. Conosceva a fondo il peso delle influenze familiari, culturali ed economiche nel processo educativo, nelle delicate implicazioni quotidiane e nelle progettazioni del futuro. Riteneva alta la diserzione dell’obbligo scolastico, grave l’inerzia delle istituzioni, molte le vittime, Ottavino una di queste. In casi simili, faceva ogni cosa per incoraggiare alla frequenza.
Teneva in considerazione il pensiero di Don Milani, l’impronta fortemente religiosa della sua operatività diretta a offrire opportunità a tutti, ai messi da parte nel diritto a diventare cittadini intelligenti e felici. Coglieva nell’impegno del sacerdote la pratica del Vangelo diventata professione militante, distante dalle comode dichiarazioni di principi, dalla ritualità senza opere, delle pratiche formali senza sostanza, buone a tacitare la coscienza, ad entrare nell’aristocrazia dei benpensanti e mascherare l’indifferenza, se non l’esclusione. Come lui si adoperava a offrire opportunità, ben oltre le parole che non comportano fatica. Lo diceva chiaramente: “La permanenza nella casa di Dio fatta di preghiere e canti, se non genera modifiche negli squilibri sociali, disattende miseramente il messaggio evangelico.”
La maestra intendeva incidere sul percorso dei fanciulli. Trasformava in momenti piacevoli le situazioni di sofferenza nell’apprendimento. Induceva i più irrequieti e iperattivi a scaricare la voglia di fare in attività costruttive. Valutava le difficoltà di Ottaviano superabili e positive le sue capacità che andavano, tuttavia, ripulite dalle esperienze negative. ‘”Dietro ogni bambino diligente c’è un bravo adulto — diceva — e dietro il suo fallimento tanti sbadati che l’hanno reso possibile. ’’ Considerava il piccolo disertore non come l’autore di una rivolta, ma come il terminale di una catena di inefficienze, a cui era stato negato di vivere la fanciullezza. “So che la scuola ti piace, Ottavino…” disse flebilmente, avvicinandosi alla finestra. Non intendeva infrangere lo schermo protettivo che il fanciullo si era costruito addosso, per nascondere le fragilità. Non intendeva rompergli la scorsa di duro e rendere visibile la nascosta voglia di quella classe. Non voleva fare rumore, come quando ci si avvicina a una farfalla posata sul fiore e si teme che possa volare via. Ma Ottavino scappò con un gesto di indolenza. Si sentiva toccato nell’orgoglio di piccolo vagabondo, l’unica qualità che qualche coetaneo gli riconosceva e che sentiva sua. E poi non era abituato ad ascoltare parole con quel tono amichevole, quasi affettuoso. Restò spiazzato, non seppe reagire. Abbandonò la posta come il predatore lascia la preda in fondo al burrone per non rischiare la vita.
Tornò ad affacciarsi altre volte alla finestra, ma non faceva più gestacci né proponeva versi canori storpiati e canzonatori. Persero attrattiva per lui le esibizioni sulla bici guidata ‘senza mani’, le acrobazie che mettevano in pericolo i passanti, le provocazioni ai gruppi di coetanei. Prendeva sempre più consistenza nella sua mente, e lo turbava, l’idea che qualcosa gli era stato tolto; e altro ancora gli si toglieva: le lezioni gradevoli e il clima di serenità di quella classe, le dolci melodie, le ampie amicizie, il sentirsi veramente bene. Quel mondo, il vero mondo della sua vita di fanciullo, ora che l’aveva scoperto nella sua autenticità, gli appariva fantastico, ambito e ancor più desiderato. Lo si vide tornare sotto la finestra, anche più volte al giorno. Rubava frasi di storia, frammenti di esultanza, di letture, di poesie, di conversazioni; arraffava parole alla maestra, ai mancati compagni e tutto inseriva negli immaginati dialoghi serali, con ricostruzioni accurate e minuziose che mettessero ogni cosa al suo posto, ogni voce al viso corrispondente, ogni elogio al sorridente destinatario, ogni generale esultanza alle parole e al sorriso di colei che la promuoveva.
