La “Socra” sbarca a Lucugnano: risate e applausi per La Vallonea di Tricase

di Davide Tommasi

La “socra” conquista il pubblico: La Vallonea di Tricase fa festa a Lucugnano.

A Lucugnano il teatro torna a parlare la lingua della comunità. E lo fa nel modo più diretto e coinvolgente possibile: con il dialetto, la comicità, i personaggi della vita quotidiana e quella capacità tutta popolare di trasformare una storia familiare in uno specchio nel quale, ridendo, finiamo inevitabilmente per riconoscerci.

In Piazza Girolamo Comi, il Teatro La Vallonea ha portato in scena “…E all’ottavo giorno, creò… la Socra!”, commedia comica in due atti firmata da William Fiorentino, adattata al dialetto locale, rielaborata e diretta da Alessandro Minerva.

Una serata che è andata ben oltre la semplice rappresentazione teatrale. Intorno al palcoscenico si è raccolta una comunità fatta di attori, tecnici, associazioni, istituzioni, collaboratori e, soprattutto, spettatori. Una piazza diventata teatro e, contemporaneamente, luogo d’incontro, di memoria e di festa.

A condurre e presentare la serata è stato Mirko Belfiore, vicepresidente della compagnia La Vallonea di Tricase, che ha accompagnato il pubblico nei diversi momenti dell’evento, contribuendo a creare un filo diretto tra il palcoscenico e la piazza.

La commedia, attraverso situazioni esilaranti, equivoci e personaggi fortemente caratterizzati, ha saputo raccontare con leggerezza dinamiche familiari nelle quali è facile riconoscersi. Il dialetto locale ha dato ulteriore forza al racconto, restituendo autenticità ai dialoghi e valorizzando una lingua che continua a rappresentare una parte importante dell’identità e della memoria del territorio.

Sul palco, il lavoro della compagnia ha trovato nella risposta del pubblico il suo naturale completamento: risate, applausi e partecipazione hanno accompagnato una serata nella quale il teatro è tornato a essere, nel senso più autentico del termine, un'esperienza condivisa.

Perché il teatro popolare non è soltanto spettacolo. È incontro, è appartenenza, è memoria. E quando parla la lingua della comunità, riesce forse più di ogni altra forma d’arte a farci ridere di noi stessi, delle nostre abitudini e delle nostre piccole contraddizioni.

A Lucugnano, per una sera, il palcoscenico è stato una piazza e la piazza è diventata una grande comunità riunita intorno al teatro.

Quando il dialetto diventa teatro

Il titolo dello spettacolo contiene già tutto il suo spirito.Dopo aver creato il cielo, la terra, gli esseri viventi e l'uomo, arriva l'ottavo giorno. E, nella versione ironica immaginata dalla commedia, Dio crea proprio lei: la “socra”.Da quel momento, naturalmente, cominciano i problemi.

La vicenda ruota attorno a Pantaleo, giovane benestante alle prese con una crisi matrimoniale, e alla suocera Yolanda, determinata a condizionare il futuro della figlia Silvana e a orientarlo verso un matrimonio economicamente conveniente.

Il risultato è un vortice di equivoci, discussioni, dispetti, strategie e continui ribaltamenti.La trama appartiene alla tradizione della farsa e della commedia popolare, ma trova nel dialetto salentino una seconda anima.

Perché portare un testo in dialetto non significa semplicemente tradurlo. Significa riportarlo dentro un mondo fatto di espressioni, tempi comici, gesti, allusioni e modi di dire che appartengono alla memoria collettiva.

Le parole cambiano ritmo. Le battute acquistano immediatezza. I personaggi diventano più vicini.

E così una storia apparentemente lontana dalla vita reale finisce per ricordare qualcosa che tutti conosciamo: una discussione familiare, una suocera troppo presente, un matrimonio complicato, un consiglio non richiesto o quella persona che, in ogni situazione, riesce sempre a dire la sua.

È uno dei segreti del teatro popolare: far ridere attraverso l'esagerazione, senza perdere il contatto con la realtà.

Pantaleo, Silvana e una famiglia sull'orlo del caos

Nel primo atto la crisi tra Pantaleo e Silvana diventa il vero motore della storia e mette in movimento una serie di situazioni destinate a coinvolgere, poco alla volta, tutti i personaggi. Quello che nasce come un conflitto all’interno della coppia si trasforma infatti in un intreccio sempre più complicato, nel quale interessi economici, incomprensioni, gelosie e rapporti familiari si sovrappongono continuamente. La vita matrimoniale, invece di essere uno spazio di equilibrio e di confronto, diventa così una vera e propria battaglia, combattuta a colpi di accuse, ripicche, malintesi e improvvise alleanze.

A rendere ancora più movimentata la vicenda intervengono le questioni economiche, che finiscono per condizionare i rapporti tra i personaggi e alimentare ulteriormente la tensione. Ogni problema viene ingigantito, ogni parola può essere interpretata nel modo sbagliato e ogni tentativo di trovare una soluzione rischia, paradossalmente, di complicare ancora di più la situazione. È proprio da questo continuo accumularsi di equivoci che nasce gran parte della comicità della commedia.

Anche il mondo degli avvocati e dei tribunali viene trascinato dentro il meccanismo della farsa. Cause, separazioni, testimoni e questioni legali vengono reinterpretati attraverso uno sguardo comico che trasforma il linguaggio giudiziario in uno strumento di gioco teatrale. Termini e situazioni apparentemente seri vengono deformati, esagerati e inseriti in contesti paradossali, creando un contrasto efficace tra la gravità delle questioni affrontate e il modo in cui i personaggi le vivono e le raccontano.

