Cinque anni di Premio Isabella: a Galatina la serata in cui le eccellenze hanno raccontato l'Italia che non si arrende
di Davide Tommasi
Il Premio Isabella celebra talento, inclusione e storie di straordinaria resilienza.
Al Cavallino Bianco la quinta edizione del riconoscimento dedicato a Isabella Bernardini De Pace, condotta da Maria Antonietta Vacca e da Gianluca Calò, presidente dell'associazione organizzatrice Giubbe Verdi Salento. Tra doppiaggio, boccia paralimpica, boxe, danza, arte, disegno e volontariato, la consegna dei premi si è trasformata in una dichiarazione di cittadinanza: nessuno resta indietro, e nessuno si accontenta.
Galatina — C'è un momento, in ogni serata che si rispetti, in cui il cerimoniale si rompe e resta la sostanza. Al Premio Isabella è successo presto, al Cavallino Bianco, quando la conduttrice Maria Antonietta Vacca ha chiamato sul palco la prima premiata e dalle file è salita Alice Gennaro: la prima doppiatrice d'Italia con sindrome di Down, scelta dopo una selezione vera, per dare voce al personaggio di Valentina.
Alice non si è nascosta dietro il microfono. Ha raccontato la sua vocina da bambina — «ehi, ciao!» — il provino, la telefonata che le ha cambiato la settimana. «Mi hanno chiamato perché io faccio la vocina di una bambina». Poi ha parlato del lavoro che porta avanti da tre anni nel vintage e del pubblico che la segue online, quello che lei chiama, senza falsa modestia, il suo mestiere di influencer. «Bellissima, intelligente e socievole»: così l'aveva presentata Gianluca Calò, presidente dell'associazione Giubbe Verdi Salento e anima della manifestazione, che l'ha scortata sul palco con l'ironia di sempre — «Signore e signori, Gianluca Calò!» — e si è definito, per l'occasione, il suo valletto, salvo poi essere redarguito dalla conduttrice: «Come valletto non sei proprio... e mi dovevi portare [i fiori]».
Cinque edizioni, un format che non somiglia a nessun altro. Il Premio Isabella non è una passerella di carità: è una serata in cui si sale sul palco per dire cosa si fa, non cosa si è perso. La differenza si sente dal tono delle voci, e si è sentita per tutte le due ore
abbondanti di spettacolo, scandite da una scaletta che lo stesso Calò ha più volte ammesso di non avere: «È tutto in itinere quello che succede su questo palco».
In platea c'erano l'avvocato Anna Maria Bernardini De Pace, figlia di Isabella e presenza fissa della manifestazione, e il fratello, per la prima volta presente. Con loro un'amministrazione comunale che ha dato ospitalità e patrocinio alla città di Galatina, con il sindaco Fabio Vergine e il vicesindaco Grazia Anselmi. E poi lo staff che trasforma una serata in un'impresa: Nicole Prete, Veronica Tornese, Francesca, Domenico, Christian Fiorita, Chiara Rotundo, e tutti i volontari della onlus Giubbe Verdi che, come ha ammesso lo stesso Calò, «un po' mi odiano, perché quando mi invento queste cose sanno che devono rimboccarsi le maniche».
La voce, la chitarra, il coraggio
Il secondo passaggio è stato affidato a Federico Nestola, diplomato all'Accademia di Belle Arti di Lecce, che ha eseguito da solo un brano inedito già suonato con la sua band, ora sciolta. Chitarra acustica, un plettro perso a metà esecuzione e ritrovato con una professionalità che il palco ha riconosciuto: «Sei andato avanti senza fermarti». Il testo parlava di uno spirito arrivato da lontano, di un mostro e di un angelo che convivono dentro di noi, di un cuore «un po' blu» e della sensazione di essere trasparente: un'autorappresentazione che in quella sala ha avuto un peso diverso dal solito. Alla fine, per non fare torto a nessuno, Federico ha precisato che il plettro «l'ho buttato apposta per l'arpeggio».
