Cocumola sceglie le “strade della legalità”: istituzioni e comunità unite contro il silenzio e la violenza

di Davide Tommasi

Le strade della legalità: a Cocumola la sfida parte dai ragazzi

Non è stata una serata per parlare di legalità. È stata una serata per metterla in pratica.

Una piazza piena, i ragazzi davanti, le istituzioni accanto ai cittadini e un campo di calcio trasformato in un luogo di confronto. A Cocumola, la legalità ha preso la forma della presenza: esserci, ascoltare, educare, ricordare. E soprattutto avere il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

È questo il messaggio più forte emerso dall’incontro “Le strade della legalità”, promosso nella villa comunale della frazione di Minervino di Lecce alla vigilia della Fiera della Madonna dell’Uragano, in programma l’11 e il 12 settembre.

A moderare la serata è stata la presidente del Consiglio comunale di Minervino di Lecce, Stefania Foscarini, che ha accompagnato il confronto sottolineando l’importanza della partecipazione e del ruolo delle istituzioni nel costruire una cultura della legalità. Nel corso dell’incontro, Foscarini ha voluto anche dedicare un momento di ricordo e di memoria a Lorena Isceri, vittima di femminicidio pochi giorni fa, condividendo con il pubblico un pensiero di vicinanza e riflessione.

Un momento particolarmente intenso, che ha riportato al centro dell’attenzione il tema della violenza contro le donne e la necessità di non lasciare che il dolore e le tragedie vengano dimenticati. Ricordare significa anche assumersi una responsabilità collettiva: quella di riconoscere i segnali, educare al rispetto e intervenire prima che sia troppo tardi.

La serata ha messo attorno allo stesso tavolo amministrazione comunale, Prefettura, forze dell’ordine, Chiesa, associazioni, Comitato Festa e cittadini. Ma il vero centro dell’iniziativa sono stati loro: i ragazzi.

Perché droga, violenza, criminalità e disagio giovanile non si combattono soltanto con controlli e repressione. Si combattono prima di tutto riempiendo il vuoto, creando occasioni, offrendo punti di riferimento e costruendo comunità.

E una comunità che sceglie di esserci, di ascoltare e anche di ricordare, compie già un passo concreto sulla strada della legalità.

Giovani e sport per dire no a droga e illegalità: «Voi siete il presente»

Non è casuale che il confronto si sia svolto attorno a un campo di calcio. Sulla locandina, uno slogan semplice e diretto: «Dai un calcio alla droga». Parole che assumono un significato ancora più forte quando vengono pronunciate in un luogo frequentato ogni giorno da bambini, ragazzi e famiglie.

Lo sport, infatti, può essere molto più di un’attività fisica o di un momento di svago. È un antidoto al vuoto, una palestra nella quale imparare il valore delle regole, del rispetto, dell’impegno e della responsabilità. È il luogo in cui si impara a vincere, ma anche ad accettare una sconfitta, a rispettare l’avversario, a collaborare con gli altri e a comprendere che ogni risultato è il frutto di un percorso.

Per questo un campo sportivo vissuto da bambini e ragazzi non è semplicemente un impianto. È un presidio sociale, uno spazio di incontro e di crescita, un luogo nel quale costruire relazioni positive e offrire alternative concrete alla solitudine, al disagio e ai rischi che possono accompagnare l’adolescenza.

Da qui è partito il messaggio del sindaco di Minervino di Lecce, Antonio Marte, che ha richiamato il valore di una comunità capace di fare squadra e di mettere insieme istituzioni, scuola, famiglie, forze dell’ordine, Chiesa e associazioni. Perché nessuno, da solo, può affrontare fenomeni complessi come quello delle dipendenze e della marginalità.

La prevenzione, infatti, non può essere affidata soltanto agli interventi repressivi. Richiede presenza, ascolto, educazione e capacità di intercettare per tempo i segnali di disagio. Richiede soprattutto una comunità che non si volti dall’altra parte e che sappia accompagnare i più giovani nelle loro scelte.