Il tribunale, quindi, non rappresenta soltanto un luogo istituzionale, ma diventa un ulteriore spazio della commedia, nel quale le incomprensioni raggiungono nuove dimensioni. I personaggi cercano di difendere le proprie ragioni, di convincere gli altri della propria versione dei fatti e, soprattutto, di avere l'ultima parola. Ma ogni tentativo di mettere ordine nella vicenda finisce per produrre nuovi equivoci, dando vita a una catena di situazioni sempre più assurde e divertenti.

Il vero elemento decisivo, però, rimane il ritmo. La comicità nasce infatti dalla velocità con cui gli avvenimenti si susseguono: entrate improvvise, battute serrate, interruzioni, reazioni esasperate e continui fraintendimenti mantengono costantemente alta l'attenzione del pubblico. Non c'è quasi mai il tempo di fermarsi, perché una situazione viene immediatamente sostituita da un'altra e ogni personaggio contribuisce ad aumentare la confusione generale.

Anche il rapporto tra italiano e dialetto assume un ruolo importante. Il passaggio da una lingua all'altra non è soltanto una caratteristica linguistica, ma diventa parte integrante della comicità e del carattere dei personaggi. Le diverse modalità di esprimersi sottolineano differenze di mentalità, stati d'animo e rapporti di forza, rendendo i dialoghi ancora più vivaci e immediati.

A tutto questo si aggiunge il rapporto diretto con il pubblico. Quando gli attori si rivolgono direttamente alla platea, la tradizionale distanza tra chi recita e chi guarda si riduce ulteriormente. Lo spettatore non rimane più un semplice osservatore esterno, ma viene coinvolto nel gioco teatrale, quasi come se fosse chiamato a prendere parte alla vicenda, a condividere un segreto con un personaggio o a diventare complice di una situazione comica.

Questo rapporto diretto rafforza anche il carattere popolare della rappresentazione. Il pubblico riconosce nei personaggi, nelle loro reazioni e nei loro conflitti situazioni quotidiane portate all'estremo e trasformate in materia comica. La scena, quindi, non è separata dalla realtà che la circonda, ma dialoga continuamente con essa.

E quando lo spettacolo arriva nella piazza, questo meccanismo diventa ancora più evidente. La piazza smette di essere soltanto il luogo in cui viene rappresentata la commedia e diventa parte integrante dello spettacolo. Gli attori recitano per il pubblico, ma allo stesso tempo dentro il pubblico, sfruttando la vicinanza, le reazioni, le risate e l'atmosfera del luogo.

È proprio questa continua interazione a dare alla rappresentazione un'energia particolare. La storia di Pantaleo e Silvana non rimane confinata dentro la scena, ma si espande nello spazio circostante, coinvolgendo chi assiste e trasformando la serata in un momento collettivo. La piazza diventa così un'estensione naturale del palcoscenico: un luogo in cui la commedia può rompere i propri confini, incontrare direttamente gli spettatori e trasformare ogni reazione in parte del gioco teatrale.

Ma i problemi non sono finiti.La scena si tramuta dieci anni dopo

Sono passati dieci anni dalle vicende del primo atto, ma il tempo non è riuscito a mettere definitivamente ordine nella vita di Pantaleo e Silvana. I protagonisti sono cambiati, le situazioni si sono evolute e molte delle vicende del passato sembrano ormai lontane. Eppure, basta poco perché vecchi problemi, nuovi incontri e situazioni inattese tornino a sconvolgere la loro tranquillità.

Dopo dieci anni, infatti, Pantaleo e Silvana si ritrovano ancora una volta coinvolti in una serie di avvenimenti che dimostrano come, per loro, la serenità sia sempre difficile da raggiungere. Quello che dovrebbe essere un nuovo inizio si trasforma rapidamente in un'altra successione di equivoci, imprevisti e situazioni comiche.

Anche i viaggi diventano parte integrante della trama e contribuiscono a complicare ulteriormente la vita dei protagonisti. Pantaleo e Silvana si trovano coinvolti in una serie di spostamenti che li portano in diverse città italiane, tra cui Roma, Genova, Torino e Milano. Ogni viaggio, invece di rappresentare un momento di tranquillità o la possibilità di lasciarsi alle spalle i problemi, diventa una nuova occasione per complicare ulteriormente le cose.

A Roma, Genova, Torino e Milano, Pantaleo e Silvana si trovano alle prese con situazioni sempre diverse, ma tutte accomunate dalla confusione e dagli equivoci. Le città cambiano, le persone cambiano e cambiano anche le circostanze, ma i problemi sembrano seguirli ovunque. Tra partenze, arrivi, stazioni, incontri inattesi e contrattempi, i protagonisti vengono continuamente trascinati da una situazione all'altra.

Quello che dovrebbe essere un semplice viaggio si trasforma così in una vera e propria disavventura. Gli orari saltano, le partenze diventano complicate, gli incontri casuali modificano i programmi e ogni tentativo di organizzare le cose sembra destinato a fallire. Pantaleo e Silvana cercano di mantenere il controllo della situazione, ma finiscono puntualmente coinvolti in nuovi equivoci.