Lo faceva ogni sera Ottavino, per confinare in un cantuccio le amarezze di bambino disperato; lo faceva con sperimentato esito per attenuare il travaglio e addormentarsi nell’illusione di starci, in quella classe. E, certo, qualche scena ricorreva poi nei sogni, a prolungarla. Amava quella scuola. Se non gli era possibile entrarci fisicamente, lo faceva vagheggiando il viso, i gesti, le espressioni della maestra, sfumate in mille toni nella voce, nello sguardo, nelle armoniche movenze della elegante persona, tutta protesa a interessare, Ottavino si sentiva responsabile per l’abbandono dell’anno prima, ma cominciava a non condividere le ragione di quanti attribuivano il suo fallimento alla persistente negligenza per lo studio, al temperamento iperattivo, al non voler stare in classe; cominciava ad avvertire qualche sottile, profondo disagio, quando gli adulti lo guardavano con disapprovazione per il suo modo differente di essere bambino, senza regole, ostinato nell’aver respinto la buona occasione che scuola aveva messo a disposizione.
Si sentiva sempre più addosso la stranezza del suo modo di essere, di guardare, di giocare; la sfrenata voglia di muoversi in continuazione, di non saper stare fermo in un posto, in armonia con le persone, i luoghi, le cose; si sentiva addosso quella pelle di discolo, di dissonante nel vivere la fanciullezza, nel rapportarsi col padre, i compagni nelle strade, coi maestri. Se la sentiva addosso quella pelle, ora divenuta indesiderata, mal sopportata, come impostagli a sua insaputa; che lo teneva lontano da tutti, dai libri stessi che altri amavano e dimostravano di apprezzare per le belle parole che mettevano a disposizione, facendo diventare distinti. Se ne sentiva dominato, non la voleva perché lo teneva distante da tutto, e nondimeno continuava a stargli addosso, senza spiraglio. A inchiodarlo alle sue responsabilità: aveva cercato di svignarsela dalla scuola, si era allontanato dal modo ordinato e lineare di convivere, ascoltare, parlare, giocare e studiare; aveva detestato la scuola già dall’inizio, la sentiva troppo lontana dai suoi modi, si sentiva inadeguato e rifiutato. Nessuno aveva cercato di capire perché lui fosse così, comprendere le ragioni della sua avversione verso i “bravi” che riuscivano a stare seduti, a prendere la penna in mano e usarla, a parlare nella maniera giusta. Egli, malgrado i tentativi messi in atto, non si era sentito capace di tenere ferme le braccia, le gambe, di orientare la mente in direzione delle parole dell’insegnante. Nei primissimi giorni aveva fatto una confidenza a Giordano, negligente come lui, più che altro per trovare conforto, solidarietà e ragione nella constatata, comune incapacità: “Ce la metto tutta. Vorrei tenere contenti genitori e maestro e non sentirli più sgridarmi. Ma dopo un po’ voglio muovermi, parlare con i compagni, alzarmi dal posto. È più forte di me!” “Lasciali perdere, i grandi! — aveva risposto l’indolente — Non sanno che significa stare seduti per ore, fermi ad ascoltare!”
Pochi a scuola aveva indagato sulla instabilità psico-motoria. Non si conoscevano le avvisaglie né le cause né l’esistenza stessa come forma di disagio comportamentale, superabile o suscettibile di consolidamento. Presente in soggetti deprivati culturalmente, o iperattivi, veniva genericamente attribuita all’indole mentalmente pigra, alla cattiva volontà, alla smoderata voglia di giocare. I soggetti in difficoltà percepivano le aspettative negative delle figure istituzionali, trasferite dopo qualche colloquio sui genitori, e si convincevano di non essere portati per la scuola, tagliandosi fuori da ogni possibile progresso. Confermavano, così, le precoci diagnosi degli addetti ai lavori.