È questo, in fondo, il significato più profondo della legalità. Non qualcosa che può rimanere confinato alle cerimonie, agli incontri pubblici o alle giornate dedicate alla sensibilizzazione, ma un principio che deve trasformarsi in comportamento quotidiano. Rispettare le regole, prendersi cura degli altri, difendere ciò che appartiene alla collettività e avere il coraggio di dire no a ciò che può compromettere il proprio futuro sono gesti concreti di cittadinanza.

E anche la cura dei luoghi diventa una forma di prevenzione. Una villa, una piazza, una strada, una scuola o un campo sportivo non sono semplicemente spazi da riqualificare. Sono luoghi da restituire alle persone, da vivere e da presidiare. Perché dove una comunità torna a incontrarsi, a stare insieme e a sentirsi responsabile del proprio territorio, si restringono gli spazi per il degrado e per l’illegalità.

In questa prospettiva, il messaggio rivolto ai ragazzi assume un significato particolare: «Voi non siete il futuro di Cocumola, voi siete il presente».

Una frase che rovescia la prospettiva e che va oltre la retorica. I giovani non sono cittadini in attesa di diventare adulti, né persone da educare soltanto in vista di un domani. Sono cittadini già oggi. Vivono il territorio, ne conoscono le difficoltà, ne attraversano gli spazi e possono contribuire a cambiarlo.

Dire loro che sono il presente significa riconoscere una responsabilità, ma anche offrire fiducia. Significa dire che le loro scelte contano, che le loro parole hanno un peso e che la comunità ha bisogno della loro partecipazione.

È proprio da qui che può partire una vera cultura della prevenzione: dalla capacità di creare luoghi, occasioni e relazioni nelle quali un ragazzo possa sentirsi parte di qualcosa. Perché contrastare la droga e l’illegalità non significa soltanto dire no a un comportamento sbagliato. Significa costruire, giorno dopo giorno, abbastanza motivi per scegliere un’alternativa.

E allora quel campo di calcio diventa il simbolo di una sfida più grande. Non soltanto quella di dare un calcio alla droga, ma quella di dare spazio allo sport, alla comunità, alla responsabilità e alla partecipazione.

Perché il futuro si costruisce domani, ma le scelte che lo determinano si fanno oggi. E i ragazzi di Cocumola, come è stato ricordato loro, non sono semplicemente il futuro.

Sono il presente.

Manno: «La legalità è una responsabilità di tutti»

Il prefetto di Lecce, Natalino Domenico Manno, ha spostato il focus sul disagio giovanile e sul ruolo degli adulti, sottolineando quanto sia importante intervenire prima che le situazioni di fragilità possano trasformarsi in terreno fertile per la criminalità.

Nel suo intervento non sono mancate storie, circostanze ed episodi concreti, raccontati con particolare partecipazione. Nel ripercorrerli, il prefetto è apparso visibilmente commosso, tanto che in alcuni momenti la voce sembrava tremargli. Un passaggio che ha restituito alla riflessione sulla legalità una dimensione profondamente umana, fatta di volti, esperienze e giovani vite che possono essere indirizzate verso strade molto diverse.

Parlare ai ragazzi non è facile. Ancora più difficile, a volte, è parlare alle famiglie e coinvolgere pienamente i genitori. Eppure è proprio da qui che deve partire una prevenzione concreta. Nella provincia di Lecce esistono comunità e realtà che ogni giorno lavorano sul territorio per intercettare il disagio, ascoltare i più giovani e sostenere le famiglie.

La prevenzione non è soltanto un intervento sociale: può diventare una vera e propria forma di cura. Intervenire prima che il disagio diventi isolamento, dipendenza, violenza o vicinanza alla criminalità può significare salvare vite e restituire una possibilità a bambini, adolescenti e adulti.

Per questo è fondamentale parlare ai ragazzi, ma anche ascoltarli. E bisogna parlare con le famiglie, anche quando è difficile, anche quando ammettere una fragilità può fare paura. Nessuno dovrebbe sentirsi solo davanti a un problema. Una comunità capace di accorgersi del disagio e di offrire aiuto prima che sia troppo tardi può fare la differenza.