A rendere ancora più movimentata la vicenda sono le telefonate, le lettere, i telegrammi e le comunicazioni improvvise che arrivano durante il percorso. Una notizia apparentemente semplice può creare un nuovo malinteso, mentre un incontro inatteso può riportare a galla questioni che sembravano ormai risolte. Anche dopo dieci anni, quindi, il passato continua a far sentire la propria presenza.

Il tempo trascorso non ha cancellato completamente le vecchie dinamiche. Al contrario, alcune situazioni sembrano ripresentarsi sotto forme nuove, dimostrando che i protagonisti non riescono mai a liberarsi del tutto dei problemi che li hanno accompagnati nel corso della loro storia.

Uno dei momenti più significativi è il viaggio di nozze. Pantaleo e Silvana partono con l'idea di vivere finalmente un momento romantico e sereno, lontano dalle complicazioni che hanno caratterizzato la loro vita. Dovrebbe essere l'occasione per iniziare una nuova fase e lasciarsi alle spalle tutte le difficoltà.

Ma anche questa volta le aspettative vengono completamente disattese.

Il viaggio si trasforma, infatti, in una successione di incidenti e contrattempi. Le stazioni diventano luoghi di confusione e attese, gli alberghi si trasformano in scenari di nuove situazioni comiche e persino il momento del pasto diventa fonte di problemi. Il cibo indigesto e i disagi del viaggio contribuiscono a rendere ancora più difficile una situazione che avrebbe dovuto essere piacevole e romantica.

Invece di trovare finalmente un po' di pace, Pantaleo e Silvana si ritrovano ancora una volta alle prese con situazioni imprevedibili. Ogni tappa sembra preparare la successiva disavventura e ogni tentativo di ristabilire la calma viene immediatamente compromesso da un nuovo imprevisto.

Il viaggio di nozze diventa così un altro esempio di come, anche dopo dieci anni, i problemi riescano sempre a trovare la strada per tornare nella vita dei protagonisti. Cambiano le circostanze, ma non cambia il meccanismo della commedia: quando tutto sembra sistemarsi, qualcosa interviene a rimettere ogni cosa in discussione.

Anche i luoghi cambiano, ma la dinamica rimane la stessa. Pantaleo e Silvana fanno programmi, cercano soluzioni e tentano di riprendere il controllo degli eventi, ma gli imprevisti finiscono continuamente per avere la meglio. Le loro intenzioni vengono spesso sconvolte da incontri, notizie, contrattempi e situazioni che non avevano previsto.

Il secondo atto diventa quindi il racconto di una nuova fase della loro vita, nella quale il passare del tempo non significa necessariamente la fine dei problemi. Dieci anni dopo, Pantaleo e Silvana si ritrovano ancora a dover affrontare situazioni che sembrano non avere mai una conclusione definitiva.

La storia si allarga oltre la casa di Pantaleo e porta i protagonisti in diversi luoghi, attraverso partenze, ritorni, viaggi e incontri. Ma, nonostante il cambiamento degli ambienti, il meccanismo fondamentale della commedia rimane sempre lo stesso.

La trama procede, infatti, attraverso una serie di situazioni concatenate: un evento provoca una nuova complicazione, la complicazione genera un equivoco e l'equivoco porta a un'altra situazione ancora. Ogni problema sembra trovare una soluzione soltanto per lasciare spazio a quello successivo.

In questo modo, il secondo atto mantiene un ritmo continuo e vivace, accompagnando il pubblico da una disavventura all'altra. Il tempo è passato, i protagonisti hanno vissuto nuove esperienze e molte cose sono cambiate, ma una certezza rimane: i problemi di Pantaleo e Silvana non sono ancora finiti.

La regola resta sempre la stessa: quando sembra finalmente arrivare la soluzione, arriva un nuovo problema. E così, anche dopo dieci anni, proprio quando Pantaleo e Silvana credono di poter finalmente tirare un sospiro di sollievo, la storia è già pronta a trascinarli verso l'ennesima sorpresa.

La farsa passa anche dal corpo

Non ci sono soltanto le parole. La comicità dello spettacolo vive anche attraverso il movimento, gli oggetti e la fisicità degli attori, che diventano elementi fondamentali per costruire le situazioni comiche e coinvolgere il pubblico.

Uno degli episodi più divertenti coinvolge una caduta provocata da una catena di incidenti, equivoci e incomprensioni, con quello “scalone” che finisce quasi per assumere un vero e proprio ruolo da protagonista. L’oggetto, apparentemente semplice e quotidiano, diventa infatti parte integrante dell’azione e contribuisce a creare una situazione sempre più assurda e imprevedibile.

È la tradizione della farsa nella sua forma più riconoscibile: il corpo diventa parte della battuta e ogni movimento può trasformarsi in un’occasione per suscitare una risata. Gli attori non comunicano quindi soltanto attraverso le parole, ma anche attraverso gesti, espressioni, movimenti improvvisi e reazioni fisiche.

Una caduta, un movimento sbagliato, un oggetto fuori posto o una reazione sproporzionata possono provocare una risata tanto quanto una frase particolarmente divertente. In questo tipo di comicità, infatti, anche un gesto apparentemente banale può assumere un significato comico, soprattutto quando viene ripetuto, esagerato o inserito in una situazione già confusa.

La fisicità permette inoltre di rendere immediatamente comprensibili alcune situazioni al pubblico. Non è sempre necessario spiegare a parole ciò che sta accadendo: basta osservare il modo in cui un personaggio si muove, cade, cerca di nascondersi o reagisce a un imprevisto per capire il meccanismo della scena. Il ritmo diventa così fondamentale, perché una pausa, un movimento improvviso o un’attesa troppo lunga possono aumentare l’effetto comico.