Perché quella canzone aveva un contesto che la serata ha scelto di dire ad alta voce. Federico avrebbe dovuto essere accompagnato da Autopia e dal progetto Birraut, un percorso di inserimento lavorativo per persone autistiche e con disabilità che non ha potuto essere presente per l'allerta meteo — con il paradosso, raccontato dal palco, di una provincia che si prepara all'apocalisse per la pioggia in un Salento in cui, come ha ironizzato l'avvocato, «non piove mai». Il messaggio è stato affidato alla sala: esiste una legge che sostiene le aziende che assumono ragazzi autistici, ma troppo spesso si preferisce pagare le sanzioni piuttosto che aprire le porte a persone come Federico. «Un appello a tutti coloro che conoscono proprietari di aziende: imparare ad assumere questi ragazzi, perché sono una risorsa straordinaria». Un pregiudizio da abbattere, è stato detto, ricordando che dire "disabilità" è già di per sé una parola enorme, e che la fragilità è una lente, non un'identità.
Non sono la mia malattia
Il momento più intenso è arrivato con Sabrina Rizzo, garante per i diritti delle persone con disabilità e delle persone vulnerabili del Comune di Nardò. Si è presentata così: «Io non sono la mia malattia e non sono la mia disabilità». Poi ha raccontato la frattura: una famiglia, tre figli, un lavoro con molti viaggi, e all'improvviso dolori atroci, sei mesi in ospedale, la diagnosi, la carrozzina. Il dettaglio che ha spezzato la sala non riguardava lei ma sua figlia, allora tredicenne, che tornando da scuola non trovava più la tavola apparecchiata e la cucina calda, ma una cucina fredda e una madre a letto.
Davanti a sé, ha spiegato, si sono aperte due strade: piangersi addosso per ciò che aveva perso, oppure guardare con occhi nuovi quello che la vita poteva ancora riservarle. Ha scelto la seconda. «Quello che conta non è cadere, ma la capacità di rialzarsi». E ha lasciato alla sala la frase che è diventata il filo rosso della serata: la disabilità è l'unica condizione che chiunque può acquisire in qualunque momento della vita — e per questo riguarda tutti, non qualcun altro.
Oggi è atleta di boccia paralimpica — campionessa italiana con due ori, un argento e tre bronzi — oltre che tecnico, arbitro e dirigente regionale della Federazione Italiana Boccia. Ha incontrato questo sport per caso, sul lungomare di Santa Maria, fermata da due ragazzi che le hanno chiesto se voleva entrare in squadra. In sala c'erano i tecnici federali, quelli che «credevano in me quando ancora non credevo io».
Con l'associazione Portatori Sani di Sorrisi, presente al completo con il presidente Pierangelo Mucci, porta avanti progetti di autonomia, formazione, "dopo di noi" e vita indipendente. C'è un lido completamente accessibile a Sant'Isidoro, dodici ombrelloni e sedie per l'ingresso in acqua, aperto dalle 9 alle 19; c'è una barca accessibile in carrozzina; c'è un residenziale che ogni anno ospita gratuitamente famiglie che vivono una disabilità, da tutta Italia, per una vacanza da sabato a sabato. Tutti servizi gratuiti per chi ne usufruisce, finanziati con bandi e fondi. E un appello alla rete, non alla competizione: «Le Giubbe Verdi sono una risorsa per il territorio e per tutte le associazioni».Il premio, ha detto, è dedicato alla sua famiglia, che oggi si prende cura di lei come lei si è presa cura di loro.
Venti anni, un tatuaggio, un ring
Rossella, vent'anni, da Cosenza, ha raccontato un altro tipo di frattura: un incidente in moto, una curva, un pantalone parcheggiato. «Da lì ho capito che qualcosa non andava. Sono stata cosciente, ho visto a 360 gradi». Il suo epilogo, ha sottolineato la conduzione, è diverso da quello che spesso tocca a storie simili: la vita non si è fermata, è continuata. «È un po' vivere dall'altra parte della medaglia».
Oggi è tatuatrice e atleta: prima tesserata della Federazione Pugilistica Italiana nella boxe, con un problema pratico che è anche culturale — non ci sono ancora avversarie sufficienti per fare incontri — e l'obiettivo di allargare lo spazio a quelle ragazze che se ne sono allontanate, che «si sentono inadeguate». Il suo mantra, ripreso poi anche dall'avvocato Bernardini De Pace: «Non lasciare che la vita viva te, ma tu vivi la vita».
Sul palco, a sorpresa, è andato in scena anche un breve siparietto di pugilato con Calò, con l'avvocato a fare da valletta e un commento finale che valeva come una seconda premiazione: «Devo dire che la Rossella picchia davvero». Calò, da galantuomo, ha incassato senza reagire.