La legalità, dunque, non può essere delegata esclusivamente allo Stato, alla Prefettura o alle forze dell’ordine. È una responsabilità collettiva, che coinvolge ogni componente della comunità.

Famiglia, scuola, istituzioni, servizi e società civile devono essere in grado di intercettare fragilità, solitudine, difficoltà economiche e disagio prima che qualcun altro possa approfittarne. Ascoltare i ragazzi, accompagnarli nelle difficoltà e offrire loro alternative concrete significa anche prevenire il rischio che cerchino altrove riconoscimento, appartenenza o opportunità.

Tra i rischi evidenziati c’è anche quello del denaro facile e del reclutamento dei minorenni da parte della criminalità. Piccoli incarichi, come fare da vedetta o segnalare la presenza delle forze dell’ordine, possono apparire agli occhi di un adolescente come un modo semplice e immediato per guadagnare qualche soldo.Ma dietro quei soldi c’è una trappola.

Quello che all’inizio può sembrare un’opportunità può trasformarsi rapidamente in una perdita di libertà, di serenità, della scuola e delle proprie opportunità, fino a compromettere il futuro stesso del ragazzo.

La risposta passa allora dallo studio, dalla formazione, dal lavoro e dalla capacità di costruirsi un’autonomia reale. Significa offrire ai giovani strumenti e possibilità concrete per immaginare un futuro diverso, nel quale il successo non sia legato al denaro facile, ma alla possibilità di crescere, scegliere e costruire con le proprie forze il proprio percorso.

Perché prevenire significa soprattutto arrivare prima. Prima della solitudine, prima dell'emarginazione, prima che qualcuno possa trasformare la fragilità di un ragazzo in uno strumento nelle mani della criminalità. E in questo lavoro, ogni parola ascoltata, ogni famiglia sostenuta e ogni giovane accompagnato può diventare un'occasione per salvare un futuro.

Don Antonio Coluccia: «Il silenzio vuol dire essere conniventi»

Poi è arrivata la testimonianza di Don Antonio Coluccia, e il tono della serata è cambiato.

Il sacerdote, da anni impegnato nelle periferie e nei territori segnati dalla droga e dalla criminalità, ha portato a Cocumola il peso e la forza delle esperienze vissute sul campo, parlando ai ragazzi senza retorica e senza girare intorno ai problemi.

Il suo messaggio è stato semplice e radicale: bisogna esserci.

A un certo punto ha chiamato accanto a sé il comandante della stazione dei Carabinieri e il dirigente del Commissariato di Otranto. Poliziotti, carabinieri, sacerdote e ragazzi si sono ritrovati nello stesso spazio, senza barriere e senza distanze.Un'immagine concreta di quella comunità che, secondo Coluccia, deve imparare a stare insieme proprio nei momenti più difficili.

Sulla maglietta del sacerdote, la frase che ha finito per diventare il titolo morale della serata:«Nessuno si salva da solo».

Coluccia ha raccontato esperienze maturate in realtà difficili, da Pianura a San Basilio, spiegando che davanti alla criminalità non basta aspettare che intervenga qualcun altro. La legalità, ha ricordato, non può essere soltanto una parola pronunciata nelle occasioni pubbliche: deve tradursi in presenza, ascolto e responsabilità quotidiana.

Bisogna occupare le piazze. Bisogna conoscere i ragazzi. Bisogna tornare nei luoghi dove il disagio cresce, prima che siano altri a riempire quel vuoto.E soprattutto bisogna rompere la cultura del silenzio.

Anche il richiamo a Don Abbondio, il personaggio dei Promessi Sposi che sceglie di non esporsi davanti ai potenti, è diventato una metafora del quieto vivere, della tentazione di farsi da parte per evitare problemi.

«Il silenzio vuol dire essere conniventi», il messaggio più duro della serata.