E spesso la comicità nasce proprio dal contrasto tra la serietà con cui i personaggi affrontano i loro problemi e l’assurdità delle situazioni nelle quali finiscono. I personaggi possono essere completamente concentrati sulla soluzione di un problema apparentemente importante, mentre intorno a loro si sviluppa una serie di eventi sempre più improbabili. È proprio questa distanza tra le loro intenzioni e ciò che realmente accade a rendere la scena ancora più divertente.

La farsa, quindi, non si basa esclusivamente sulla battuta verbale, ma su un insieme di elementi: parole, gesti, oggetti, movimenti, equivoci e tempi comici. Tutto contribuisce alla costruzione della risata. Anche lo spazio scenico assume un'importanza particolare, perché scale, porte, mobili e altri oggetti possono diventare strumenti attraverso i quali si sviluppano gli incidenti e i fraintendimenti.

In questo modo, la comicità diventa qualcosa di immediato e visivo. Lo spettatore non ride soltanto di ciò che viene detto, ma anche di ciò che vede accadere davanti ai suoi occhi. La fisicità degli attori e il continuo susseguirsi di piccoli incidenti trasformano la scena in un meccanismo comico in cui ogni elemento può contribuire a far precipitare ulteriormente la situazione nel caos.

I riconoscimenti ottenuti a “Recitando Sotto le Stelle”

Il percorso della compagnia è stato accompagnato anche da importanti riconoscimenti ottenuti nell’ambito della XIII Rassegna teatrale “Recitando Sotto le Stelle” di Leverano, un appuntamento che ha rappresentato un’ulteriore occasione di confronto, crescita e valorizzazione del lavoro svolto sul palcoscenico e dietro le quinte.

Tra i premi assegnati figurano il riconoscimento per il Miglior Allestimento Scenico, attribuito ad Alessandro Minerva, a testimonianza della cura dedicata alla costruzione dell’impianto visivo dello spettacolo, il premio di Miglior Attore Caratterista a Mirko Belfiore, quello per i Migliori Costumi a Maria Consiglia Giusto e Anna Maria Marino e il premio di Migliore Attrice Protagonista ad Anna Maria Marino, riconoscimento che ha premiato la sua interpretazione e la capacità di dare forza e personalità al personaggio portato in scena.

Accanto ai premi sono arrivate anche diverse nomination, che hanno ulteriormente sottolineato la qualità e la varietà del lavoro realizzato dalla compagnia. Carmen D’Amico è stata candidata come Migliore Attrice Non Protagonista, Paolo Verri come Miglior Attore Emergente, mentre Alessandro Minerva ha ricevuto una doppia nomination, come Miglior Attore Protagonista e per la Migliore Regia.

A completare il quadro dei riconoscimenti ottenuti durante la rassegna sono arrivati anche importanti risultati nelle classifiche complessive: la compagnia ha conquistato il terzo posto nella giuria popolare e il secondo posto nel premio tecnico. Risultati che assumono un valore particolare perché arrivano da due prospettive differenti: da una parte quella del pubblico, dall’altra quella di una valutazione più strettamente legata agli aspetti tecnici e artistici della messinscena.

Riconoscimenti che raccontano il teatro nella sua complessità e che restituiscono il valore di un lavoro che non si esaurisce nel momento in cui si alza il sipario.

Perché dietro un attore che sale sul palco esistono scenografi, costumisti, tecnici, registi, sarte, collaboratori e persone che lavorano spesso lontano dai riflettori, contribuendo in modo determinante alla riuscita dello spettacolo. Ogni dettaglio, dalla scenografia ai costumi, dalle luci alla direzione artistica, dalla costruzione dei personaggi alla cura della messa in scena, concorre a creare quell’insieme di elementi che il pubblico percepisce nel momento della rappresentazione.

I premi e le nomination ottenuti a Leverano rappresentano quindi non soltanto un riconoscimento individuale per gli interpreti e per le singole professionalità coinvolte, ma anche un risultato collettivo. Sono il frutto di un percorso condiviso, fatto di prove, sacrifici, idee, collaborazione e passione, nel quale ogni componente della compagnia ha contribuito, con il proprio ruolo, alla costruzione dello spettacolo.

La XIII Rassegna “Recitando Sotto le Stelle” ha così rappresentato un ulteriore capitolo nel percorso della compagnia, lasciando in eredità non solo premi e candidature, ma soprattutto la consapevolezza che il lavoro di squadra, la ricerca e la passione per il teatro possono trasformarsi in risultati capaci di essere riconosciuti e apprezzati sia dal pubblico sia dagli addetti ai lavori.

Trent'anni di teatro per Alessandro Minerva

La serata di Lucugnano ha rappresentato anche un momento particolarmente significativo per Alessandro Minerva, regista e figura centrale del percorso artistico della Vallonea.

Trent’anni di attività teatrale sono stati celebrati insieme alla compagnia e al pubblico, in un anniversario che va ben oltre la dimensione personale.

Tre decenni di teatro significano relazioni, amicizie, collaborazioni, generazioni di attori e spettatori, prove, spettacoli, rassegne e una presenza costante nella vita culturale del territorio.

A questo lungo percorso si aggiunge anche il risultato ottenuto nel contest regionale di monologhi pugliesi, che ha portato Minerva, dopo la selezione regionale, fino alla finale nazionale, conclusa con un quarto posto.