Premio Isabella 2026 a Giulia Giannacchi
Un'esplosione di luce dietro una timidezza
Quinta edizione del Premio Isabella, Le incredibili eccellenze. Cavallino Bianco di Galatina, 10 ottobre 2026. C'è un momento, in ogni serata, in cui il palco smette di essere un palco e diventa un salotto: e quel momento, quest'anno, ha il nome di una ragazza di ventidue anni che entra in scena senza rumore e si porta dietro tutta la luce della sala.
Neolaureata in Scienze dell'Educazione e della Formazione a Milano con 101 su 110, Giulia Giannacchi è la prossima eccellenza premiata. La motivazione, letta dal conduttore, la presenta così: un'esplosione di luce, gioia e voglia di condividere, per la vita, e che si riesce a intravedere attraverso la sua tenera timidezza. È una definizione precisa, quasi affettuosa, e nella serata si rivelerà esatta fino all'ultima parola.
«Sono Giulia, vengo da Aradeo, mi sono laureata a Milano»
Giulia sale sul palco con il passo di chi non si aspetta di essere guardata. «Eccola qua, eccola Giulia!» E la timidezza annunciata, curiosamente, è la prima cosa a sparire: «Benvenuta, ma che bella che sei!» L'applauso che segue è quello che il conduttore, ridendo, traduce in una sola parola — una diva.
Poi tocca a lei, e sono poche parole, dette con la semplicità di chi non sta recitando nulla. È Giulia, viene da Radeo, si è laureata a Milano con 101 su 110. E poi la frase che vale l'intera serata, pronunciata con un sorriso che non ha bisogno di spiegazioni:«A me piace stare con i bambini... e adesso sono una dottoressa.» Una dottoressa. Non un titolo: una conquista. La parola corre in sala e non ha bisogno di applausi per essere capita.
Galatone, le persone disabili, e quella parola sola: felicità
C'è però un'altra cosa che il conduttore sa di lei, e la tira fuori con la curiosità di chi vuole arrivare al cuore della storia. «Ma io so anche, so che tu hai fatto anche un tirocinio, è vero?» E Giulia racconta: sta lavorando a Galatone, accanto a persone con disabilità.Il racconto è breve, e per questo ancora più denso. «Raccontaci un po' di questa esperienza, sei contenta? Ti piace?» — «È stato bello, sì, mi è piaciuto.» Allora la domanda si fa più precisa, quasi una domanda da adulti, posta a una ragazza che ha la maturità di chi ha già capito cosa vuole fare della propria vita:
«Cosa pensi di dare tu a loro?»,«Delle spiegazioni più importanti.».«E loro a te cosa ti danno?»«Felicità!»Un silenzio. Poi l'applauso. «Bella! No, io mi devo inchinare davanti. Meravigliosa, bella, bella!» C'è chi dà competenza e chi dà felicità, e Giulia ha capito prima di molti altri che in certi luoghi, con certe persone, le due cose coincidono esattamente. Il senso profondo di quella scelta non ha bisogno di essere spiegato oltre: «Possiamo dire soltanto che davvero, davvero ti meriti.»
«Vietato dire non ce la faccio»
Il Premio Isabella non è soltanto una premiazione: è anche una testimonianza. E dal palco, quella sera, arriva un messaggio che vale dai ventidue anni in su: «Non dobbiamo arrenderci mai. Diglielo a loro, diglielo, diglielo.» Giulia lo dice, piano e chiaro — «Io ce la faccio» — e la conduttrice glielo fa ripetere, perché certe frasi, dette da certe voci, hanno bisogno di essere ascoltate due volte.
«Ripetilo, Giulia, ripetilo! Non bisogna arrendersi mai, vietato dire non ce la faccio.» «Brava Giulia, brava! Ce la dobbiamo fare sempre, sempre, sempre, bravissima!» È il testimone morale che l'incredibile eccellenza di quest'anno consegna alla sala: una ragazza che ha scelto di passare le sue giornate accanto a chi fatica, e che da quella fatica ha ricavato una parola sola — felicità.
Il premio, le luci, la foto
E poi arriva la parte più bella, quella che nessun copione prevede: la consegna. «E allora Giulia, sei pronta? Mettiamoci qua. Ecco le luci, le telecamere, tanti fotografi: adesso è arrivato il momento di ricevere il Premio Isabella.» Il riconoscimento che porta il nome della signora Isabella De Pace, la donna a cui la serata è dedicata, le viene consegnato dalle mani di chi le sta accanto sul palco: la bellissima Mary, la strepitosa Paola e Marian, che in quel momento si sta abbracciando il libro come si abbraccia una cosa cara.