Non voltarsi dall’altra parte, dunque, diventa già una scelta di legalità. Perché la lotta alla criminalità, prima ancora che nelle grandi operazioni, comincia dalla capacità di una comunità di non lasciare soli i propri ragazzi e di non arrendersi all'indifferenza..

«La vita dei ragazzi è stupefacente, non le sostanze»

Nel suo intervento Coluccia ha insistito sulla necessità di offrire ai giovani un’alternativa concreta alla cultura dello spaccio e del guadagno facile, costruendo occasioni reali di crescita, partecipazione e futuro.

Da una parte la “bella vita”, fatta di apparenza, soldi facili, consumo e scorciatoie.

Dall’altra la “vita bella”: studio, sacrificio, sport, relazioni sane, lavoro, impegno e libertà. Un percorso forse più difficile, ma capace di dare ai ragazzi strumenti e prospettive durature.Il pallone, in questa prospettiva, diventa un simbolo potentissimo.

Un ragazzo che entra in piazza con un pallone occupa quello spazio con la vita, con l’energia, con la voglia di stare insieme e di costruire qualcosa di positivo.

E dove ci sono ragazzi, famiglie, sport e relazioni, c’è meno spazio per il degrado e per chi vuole trasformare le fragilità, la solitudine e il bisogno di appartenenza in un business criminale.

Da qui anche una delle frasi più efficaci rivolte ai giovani, che sintetizza il senso dell’intervento e il valore di una scelta diversa:«La vita dei ragazzi è stupefacente, non le sostanze».

La memoria delle vittime: Angelica e Lorena

La violenza: riconoscerla, prevenirla, contrastarla

Il tema della violenza è tornato con forza anche attraverso il ricordo di Lorena Isceri, riportando al centro una questione che non può essere affrontata soltanto quando una tragedia è già avvenuta. Ricordare significa, prima di tutto, assumersi una responsabilità: quella di trasformare il dolore in consapevolezza, la memoria in impegno e l’impegno in azioni concrete di prevenzione.

Parlare di violenza significa parlare di relazioni, di educazione, di rispetto e della capacità di riconoscere quei segnali che, troppo spesso, vengono minimizzati, giustificati o scambiati per manifestazioni d’amore. E proprio da qui deve partire un lavoro culturale profondo, soprattutto rivolto alle nuove generazioni.

Perché la violenza non comincia necessariamente con un gesto estremo. Può iniziare molto prima, attraverso parole, atteggiamenti e comportamenti che vengono considerati quasi normali: una gelosia presentata come prova d’amore, il controllo delle amicizie, del telefono o degli spostamenti, la limitazione della libertà personale, l’umiliazione, l’isolamento, le minacce, la manipolazione, il ricatto emotivo.

Gelosia, controllo, possesso e prevaricazione non sono amore. Non sono attenzioni, non sono forme di protezione e non possono essere normalizzati all’interno di una relazione. Sono segnali di una cultura della sopraffazione che, se non viene riconosciuta e contrastata, può diventare sempre più pericolosa.

È importante dirlo soprattutto ai giovani: nessuno ha il diritto di possedere un’altra persona, di decidere per lei, di limitarne la libertà o di trasformare una relazione in uno spazio di paura. L’amore non chiede di rinunciare a se stessi. L’amore non umilia, non minaccia, non controlla e non fa paura. Una relazione sana si costruisce sulla fiducia, sull'ascolto, sulla libertà, sulla reciprocità e sul rispetto della dignità dell'altro.

Ecco perché l’educazione al rispetto non può essere considerata un tema secondario. Deve diventare una parte essenziale della crescita di ogni persona. Educare significa fornire gli strumenti per comprendere le emozioni, gestire i conflitti, accettare un rifiuto, rispettare i confini dell’altro, riconoscere una relazione tossica e, soprattutto, comprendere che nessuna forma di violenza può essere giustificata.Anche questa è legalità.

La legalità non è soltanto conoscere le regole o rispettare le leggi. È una cultura quotidiana che si costruisce nelle relazioni, nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità. È la capacità di riconoscere ciò che è giusto e ciò che non lo è, anche quando non ci riguarda direttamente.