Ma il dato più importante, forse, è quello che non compare in nessuna classifica: la continuità.

Continuare a fare teatro per trent’anni significa continuare a credere che una comunità abbia ancora bisogno di incontrarsi davanti a un palcoscenico, di emozionarsi, di riconoscersi e di condividere storie.

E proprio l’emozione è stata evidente negli occhi di Alessandro Minerva, chiamato a recitare nel suo paese natale. Un momento particolarmente intenso, reso ancora più significativo dal legame con il luogo e con le persone che hanno accompagnato il suo percorso umano e artistico.

Ma il momento più toccante della serata è arrivato al termine della commedia.

Alessandro Minerva, visibilmente emozionato, ha ricevuto un mazzo di fiori. Invece di tenerlo per sé, ha scelto di donarlo a suo padre, Enrico Minerva, rivolgendogli un ringraziamento semplice e profondamente sincero.

Un gesto che ha racchiuso, in pochi istanti, il senso di un percorso lungo trent’anni.

«Grazie papà, per quello che ho realizzato, per quello che c’è stato e per quello che hai realizzato. Grazie papà».

Parole pronunciate con emozione, mentre Alessandro consegnava quel mazzo di fiori alla persona che ha rappresentato una presenza importante nel suo cammino.

Un gesto semplice, ma capace di arrivare dritto al cuore del pubblico.

E la risposta della sala è stata immediata: un lungo e caloroso applauso si è trasformato in una vera e propria standing ovation. Il pubblico si è alzato in piedi, accompagnando quel momento con un’emozione collettiva che ha reso ancora più speciale la conclusione della serata.

Perché dietro ogni palcoscenico, dietro ogni spettacolo e dietro ogni traguardo, ci sono persone, affetti e storie che spesso non salgono sulla scena, ma che rendono possibile continuare a recitare, a creare e a credere nel teatro.

A Lucugnano, Alessandro Minerva non ha celebrato soltanto trent’anni di teatro.

Ha scelto di condividere con il suo pubblico qualcosa di ancora più importante: la gratitudine verso chi gli è stato accanto.

E quando ha consegnato quei fiori a suo padre, il palcoscenico è diventato per un attimo il luogo della memoria, degli affetti e della riconoscenza.

Una standing ovation ha così chiuso una serata che difficilmente sarà dimenticata: trent’anni di teatro celebrati non soltanto con uno spettacolo, ma con un gesto d’amore verso un padre, davanti alla propria comunità.

Quando anche un caciocavallo diventa una torta di compleanno

La serata ha poi cambiato registro, lasciando per qualche momento la commedia per trasformarsi in una festa. Durante gli auguri al maestro Albano, il pubblico è stato coinvolto in una conversazione fatta di ricordi, ironia e aneddoti dell'infanzia.

E così, una semplice domanda sulle feste di compleanno da bambino ha prodotto una risposta decisamente lontana dalle tradizionali torte con le candeline: il ricordo era quello di un caciocavallo.

Da lì, il racconto si è trasformato in una gag surreale sulle candeline sostituite, nell’aneddoto, da un candelotto di dinamite proveniente da una cava. La scena immaginata era quella di un bambino costretto a spegnerlo prima che esplodesse, mentre gli altri bambini lo invitavano terrorizzati ad allontanarsi. E, come se non bastasse, non essendoci nessuno a intonare la classica canzoncina, il piccolo Albano avrebbe finito per cantarsela da solo.

Una storia raccontata con evidente spirito umoristico, che ha regalato alla serata una parentesi di leggerezza. Come un altro ricordo: quello del piccolo trattore a pedali ricevuto dal padre, diventato nella battuta l’occasione per immaginare il bambino già proprietario di centinaia di ettari di terra.

Sono momenti apparentemente marginali, ma raccontano una cosa importante: quando il teatro esce dal copione, l’artista smette per un attimo di essere soltanto interprete e diventa persona davanti alla propria comunità.

La voce, la musica e il desiderio di pace

Anche il tema della voce è diventato occasione di scherzo. Durante la pausa tra il primo e il secondo atto, Mirko Belfiore ha voluto regalare al pubblico presente una gag comica con l’imitazione del mitico Al Bano, attraverso una divertente e goliardica intervista condotta da Alessandra Minerva, tra battute, acuti e risate.

Alla domanda sul segreto degli acuti, il racconto ha chiamato in causa vino e orecchiette con le cime di rapa, prima di ripercorrere, in chiave ironica, gli inizi legati a Sanremo e i primi tentativi con gli acuti.

I tecnici del suono, nella narrazione, sarebbero stati costretti a fare i conti con una voce capace di mettere a dura prova persino i microfoni. La battuta si è poi allargata geograficamente, immaginando una voce talmente potente da attraversare la Pianura Padana per arrivare fino al Salento.

Ma dietro l’ironia è arrivato anche un messaggio più serio e profondo: la musica come linguaggio universale, capace di unire le persone, abbattere le distanze e accompagnare il desiderio di pace e di un mondo migliore.

Ancora una volta, dunque, la serata ha saputo cambiare tono senza perdere la propria identità, alternando leggerezza, comicità e momenti di riflessione. Una serata in cui il sorriso, i ricordi e la musica hanno finito per incontrarsi sullo stesso palcoscenico.

Una scenografia che racconta un'altra storia

Anche la scenografia merita un capitolo a parte.