Ma in tante altre attività erano svelti e diligenti. Alla fine dei cinque anni con grandi sforzi conseguivano la licenza elementare grati per la ‘generosità’ dei maestri. Alcuni, i ripetenti, permanevano qualche anno in più. Altri si ritiravano prima. Così era accaduto per Ottavino. Nondimeno, il primo anno aveva dovuto frequentarlo sia pure con molte assenze. La minaccia dei Carabinieri aveva funzionato. I genitori avevano ceduto, ma solo per dimostrare che il loro figliolo non era portato per lo studio. E così lo avevano costretto a recarsi a scuola con matita, quaderno, gomma; nulla avevano saputo mettere in atto per allentare il disagio e rendere proficua la frequenza. Poi era rimasto a casa spesso, specialmente quando il papà vagabondava per le vie, e la famiglia necessitava di qualcuno che tenesse a bada i componenti più piccoli. Se ne occupava Ottavino e, dato che c’era, provvedeva ad altre mansioni familiari. Con rassegnata sofferenza la mamma cedeva alla prepotenza del capofamiglia e alle sue direttive sull’istruzione. “Tempo sprecato! La scuola non serve!” la ammoniva. “Occorre soprattutto aver voglia di lavorare”, concludeva. Ma, proprio lui non ne aveva.
Si limitava a qualche commissione occasionale. Il lavoro stabile e continuativo era incompatibile con le sbronze serali. Tornava a casa tardi e l’euforia del vino cedeva il posto al malumore catastrofico del confuso risveglio del mattino successivo, col sole ormai alto. Eppure, voleva che Ottavino non fosse come lui. Andava subito avviato al lavoro. La scuola era un ostacolo, un dovere inspiegabile, un impegno al quale l’economia familiare non poteva far fronte; la diserzione un piccolo affare economico. Così a otto anni Ottavino si era trovato a gironzolare tutta la mattinata da solo per le vie, finché pian piano aveva iniziato a fermarsi nei pressi dell’edificio scolastico. Rideva contento, vedendo i coetanei in sofferenza sui banchi e lui fuori, guardato quasi con invidia. Ma, con quella maestra Ottavino si accorse di voler essere presente tra i banchi, sentire la carezzevole voce e guardare il viso sereno.
Non lo divertivano più le scorribande sulla bici del padre, le esibizioni per le vie del paese, lo sfiorare i pedoni girando il manubrio all’ultimo momento. I suoi gesti irridenti e le parolacce, che lanciava nell’aula attraverso la finestra, erano uno sfogo, un bilanciamento al disagio che avvertiva nel sapere i compagni destinatari di quella voce di fata, dei fantastici racconti, delle esortazioni che non era difficile accogliere.
Ora le porte della scuola erano chiuse, come quelle del cinema la domenica quando proiettavano i film colossal e lui non poteva entrare, come invece facevano i coetanei attaccati alle costole dei genitori o di qualche parente benevolo. Lo sguardo deridente, che aveva esternato al primo incontro con la maestra, divenne silenzioso e implorante. Dopo l’invito respinto, Ottavino reagiva al suo saluto con un debole cenno della mano, prima di abbassare gli occhi e scappare via. Il desiderio di dialogare lo intimidiva. Non era abituato a un rapporto di fiducia con gli adulti, a uno scambio tranquillo di parole e gesti. I grandi gli erano nemici, i loro discorsi avevano sempre qualcosa di minaccioso. A cominciare da quelli del padre. Le parole della maestra erano diverse, somigliavano al parlare di certe mamme. Ma, gli mancò il coraggio di sostenere il dialogo. Sapeva comunicare solo con parolacce e toni gridati, indispettiti, in risposta ad attacchi verbali da cui doveva difendersi, a sguardi minacciosi da tenere lontani con parole dure, forti, prima che diventassero attacchi offensivi e pericolosi. Era una tecnica collaudata. Spesso era lui che induceva gli interlocutori al silenzio, aggredendo per non essere aggredito, dimostrando più forza di quanto realmente ne avesse. Non aveva mai sperimentato altre forme di dialogo. Si sentiva amareggiato per la mancata occasione con la maestra, più di quanto in precedenza gli era capitato per l’impossibile amicizia con coetanei che si tenevano a distanza. La maestra volle parlare con i genitori. Ottenne la promessa che lo avrebbero accompagnato a scuola, a condizione che lei avrebbe lasciato fuori dalla questione i Carabinieri, già conosciuti l’anno precedente.