Per questo è fondamentale non voltarsi dall’altra parte.

Una comunità è davvero forte quando sa ascoltare chi chiede aiuto, quando non minimizza un segnale di pericolo, quando non considera una situazione di violenza un fatto privato e quando riesce a costruire una rete capace di proteggere chi è più fragile.

Prevenire significa ascoltare. Significa osservare. Significa credere alle vittime. Significa intervenire prima che sia troppo tardi.

E significa anche avere il coraggio di rompere il silenzio.Perché il silenzio, quando intorno a noi esistono segnali evidenti di violenza, rischia di diventare complicità. Al contrario, una parola, un ascolto, una richiesta di aiuto, un intervento tempestivo possono rappresentare un argine, possono interrompere una spirale e, in alcuni casi, possono persino salvare una vita.

Gli “uragani” che attraversano la società

Il legame con la tradizione di Cocumola è arrivato attraverso le parole del parroco, Don Salvatore Palma, che ha richiamato la storia della Madonna dell’Uragano e la violenta tempesta che colpì il paese il 10 settembre 1832.

Una memoria antica, legata a un evento naturale capace di mettere alla prova un’intera comunità e che ancora oggi appartiene alla storia e all’identità del territorio.

Ma il richiamo all’uragano può assumere anche un significato più ampio e profondamente attuale.

Perché, accanto agli uragani della natura, esistono altri uragani. Sono meno visibili, ma non per questo meno devastanti. Non arrivano dal cielo e non possono essere fermati soltanto chiudendo una finestra.

Sono le tempeste che attraversano la società: la droga, la violenza, la criminalità, la corruzione, l’indifferenza, la prepotenza, il bullismo, la solitudine, l’emarginazione e la perdita dei valori di comunità.

Sono fenomeni diversi tra loro, ma spesso accomunati da una stessa capacità: quella di insinuarsi lentamente, di approfittare delle fragilità e di diventare più forti quando intorno trovano silenzio, paura o indifferenza.Anche queste sono tempeste che possono travolgere una comunità.

E proprio per questo non basta indignarsi quando il danno è ormai compiuto. Occorre costruire anticorpi prima che la tempesta arrivi.La risposta non può essere soltanto repressiva. La repressione è necessaria quando viene commesso un reato, ma la vera sfida è costruire una società capace di prevenire, educare e creare alternative.

Servono famiglie capaci di ascoltare, scuole capaci di educare alla cittadinanza e al rispetto, istituzioni presenti, associazioni attive, comunità attente e giovani messi nelle condizioni di costruire il proprio futuro senza essere risucchiati dalle scorciatoie della violenza, della criminalità o della sopraffazione.

Di fronte agli “uragani” della società, nessuno può pensare di essere completamente al riparo.Perché una comunità non è fatta soltanto di strade, piazze e case. È fatta soprattutto di persone. E quando una persona viene lasciata sola davanti alla violenza, alla dipendenza, alla paura o alla criminalità, a essere colpita è l’intera comunità.

La risposta, allora, è nella capacità di essere custodi gli uni degli altri.

Custodire significa non essere indifferenti. Significa accorgersi di chi sta vivendo una difficoltà. Significa avere il coraggio di chiedere “come stai?” e, soprattutto, avere la pazienza di ascoltare la risposta. Significa non considerare la sofferenza degli altri un problema che non ci riguarda.Significa costruire una comunità nella quale nessuno debba sentirsi solo davanti alla propria tempesta.

Ed è proprio qui che il ricordo, la memoria e la tradizione acquistano un valore ancora più profondo: non devono limitarsi a raccontare ciò che è stato, ma devono aiutarci a comprendere ciò che siamo e, soprattutto, ciò che vogliamo diventare.

Perché le tempeste possono arrivare, nella natura come nella società. Ma una comunità unita, consapevole e capace di prendersi cura delle persone può costruire gli strumenti per affrontarle.

La legalità è anche questo: riconoscere le tempeste prima che diventino tragedie, educare al rispetto prima che la violenza esploda, scegliere la responsabilità invece dell’indifferenza e avere il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.Solo così la memoria può trasformarsi in futuro.