Quella portata in scena dalla compagnia non è semplicemente un elemento decorativo, né un fondale pensato per accompagnare lo spettacolo. È il risultato di un lavoro paziente di recupero, trasformazione e adattamento, che restituisce alla scena una materia capace di raccontare, ancora prima che inizi la rappresentazione.

La scenografia è stata dipinta a mano, rielaborata e adattata da Alessandro Minerva, con la collaborazione di Marco Salvati ed Enzo Cosi, su una pannellatura attribuita al maestro Raffaele Del Savio, presentato dalla compagnia come artista e professionista di rilievo internazionale nel campo della scenografia e della composizione.

Dietro questo lavoro ci sono mani, pennelli, materiali e soprattutto tempo. C'è la volontà di non limitarsi a utilizzare ciò che si ha a disposizione, ma di trasformarlo, dargli una nuova funzione, adattarlo alle esigenze dello spettacolo e farlo diventare parte integrante del racconto.

È un dettaglio che racconta bene anche il modo in cui lavora una compagnia teatrale.

Molto spesso il teatro nasce proprio da questo: da materiali che vengono recuperati, conservati, modificati e riportati in scena. Oggetti che magari hanno già avuto una vita precedente e che, attraverso il lavoro degli artisti e dei tecnici, trovano una nuova identità.

La scenografia, quindi, non è soltanto qualcosa che si guarda.

È qualcosa che porta con sé una storia.

Ogni pennellata, ogni adattamento, ogni scelta compositiva contribuisce a costruire l'atmosfera dello spettacolo e a definire lo spazio nel quale prendono vita i personaggi. È quello spazio che accoglie le voci, i movimenti, i silenzi e le emozioni degli attori, diventando quasi un altro interprete della rappresentazione.

Uno spazio teatrale non è soltanto uno sfondo.

È parte della storia.

E quando quello spazio viene costruito, dipinto e trasformato con le mani, con il tempo e con la creatività, finisce inevitabilmente per portare sul palco anche una parte della memoria di chi lo ha realizzato.

È forse questo uno degli aspetti più affascinanti del teatro: la capacità di dare nuova vita alle cose. Un pannello può diventare un paesaggio, una superficie può trasformarsi in un ambiente, un materiale recuperato può assumere un significato completamente diverso.

E così, dietro ciò che il pubblico vede per pochi minuti o per la durata di uno spettacolo, rimane nascosto un lavoro fatto di cura, pazienza e passione.

La scenografia diventa allora qualcosa di più di una semplice cornice.

Diventa memoria, artigianato e immaginazione.

E, una volta accese le luci e iniziato lo spettacolo, tutto quel lavoro silenzioso smette di essere invisibile: prende forma davanti agli occhi del pubblico e diventa parte della magia del teatro.

Il teatro che si costruisce dietro le quinte

Quello che il pubblico vede è soltanto l'ultimo anello di una catena molto più lunga.

Durante la serata sono stati ricordati numerosi collaboratori e sostenitori: dal service audio e luci di Maurizio Martella alle sarte Paola e Gemma Cazzato, dal lavoro creativo di Revolution Creative Studio di Marco Salvati alle collaborazioni di Donato Sergi, Silvestro Specchia e Francesco Pedaci.

Un ringraziamento è stato rivolto anche a Rossella e Gianni Pronterre, alla Falegnameria Rocco Coluccia, alla professoressa Laura Petracca e alle diverse realtà commerciali e associative che hanno sostenuto le iniziative.

Importante anche il contributo di Antonio Cavallo, autore del lavoro video e del fotomontaggio utilizzato per la comunicazione dello spettacolo, e di Amadia Sansonetti, coreografa che ha contribuito alla costruzione delle coreografie e del finale.

Ci sono poi le riprese, le dirette, la comunicazione digitale, le locandine, i manifesti e i trailer.

Il teatro contemporaneo, anche quello popolare e amatoriale, non vive più soltanto dentro il palcoscenico.

Vive contemporaneamente nella piazza e nella rete.

Una comunità che sostiene la cultura

È forse questo il cuore più profondo della serata di Lucugnano.

La Vallonea non porta semplicemente una commedia in scena. Porta il risultato di una rete di relazioni costruita nel tempo.

Durante l'iniziativa sono stati rivolti ringraziamenti all'Amministrazione comunale di Tricase, al sindaco Antonio De Donno, alla vicesindaca Francesca Longo, all'associazione Tina Lambrini - Casa Comi, alla presidente Elisa Manni, alla vicepresidente Luciana Rosafio, a Umberto Minerva, Fernando Manni e a tutte le persone coinvolte nelle attività culturali.

Un pensiero è stato rivolto anche a Simone Coluccia, presidente uscente dell'associazione, per il percorso condiviso e la collaborazione sviluppata negli anni.

Non è soltanto un elenco di nomi.È la fotografia di come una realtà culturale possa vivere quando attorno a essa si crea una comunità.

Perché una compagnia può portare uno spettacolo in piazza, ma per trasformare davvero una piazza in teatro servono persone, associazioni, istituzioni, volontari, tecnici, sostenitori e pubblico.Questa è la dimensione sociale della cultura.

Il 5 per mille che diventa opportunità

Nel corso della serata si è parlato anche di un tema meno spettacolare, ma fondamentale per la vita delle associazioni: il sostegno economico.

La Vallonea ha ringraziato quanti hanno scelto di destinare all’associazione il proprio 5 per mille, spiegando come una parte delle risorse raccolte sia già stata destinata alle attività associative. Un contributo che, anche quando arriva attraverso una scelta semplice come quella del 5 per mille, può trasformarsi in un sostegno concreto alla programmazione culturale e ai progetti portati avanti nel corso dell’anno.

