Il cuore segreto del Salento: il palazzo baronale di Caprarica

di Antonio Bruno

C’è un luogo, a Caprarica di Lecce, che racconta più di cinque secoli di storia del Salento e dell’Italia stessa. Un edificio che è insieme castello e palazzo, memoria di un passato feudale e di un sogno borghese: il palazzo baronale, già sede di avvistamento e poi dimora signorile.

Il suo nucleo originario è un torrione di fine Quattrocento-inizio Cinquecento: un avamposto difensivo contro le incursioni dal mare, con lo sguardo rivolto a Otranto, San Foca, Torre dell’Orso, le vie del commercio di vino, grano e olio. Nei secoli, attorno al torrione, si sviluppò un edificio residenziale, trasformando il “castrum” in palazzo, simbolo del potere locale e della capacità di adattamento delle famiglie proprietarie.

Dal feudalesimo al liberalismo

La storia del palazzo è legata a nomi e destini della nobiltà e della borghesia. Lo stemma sul torrione cita Costantino, primo barone di Caprarica. I Rossi vi giunsero nel 1780 da Positano e nel 1883 ne divennero proprietari. Una famiglia colta e intraprendente, che ha saputo tenere insieme radici meridionali e visione moderna, fino a ospitare figure centrali del nostro Risorgimento: Antonietta de Pace, patriota salentina, trovò qui rifugio dopo un processo, accolta dallo zio magistrato Gennaro Rossi, già impegnato nei moti rivoluzionari napoletani.

Architettura e giardini: un’Italia che cambia

La corte interna, risalente al 1500, era un tempo l’accesso a una villa che si estendeva fino all’attuale villa comunale e cimitero. Nel XIX secolo, quando la nobiltà abbandonava la logica difensiva per quella estetica, venne costruita una torre puramente decorativa, pensata per essere ammirata dal loggiato (“Mignano”).

Il giardino è un piccolo trattato di storia culturale: barocco nella pianta e nelle funzioni (orto, agrumi, animali), diventa nell’Ottocento romantico e anglosassone, con gelsomini e fiori ornamentali. Due palme, testimonianza del colonialismo fascista, e la recente riscoperta dei corbezzoli — simbolo garibaldino di unità nazionale — raccontano di stratificazioni simboliche non comuni.

Un salotto d’arte e di vita

Al piano nobile il tempo sembra essersi fermato. I pavimenti dei maestri Peluso, gli stessi della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, salutano il visitatore con un “Salve” musivo. Sui muri ritratti di antenati: Costantino Rossi, Maria Rosa 5, Gennaro Rossi. La cappella privata custodisce un’immagine della Madonna delle Anime Purganti e due dipinti di Oronzo Tiso (San Pietro e San Paolo), insieme a inginocchiatoi settecenteschi intatti.

La cultura e il gusto si ritrovano nella sala da pranzo, dove Muse e Apollo dominano le pareti, a ricordare che la bellezza e la musica – definita da Schopenhauer “l’arte più pura e smaterializzata” – sono nutrimento dell’anima, così come il cibo lo è per il corpo. Anche il bagno, con il lavabo in marmo e ottone, la vasca inglese e le lampade Liberty, è rimasto com’era: testimonianza di un’epoca in cui l’eleganza non era lusso, ma identità.

Perché conta oggi

Visitare il palazzo di Caprarica non significa soltanto attraversare un museo della memoria privata. È entrare in un pezzo d’Italia minore, dove la Storia – con la maiuscola – si è intrecciata con le storie di persone reali: baroni, patrioti, magistrati, donne coraggiose. È la prova che la modernità italiana non nasce solo nelle grandi città, ma anche nei borghi del Sud, capaci di custodire la loro identità e insieme aprirsi al mondo.



Bibliografia essenziale

  • F. Gabrieli, Castelli e fortificazioni del Salento, Edizioni Grifo, 1998.


  • G. Martirano, Il barocco e l’Ottocento in Terra d’Otranto, Congedo Editore, 2004.


  • A. Cazzullo, L’Italia s’è desta. Storie del Risorgimento, Mondadori, 2011.


  • M. De Giorgi, Giardini storici del Salento: tra barocco e romanticismo, Mario Congedo Editore, 2019.


  • G. Spagnolo, Antonietta de Pace e le donne del Risorgimento, Carra Editrice, 2007.


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