Tradizione e legalità: la forza di una comunità

A rappresentare il Comitato Festa della Madonna dell’Uragano è intervenuto il presidente delegato Giuseppe Palma, che ha posto al centro del suo intervento il valore della tradizione, della partecipazione e del senso di appartenenza che da sempre accompagna i festeggiamenti di Cocumola.

Palma ha voluto innanzitutto rivolgere un ringraziamento a tutte le persone e alle realtà che, a vario titolo, contribuiscono alla realizzazione della festa: dalle istituzioni alla parrocchia, dall’amministrazione comunale alle forze dell’ordine, fino ai numerosi volontari che mettono a disposizione tempo, energie e competenze.

Un lavoro spesso discreto, che non sempre trova spazio sotto i riflettori, ma che rappresenta la condizione indispensabile perché una manifestazione così radicata nella storia del paese possa continuare a vivere e a rinnovarsi.

Nel suo intervento, Palma ha sottolineato come la Fiera della Madonna dell’Uragano non possa essere considerata soltanto una ricorrenza religiosa o un appuntamento del calendario estivo. La festa rappresenta, piuttosto, un momento nel quale la comunità si ritrova, riconosce le proprie radici e rinnova un legame costruito nel tempo.

«La festa appartiene a tutti» è il concetto che ha attraversato il suo intervento. Una festa, infatti, può continuare a esistere e a mantenere il proprio significato soltanto quando diventa patrimonio condiviso e quando sono tante le persone che scelgono di partecipare, contribuire e prendersene cura.

Per Palma, custodire una tradizione non significa semplicemente ripetere ogni anno gli stessi appuntamenti, ma conservarne il significato e riuscire a trasmetterlo alle generazioni che verranno.

In questo senso, assume particolare importanza il coinvolgimento dei più giovani. Far conoscere loro la storia della Madonna dell’Uragano, le tradizioni legate alla festa e il lavoro che si trova dietro ogni iniziativa significa permettere ai ragazzi di conoscere meglio il proprio territorio e di sentirsi parte di una storia collettiva.

È proprio nel passaggio tra generazioni che una tradizione trova la propria continuità. Gli anziani trasmettono memoria ed esperienza, gli adulti contribuiscono a mantenere viva l’organizzazione e i giovani diventano i destinatari ma anche, sempre più, i protagonisti di un patrimonio che appartiene all’intera comunità.

Palma ha quindi richiamato il valore del volontariato, elemento fondamentale per la riuscita dei festeggiamenti. Dietro la festa ci sono persone che dedicano tempo alla preparazione, all’organizzazione, alla logistica e alla cura dei tanti aspetti che consentono alla manifestazione di svolgersi.

Un impegno che assume ancora maggiore valore in una piccola realtà come Cocumola, dove la dimensione comunitaria rappresenta una risorsa importante e dove la partecipazione dei cittadini può fare la differenza.

La festa, inoltre, offre l’opportunità di vivere gli spazi del paese, di incontrarsi e di restituire alle piazze e alle strade la loro funzione naturale di luoghi di socialità.

Ed è proprio su questo aspetto che il messaggio del presidente delegato si è collegato al tema della legalità affrontato nel corso della serata.

Una comunità che si incontra, che condivide momenti, che conosce i propri luoghi e che costruisce relazioni è una comunità più forte. Una comunità capace di non lasciare sole le persone e, soprattutto, di creare occasioni positive per i più giovani .

In questa prospettiva, tradizione e legalità non sono due concetti distanti. La prima costruisce identità e appartenenza; la seconda si alimenta anche attraverso la responsabilità, il rispetto degli altri e la cura del bene comune.

Palma ha quindi ribadito l'importanza di vivere la festa come un momento di apertura e di partecipazione, nel quale ciascuno può sentirsi parte di qualcosa di più grande della propria dimensione individuale.