La cifra comunicata è di quasi 3.200 euro, utilizzati per sostenere iniziative culturali e, in particolare, la borsa di studio dedicata a Girolamo Comi. Un intervento che testimonia la volontà di destinare le risorse non soltanto alla realizzazione degli appuntamenti, ma anche a percorsi capaci di lasciare qualcosa nel tempo e di creare nuove occasioni di partecipazione e crescita.

Un progetto portato avanti, secondo quanto illustrato durante la serata, da circa tre anni e legato a un’iniziativa avviata nel 1988 dal Centro culturale. Un percorso che affonda quindi le proprie radici in una storia ormai consolidata e che oggi viene riproposto con l’obiettivo di ampliarne progressivamente la portata.

L’idea è quella di coinvolgere sempre di più le scuole, i ragazzi e la comunità, creando un rapporto più diretto tra le attività culturali e il territorio. Non soltanto appuntamenti destinati al pubblico, dunque, ma occasioni attraverso le quali avvicinare le nuove generazioni alla cultura, alla conoscenza e alla scoperta delle proprie radici.

In questo senso, il sostegno ricevuto attraverso il 5 per mille diventa parte di un percorso più ampio. Le risorse permettono infatti di dare continuità alle iniziative e, allo stesso tempo, di guardare a nuovi progetti, con l’ambizione di coinvolgere un numero sempre maggiore di persone.

È qui che il teatro incontra una dimensione ancora più ampia. Quella di uno spazio capace di andare oltre il palcoscenico e di diventare occasione di confronto, formazione e crescita.

La cultura non è soltanto spettacolo. Può diventare formazione, opportunità, memoria e investimento sulle nuove generazioni. Può aiutare a mantenere vivo il legame con la storia del territorio e, nello stesso tempo, offrire ai più giovani la possibilità di sentirsi parte di una comunità che continua a costruire il proprio futuro.

Ed è proprio in questa prospettiva che iniziative come la borsa di studio e i progetti rivolti alle scuole assumono un valore particolare: trasformare il sostegno ricevuto in occasioni concrete, facendo della cultura non soltanto un momento da vivere, ma un patrimonio da condividere e tramandare.i.

“Non perdiamo la voglia di sorridere”

Prima dell’inizio della commedia, Mirko Belfiore, nella sua presentazione, ha rivolto al pubblico un messaggio che ha dato alla serata un significato ancora più particolare e profondo.

La vita quotidiana, infatti, porta con sé problemi, preoccupazioni, paure e difficoltà. Ognuno, nel proprio percorso, affronta momenti complicati, responsabilità e pensieri che spesso finiscono per occupare gran parte delle nostre giornate. Proprio per questo, secondo il messaggio rivolto alla platea, non bisogna dare per scontata la possibilità di sorridere e, soprattutto, di regalare un momento di felicità alle persone che ci stanno accanto.

Può sembrare un pensiero semplice, quasi scontato, ma in realtà racchiude un significato importante. In una quotidianità spesso frenetica, riuscire a fermarsi per qualche ora, lasciarsi alle spalle le preoccupazioni e condividere un momento di leggerezza può avere un valore molto più grande di quanto si possa immaginare.

Ed è proprio questo il senso che si lega perfettamente a ciò che stava per accadere sul palco. La commedia non pretende di risolvere i problemi della vita, né di cancellare le difficoltà che ognuno porta con sé. Fa qualcosa di diverso, ma non per questo meno importante: per qualche ora crea uno spazio nel quale le persone possono stare insieme, ridere, emozionarsi, riconoscersi nei personaggi e nelle situazioni raccontate e, soprattutto, condividere un’esperienza.

Il teatro, in questo senso, diventa un luogo di incontro. Il pubblico non è semplicemente spettatore di ciò che accade sul palco, ma partecipa con le proprie emozioni, con le proprie risate e con la propria presenza. Ogni sorriso diventa così una piccola forma di partecipazione, un modo per entrare in sintonia con gli altri e sentirsi, almeno per un momento, parte di qualcosa di comune.

E forse è proprio questo il valore più autentico di una serata come questa: ricordarci che, nonostante le difficoltà della vita quotidiana, esistono ancora momenti capaci di farci sorridere, di avvicinarci agli altri e di regalarci un po’ di leggerezza. Perché a volte non serve molto per rendere migliore una serata: basta una risata condivisa, un’emozione sincera e la possibilità di trascorrere qualche ora insieme, lasciando fuori, almeno per un po’, tutto ciò che ci preoccupa.

Il messaggio di Mirko Belòfiore, quindi, non è stato soltanto un’introduzione alla commedia, ma quasi un invito a vivere pienamente quel momento: a non dare per scontato il sorriso, a riconoscerne il valore e a comprendere quanto possa essere importante regalare un po’ di felicità agli altri.

Il rispetto della tradizione e una comicità che parla a tutti

La compagnia LA VALLONEA ha ribadito anche la volontà di mantenere la comicità all'interno della tradizione del teatro salentino, senza trasformare la ricerca della risata in qualcosa di gratuito o fine a se stesso.