Ottavino il giorno dopo non si fece vedere. E neanche nei giorni a seguire. Scomparve del tutto. I genitori avevano ritenuto meno oneroso lasciarlo in giro per il paese, fargli fare qualche piccola commissione, metterlo a servizio di qualche maestro falegname o meccanico per imparare il mestiere.
La maestra riferì alla classe che Ottavino sarebbe tornato e che sarebbe stato bello riservargli un caloroso applauso di saluto e di incoraggiamento. “Accogliamolo come un amico, mi raccomando. Lui ha bisogno di noi e noi saremo più contenti.
Tutti i bambini vogliono sorridere”, concluse con velata amarezza. Capirono che non avrebbero più rivisto Ottavino. Scoppiò un fragoroso applauso per l’afflizione della maestra. E per la solitudine a cui era destinato lo sfortunato coetaneo. Dopo quell’episodio gli alunni si legarono ancor più all’educatrice. Capirono la fortunata casualità di quell’incontro, come di un dono ricevuto senza nessun merito particolare, che non a tutti era stato concesso Il loro destino ne rimase segnato in positivo. Da adulti, gran parte di loro perseguirono soddisfacenti affermazioni professionali e sociali; alcuni si espressero a livelli più alti, ma tutti raggiunsero equilibrio e contentezza. Pur conservando un amabile ricordo della maestra, solo qualcuno collegò il conseguito benessere anche alle corroboranti esperienze di quell’irripetibile anno scolastico.
Ottavino adulto, per ragioni opposte, guardò con rammarico l’opportunità mancata e qualche volta tentò di raccontarla.
Nessuno mai lo ascoltò.
Nota dell’autore.
Per tanti alunni che si perdono nel bosco, la scuola ha una parte di responsabilità. Si pensa che siano i bambini a non volersi migliorare. Il fatto è che non tutti hanno motivazione, fiducia, autostima e soprattutto la serenità d’animo, prerequisiti fondamentali all’apprendimento, che gli adulti dovrebbero garantire all’inizio del ciclo scolastico, essendo loro i maggiori responsabili nella dinamica relazionale educatore-educando. Allora, si cercano le ragioni dell’insuccesso nella psicologia del soggetto, se non proprio nella sua biologia, e si riassumono i risultati delle frettolose analisi in frasi del tipo: ‘Non si applica’, ‘Non è portato per la scuola’, ‘ E’ irrequieto e distratto’. Siamo agli inizi degli anni Sessanta in un paese del Sud Salento, Ottavino, disertore dell’obbligo scolastico, oziando vicino alla scuola che lo aveva visto frequentante per un solo anno, scopre una scolaresca con una maestra diversa da quella che gli era stata assegnata e fortunati gli alunni che ne fanno parte. Si accorge che qualcosa è stato tolto alla sua fanciullezza: il clima di serenità e la gioia che quella maestra sa infondere. Vorrebbe tornare tra i banchi, ma ormai il suo destino è segnato. La scuola che avrebbe dovuto garantirgli il diritto allo studio e una buona formazione, rimuovendo ‘gli ostacoli di ordine economico e sociale’, di fatto, li ha consolidati e destinato Ottavino alla marginalità sociale con tutti i rischi di aggravamento che ne conseguono.