«Giulia, vuoi prendere in mano il premio così ti fanno la foto con il Premio Isabella?» Eccolo, tra le sue mani. «Vieni Gianluca, pronti per la foto tutti insieme.» Segue la passerella — perché, come le viene detto ridendo, è cosa che a lei piace — sotto un applauso che la sala tributa tutto intero. Gianluca Calò raduna il gruppo, i fotografi scattano, e per un attimo sembra lei a consegnare qualcosa alla serata, e non il contrario.Il saluto finale è quello delle grandi occasioni, detto con la voce che si abbassa di un tono: «Che dire, che dire... emozioni su emozioni. Grazie Giulia, grazie di cuore. È stato un piacere, onore nostro.»
Alla fine, la quinta edizione del Premio Isabella — quella delle incredibili eccellenze — ha premiato una ragazza che fa un lavoro di cui nessuno parla mai. Una che passa le giornate con chi fatica e che da quella fatica ha ricavato la parola più difficile: felicità. Il resto — la laurea, il voto, il palco, le luci, i fotografi — è contorno.La sostanza è quella risposta, data senza pensarci un secondo di troppo. Brava Giulia. Davvero, davvero te lo meriti.
Il disegno, la lettera, la mostra che verrà
Uno dei momenti più teneri della serata è arrivato nella seconda parte, con l'ingresso di Jamil Teomolea, per tutti Teo, accompagnato dal professor Antonio Leo. Teo ha preferito scrivere quello che voleva dire, e ha spiegato anche il perché: «Non parlo tanto, e quando sono davanti a persone ho paura che i pensieri si mettano a correre e le parole scappino via».
Ha donato all'avvocato un doppio ritratto fatto a mano. «Sono contento di aver disegnato il ritratto dell'avvocatessa Anna Maria Bernardini De Pace, perché così avrà per sempre un mio ricordo». Per realizzarlo ha cercato online la sua foto con il cagnolino, «perché è felice, si sente d'amore». Poi ha raccontato i suoi due gatti, Achille e Camillo, e l'idea di crescere anche un cane; i disegni dei personaggi animati e quelli dei volti delle persone, «più difficile, ma è bello quando le persone sorridono perché si rivedono nel mio disegno». E un annuncio: «Prima o poi farò una mostra dei miei disegni. Se mi seguirete sui social sapete la data». Ha ringraziato Calò e il professore, e ha salutato la sala con una formula che ha fatto il giro del teatro: «Questo è tutto. Saluto tutti voi, autistici e non».
Il professor Leo ha ricambiato con una testimonianza personale. Ha raccontato di aver conosciuto Teo dieci o dodici anni fa, con un primo impatto «molto particolare», e di dover ringraziare la madre del ragazzo, presente in sala, «che davvero mi ha aperto la strada all'autismo». In questi anni ha avuto molti studenti con la sindrome di Asperger, «che mi hanno arricchito tanto», ma Teo è la persona che lo ha arricchito di più: «Dentro di lui c'è una volontà e una passione nel fare le cose che ho visto in pochissime persone. Lui ci può insegnare tante cose». Poi, pubblicamente, davanti a tutta la sala, lo ha ringraziato «per quello che mi hai dato nella vita».
Dallo stesso palco è arrivata anche una storia che ha legato Teo, la sua classe e il volontariato della serata: quella di Federica, una studentessa del professore affetta da SMA, che il 24 di ottobre compirà 18 anni quando nessuno glieli aveva previsti, e che aveva un desiderio semplice e enorme da condividere con i compagni. I ragazzi delle Giubbe Verdi l'hanno realizzato e sono andati tutti a casa sua, uno per uno, e lei ha voluto conoscerli a uno a uno. «Hanno fatto una cosa straordinaria», ha detto il professore, «questi ragazzi hanno un cuore pazzesco», e li ha invitati tutti a raggiungerlo sul palco per la foto di gruppo.