Un invito rivolto a tutta la cittadinanza, in vista dei festeggiamenti dell’11 e 12 settembre, affinché la Fiera della Madonna dell’Uragano possa essere vissuta non soltanto come una ricorrenza religiosa, ma come una vera festa della comunità.

Una comunità che attraverso la propria festa racconta la propria storia, custodisce la memoria e, allo stesso tempo, guarda al futuro, cercando di consegnare alle nuove generazioni un patrimonio fatto di tradizioni, relazioni e partecipazione.

Alberto Renisi: «Stare insieme è la forza della nostra comunità»

È stato quindi il vicepresidente del Comitato Festa, Alberto Renisi, a sviluppare il tema della partecipazione, soffermandosi in particolare sul valore della collaborazione e sul ruolo che il senso di comunità può avere nel rafforzare il tessuto sociale di un piccolo centro come Cocumola.

Renisi ha richiamato l’attenzione sul lavoro che precede la festa, un lavoro fatto soprattutto di disponibilità, volontariato e collaborazione.

Dietro gli appuntamenti, le celebrazioni e le iniziative che animano la Fiera della Madonna dell’Uragano ci sono infatti tante persone che, spesso lontano dai riflettori, dedicano il proprio tempo alla preparazione della manifestazione.

È un impegno che nasce dalla volontà di contribuire alla vita del paese e che rappresenta, secondo Renisi, una delle forme più concrete di partecipazione civica.

La festa diventa così il risultato di un lavoro collettivo nel quale ciascuno può dare il proprio contributo. Il Comitato, la parrocchia, l’amministrazione comunale, le associazioni, i volontari e i cittadini sono chiamati a collaborare affinché una tradizione possa continuare a rappresentare un momento significativo per l’intera comunità.

Renisi ha sottolineato proprio questo aspetto: la forza di una comunità non si misura soltanto nella capacità di organizzare una manifestazione, ma soprattutto nella capacità delle persone di lavorare insieme, di condividere responsabilità e di sentirsi parte di un progetto comune.

La Fiera della Madonna dell’Uragano, in questo senso, diventa uno spazio nel quale le diverse generazioni possono incontrarsi.

Famiglie, anziani, giovani e bambini partecipano a un momento che appartiene alla memoria collettiva di Cocumola. È un'occasione nella quale storie personali e storia del paese si intrecciano, permettendo alla tradizione di essere trasmessa e, nello stesso tempo, reinterpretata dalle nuove generazioni.

Proprio il coinvolgimento dei giovani rappresenta uno dei passaggi centrali del ragionamento di Renisi.

Una tradizione, infatti, rischia di trasformarsi in una semplice celebrazione del passato se non riesce a parlare anche a chi quella storia non l’ha vissuta direttamente.

Per questo è importante creare le condizioni affinché i ragazzi possano conoscere la festa, comprenderne il significato e sentirsi coinvolti. Solo così una tradizione può continuare a vivere e non limitarsi a essere un ricordo.Da qui anche il collegamento con il tema della legalità affrontato nel corso della serata.Renisi ha evidenziato come una comunità viva sia una comunità capace di creare occasioni di incontro, soprattutto per i più giovani. Offrire spazi di socialità, favorire la partecipazione e mantenere vivi i luoghi del paese significa anche costruire alternative all’isolamento e al disagio.

Una piazza piena di persone, un’associazione che coinvolge i ragazzi, una festa organizzata attraverso il volontariato e la collaborazione rappresentano, in questa prospettiva, molto più di semplici momenti di aggregazione.Sono occasioni attraverso le quali si costruiscono relazioni, si sviluppa il senso di responsabilità e si rafforza il legame con il territorio.

Il vicepresidente ha quindi richiamato il valore della collaborazione tra tutte le componenti della comunità, sottolineando come nessuno possa affrontare da solo le difficoltà sociali e come sia invece necessario costruire una rete capace di coinvolgere famiglie, istituzioni, associazioni, parrocchia e cittadini.