È una scelta che assume un significato particolare in un'epoca nella quale il pubblico è abituato a forme di intrattenimento sempre più veloci, immediate e costruite per catturare l'attenzione nel giro di pochi secondi. Il teatro popolare, invece, propone un'altra strada: chiede tempo, ascolto e partecipazione. La comicità non viene semplicemente utilizzata come strumento per strappare una risata, ma diventa parte integrante del racconto, dei personaggi e della vita quotidiana rappresentata sulla scena.

La risata nasce così dai caratteri, dai dialoghi, dal dialetto, dal ritmo delle battute, dagli oggetti, dai gesti e dalle situazioni. Nasce spesso anche da piccoli equivoci, da contrasti apparentemente semplici, da modi di dire e di comportarsi nei quali il pubblico può riconoscere qualcosa di familiare. È una comicità che affonda le proprie radici nella cultura del territorio e che proprio per questo riesce a conservare una dimensione autentica e immediatamente riconoscibile.

Ma c'è un elemento ancora più importante: la relazione con il pubblico.

A Lucugnano questa relazione appare immediata e naturale. Gli spettatori non sono soltanto persone sedute davanti a un palcoscenico, chiamate ad assistere passivamente allo spettacolo. Sono interlocutori, parte di un meccanismo teatrale che si costruisce anche attraverso le loro reazioni.

Vengono chiamati in causa, coinvolti, provocati scherzosamente. Una battuta può nascere dalla risposta della platea, un'espressione può essere prolungata perché suscita una particolare reazione, un momento di silenzio può diventare esso stesso parte dello spettacolo. In questo scambio continuo, il confine tra scena e pubblico diventa più sottile.

La quarta parete si assottiglia, fino quasi a scomparire.

È una caratteristica che appartiene profondamente alla tradizione del teatro popolare e che trova nella dimensione della piazza il proprio ambiente naturale. Qui il teatro non è soltanto rappresentazione, ma incontro. Chi recita e chi guarda condividono lo stesso spazio, lo stesso tempo e, in qualche modo, la stessa storia.

La piazza torna così a essere quella che il teatro popolare ha sempre conosciuto: uno spazio nel quale lo spettacolo non è separato dalla comunità, ma nasce all'interno di essa. Le risate, i commenti, le reazioni del pubblico e persino gli imprevisti possono diventare parte di un'esperienza collettiva.

È anche attraverso questa capacità di creare un rapporto diretto con gli spettatori che LA VALLONEA può mantenere viva una forma di comicità legata alla tradizione salentina, rinnovandola senza snaturarla. Una comicità che non ha bisogno di inseguire necessariamente la velocità dell'intrattenimento contemporaneo, perché trova la propria forza nella riconoscibilità dei personaggi, nella musicalità del dialetto, nella semplicità delle situazioni e, soprattutto, nella complicità che si crea tra palco e platea.

Ed è forse proprio questa complicità uno degli elementi che rendono il teatro popolare ancora capace di parlare al presente: la possibilità di ritrovarsi insieme, ridere delle debolezze umane e riconoscersi, per una sera, dentro una storia che appartiene a tutti.

Portare il teatro in una piazza significa cambiare la dimensione dello spettacolo.

Non c'è soltanto il rapporto tra attori e platea.

Ci sono gli incontri prima dell'inizio, le persone che arrivano, quelle che si salutano, le risate, gli applausi, le conversazioni dopo lo spettacolo.

La cultura esce dai luoghi chiusi e torna negli spazi della vita quotidiana.

A Lucugnano, Piazza Girolamo Comi diventa così un punto d'incontro tra memoria e contemporaneità.

E il nome della piazza richiama inevitabilmente la figura di Girolamo Comi, poeta e scrittore salentino profondamente legato a Lucugnano.

Attorno alla sua memoria continuano a svilupparsi iniziative che mantengono vivo il rapporto tra territorio, cultura e identità.

Non è soltanto una commedia

Alla fine, “…E all'ottavo giorno, creò… la Socra!” racconta certamente una storia comica.

Racconta Pantaleo e Silvana, le loro schermaglie, gli avvocati, i divorzi, i viaggi, le disavventure, le telefonate, le cadute, le “socre” e una lunga serie di equivoci.

Ma racconta anche qualcosa che sta fuori dal copione.

Racconta il lavoro degli attori e del regista.
Racconta le sarte e gli scenografi.
Racconta i tecnici e i collaboratori.
Racconta le associazioni e le istituzioni.
Racconta chi sostiene economicamente la cultura.
Racconta chi prepara una piazza affinché possa diventare teatro.
E soprattutto racconta il pubblico, senza il quale ogni palcoscenico sarebbe soltanto una struttura vuota.

Perché il teatro non comincia quando si alza il sipario.

Comincia molto prima: nelle prove, nelle idee, nei rapporti umani, nelle discussioni, nel lavoro dietro le quinte.

E continua dopo gli applausi, quando rimangono i ricordi, le battute ripetute tornando a casa, gli incontri e quella sensazione difficile da spiegare che nasce quando una comunità ha condiviso qualcosa.

È questo, forse, il significato più autentico di una serata come quella di Lucugnano.Una commedia popolare può far ridere.Un buon spettacolo può emozionare.

Ma quando il teatro riesce anche a mettere insieme le persone, a custodire una lingua, a valorizzare una memoria e a creare nuove occasioni di partecipazione, allora diventa qualcosa di più.Diventa cultura viva.E quella sera, in Piazza Girolamo Comi, la cultura aveva il volto degli attori, la voce del dialetto, il rumore delle risate e il calore degli applausi.

Una festa costruita insieme.Con una sola regola, naturalmente:non fate arrabbiare la Socra.

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