Genitori, addetti stampa e un premio che va in famiglia
Il Premio Isabella non premia solo le persone con disabilità. Dal palco è arrivato un riconoscimento genitoriale, istituito per chi rende possibile l'eccezionalità degli altri. Quest'anno è toccato a Tonio Ciccarese e Ivana Augusti, genitori di Christian, campione italiano di apnea dinamica e recordman mondiale premiato nell'edizione precedente, e volontario attivo delle Giubbe Verdi a 72 anni. La sorpresa era tale che la coppia non sapeva nulla fino al momento della chiamata in scena — «Tonio sta lì con la faccia a punto interrogativo» — e il premio è stato consegnato dal figlio, arrivato in sala praticamente in costume da bagno, tra i commenti divertiti del palco. La motivazione è stata semplice e netta: «Tutti i genitori sono straordinari; chi è genitore di un ragazzo fragile lo è ancora di più. Alle volte essere semplicemente un genitore, accompagnare il figlio in piscina, vale quanto un'invenzione». E una battuta che è diventata un messaggio: «Il volontariato fa bene. Se un signore di 72 anni è così ben portato, il volontariato fa bene».
Poi la dedica interna, la più delicata: la targa a Nicole Prete, volontaria, addetta stampa del Premio Isabella, che ha curato le interviste e il libretto dell'edizione. Un riconoscimento tenuto sotto chiave fino all'ultimo: «Vi posso assicurare che è stato tenuto tutto sotto chiave. Lei non sapeva». La targa recitava: «Premio Isabella 2026 alla nostra addetta stampa Nicole Prete. Il Premio Isabella ti dice grazie per ogni parola raccontata, ma ancora di più grazie per la persona che sei. Con infinito affetto e gratitudine». Nicole, che ha detto di amare «parlare senza saperlo prima», ha ringraziato per la sorpresa.
E poi il premio speciale a Mamma Pina, consegnato dalla figlia Nadia, di recente nominata Cavaliere della Repubblica Italiana — «Il Premio Isabella porta bene, vedi?». La motivazione data dal palco: «Per premiare una persona speciale abbiamo bisogno di un'eccellenza». Dietro la targa c'è un mestiere poco celebrato: quello del genitore che accompagna i figli in giro per l'Italia senza ricevere mai un riconoscimento. «Pina accompagna tua figlia in tutta Italia per ricevere premi, e a te non ti premia mai nessuno». Interrogata da Calò, la signora Pina ha raccontato la sua versione del ruolo: «È sempre un'emozione accompagnarla, seguirla. Tutto quello che mi dice lei devo fare. Non devo sbagliare a fare una foto, innanzitutto». Perché Mamma Pina, come è stato detto, non è solo la madre: è anche la videomaker ufficiale, con qualche rimprovero tecnico («lo dovevi girare il telefono, metterlo di qua»). Alla domanda se fosse stato più emozionante ricevere il premio o consegnarlo, Nadia non ha avuto dubbi: «Ogni premio è sempre un'emozione, però darlo questa sera a lei è stato speciale».
«Vivir lo Nuestro»: la danza come chiave
In mezzo, l'arte. Il progetto di danza di Valentina Isuledis, Vivir lo Nuestro, con nove ballerine — Erika Guglielmetti, Asia Trinchiera, Giulia Paglialunga, Maria Marizzo, Maristella Caputo, Cecilia Specchia, Sara Trifoglio, Valentina Risi, Marika Falconieri — ha portato in scena un omaggio all'eleganza e alla forza delle donne, sulle note di un brano dedicato a un amore che resiste: «Volar, volar sin miedo como palomas libres, tan libres como el viento». Una coreografia nata, ha spiegato la stessa Isuledis, da un lavoro dichiarato sul lasciarsi andare, sul superare l'imbarazzo e sul sentirsi finalmente femminili davanti a uno specchio: «Molto spesso la donna non si sente mai così elegante, si vergogna. Noi abbiamo fatto un lavoro proprio sull'uscire un pochino fuori». Un percorso che, ha aggiunto, «è servito anche a loro per capire tante cose». Applausi, fiori alla maestra, e un omaggio floreale consegnato a ognuna.
L'eredità di una donna severa: l'intervista ad Anna Maria Bernardini De Pace
Il momento più atteso, quello che ogni anno segna il punto, è stato l'intervista ad Anna Maria Bernardini De Pace. La conduttrice le ha chiesto, «al di là della figura pubblica», quale insegnamento la madre le abbia lasciato e quale accompagni ancora la sua vita. La risposta è arrivata da un ricordo minimo e preciso.