La festa diventa dunque anche un esempio concreto di ciò che può accadere quando una comunità decide di lavorare insieme.Renisi ha infine rivolto un ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito alla preparazione dei festeggiamenti dell’11 e 12 settembre, ribadendo che il risultato finale è il frutto di un impegno condiviso.

La Madonna dell’Uragano continua così a rappresentare per Cocumola un appuntamento capace di andare oltre la dimensione della singola celebrazione.

È memoria, ma anche presente. È tradizione, ma anche partecipazione. È un momento religioso e popolare, ma anche un’occasione per rafforzare i legami tra le persone.

Ed è proprio questa capacità di mettere insieme generazioni diverse e di creare occasioni di incontro che permette alla festa di rinnovare ogni anno il proprio significato.

Perché una tradizione resta davvero viva quando non viene semplicemente custodita, ma viene vissuta, condivisa e trasmessa. E una comunità è davvero forte quando riesce a stare insieme, prendersi cura dei propri luoghi e guardare al futuro dei propri giovani con fiducia e responsabilità.

Schironi: prevenzione e vicinanza

Tra gli interventi, anche quello di Marco Schironi, nuovo dirigente del Commissariato diOtranto, già dirigente della Polizia Postale di Lecce, ruolo nel quale si è distinto per l’attività svolta sul fronte della prevenzione e della sensibilizzazione, soprattutto tra i più giovani.

La sua presenza ha rappresentato un primo e significativo momento di incontro con il territorio, offrendo l’occasione per richiamare l’attenzione su un aspetto fondamentale dell’attività delle forze dell’ordine: la prevenzione.

Un lavoro che non si esaurisce nelle attività di controllo e repressione, ma passa anche attraverso il dialogo con i cittadini, la presenza nelle comunità e il confronto diretto con le nuove generazioni. In questo senso, assume particolare importanza il lavoro svolto nelle scuole, attraverso incontri e iniziative dedicate alla sicurezza in rete, all’uso consapevole delle tecnologie e alla prevenzione dei rischi legati al mondo digitale.

Allo stesso modo, resta centrale l’attività di sensibilizzazione rivolta soprattutto alle persone più vulnerabili, a partire dagli anziani, per contrastare il fenomeno delle truffe e fornire strumenti concreti per riconoscere i possibili raggiri e difendersi.

La presenza di Schironi a Otranto si inserisce dunque in una concezione della sicurezza che guarda al territorio non soltanto come luogo da controllare, ma come una comunità con cui costruire un rapporto di fiducia.Perché la sicurezza non è soltanto repressione.

È anche prevenzione, prossimità, ascolto e presenza.È la capacità di esserci prima che un problema diventi un’emergenza, di incontrare le persone, ascoltarne le esigenze e costruire insieme una maggiore consapevolezza.

Ed è proprio da questa presenza quotidiana, fatta di attenzione e dialogo, che può nascere una sicurezza più concreta, vicina ai cittadini e realmente radicata nel territorio.

La vera fotografia della serata

Alla fine, il messaggio più importante non è rimasto nelle parole.È rimasto in una fotografia.Don Coluccia ha chiamato in campo i ragazzi, insieme agli adulti e ai nonni.

E poi quello scatto: tutti insieme.Istituzioni, forze dell’ordine, sacerdote, giovani.

Un’immagine che ha raccontato più di molti discorsi.“Nessuno si salva da solo.”Perché la lotta alla droga non può essere lasciata soltanto alle forze dell’ordine.L’educazione non può essere delegata soltanto alla scuola.La crescita dei nostri ragazzi non può essere responsabilità esclusiva delle famiglie.

Serve una comunità.

Una comunità che ascolta prima che sia troppo tardi.
Che ricorda le vittime.
Che non accetta il silenzio.
Che riempie le piazze.
Che apre i campi sportivi.
Che restituisce ai ragazzi luoghi, opportunità e futuro.

Cocumula ha scelto di partire da qui:dai suoi ragazzi, dalla sua memoria, dai suoi luoghi.Perché costruire legalità significa esserci.Insieme.Ogni giorno.E quella strada, questa volta, non è soltanto una metafora.Ha un nome: legalità.

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