«Mia madre era più severa di mio padre. Noi figli siamo stati educati da entrambi i genitori molto severi, ma mia madre più severa ancora. Io ero molto brava a scuola, perché mi piaceva fare, e tornavo a casa e dicevo: mamma, ho avuto 10. Hai fatto la metà del tuo dovere. Questo sempre: alle elementari come al liceo, dove avevo 10 in italiano. Non credo che sia così diffuso. Era sempre la metà». L'insegnamento, ha detto, è tutto lì: «Che nella vita non bisogna mai accontentarsi, non bisogna fermarsi. C'è sempre un altro passo che devi fare per fare bene, per fare di più e per fare quello che fa bene a te e agli altri». Un principio che, ha spiegato, è anche il senso profondo del Premio: «Il significato profondo di questo premio è proprio questo, evidentemente: poter fare sempre qualcosa in più. Lo possiamo fare».
Da lì è arrivata la parte più diretta, quella che ha spiegato meglio di qualunque discorso cosa succede in quella sala. «La cosa bella è che lo fanno tutti questi ragazzi che apparentemente sono sfortunati. Invece dimostrano di avere una forza, una capacità interiore, un'intelligenza nel reagire alle difficoltà, perché sicuramente hanno delle difficoltà molto più di noi e reagiscono». E sulla frase di Rossella: «Non devi lasciare che la vita viva te, devi essere tu a vivere la vita. Io trovo una frase stupenda e credo che possa essere applicata a tutti i ragazzi che fanno questo lavoro di rimettersi in pista».
Sui premiati dell'edizione ha speso parole precise: «Io ho adorato le influencer stasera, cioè, che si mettono in posa. Meravigliose, totalmente prive di pregiudizio». E ha raccontato la propria reazione, in diretta: «Io stasera non mi son guardata: sono un po' truccata, ho paura di avere sciolto il trucco perché ho pianto più volte. Ma era un pianto di emozione, di gioia, di vedere che qualsiasi cosa ti succede nella vita, se hai la testa e il cuore, riesci a metterti in condizione di viverla al meglio». Un pensiero anche per il lavoro che sta dietro l'apparizione pubblica delle ragazze: «Se tu pensi, queste ragazze come si sono preparate, vestite, truccate. Hai visto anche i tutorial che hanno fatto? Io non sarei capace di farlo. Loro bravissime».
E poi la misura dello sconcerto, la frase che è stata il cuore politico della serata: «Sono dispiaciuta per chi non può vivere la bellezza di tutte queste persone che apparentemente dicono persone con disabilità — no — persone con un'abilità interiore superiore a quella di chiunque non abbia disabilità». Da qui la conclusione: «Questo premio non è soltanto un modo per ricordare la mamma, ma anche per consegnare un ricco bagaglio alle generazioni future. Per me è sicuramente questo. E come diceva prima Anna Maria, è davvero un peccato per chi non può godere di questa gioia: questo premio merita davvero di essere portato ovunque e di essere conosciuto da chiunque».
Ha anche spiegato cosa ne fa, concretamente, delle storie che ogni anno arrivano sul tavolo della redazione: le raccoglie nei libretti stampati dal nipote editore, li tiene a casa e in studio, li regala, e quando invita qualcuno a cena li fa leggere ad alta voce. «Voi, la vostra storia dei miei figli, sareste capaci di scriverla, di renderla? Cosa avete fatto nella vita?». La risposta, ha detto, è quasi sempre la stessa: niente. Ed è da lì che nasce, ha aggiunto, «un'ammirazione infinita per tutti i ragazzi ai quali abbiamo dato il premio». Li segue anche sui social: «Posso seguirli, sì».
Una donna, un premio, un testimone
Da quella severità è nato, cinque anni fa, il Premio Isabella, che porta il nome di una donna che aveva chiesto di «inventarsi qualcosa che faccia vedere il valore di questi ragazzi» e che nel periodo della pandemia, isolata dalla famiglia in una casa a Bagnolo del Salento, fece arrivare mascherine introvabili a tutta la cittadinanza. A ricordarlo è stato Calò, raccontando le oltre 13.000 buste alimentari consegnate dalle Giubbe Verdi in quel periodo, la Multipla della moglie caricata fino al tetto, e l'ultimo saluto all'avvocato affacciata alla finestra: «Sembra Giulietta». E lei, di rimando: «Romeo, Romeo». Rivolgendosi alla figlia, il presidente delle Giubbe Verdi ha chiuso il cerchio: «Grazie alla signora Isabella De Pace».
La serata ha avuto anche il suo momento di riconoscenza pubblica più intimo, quando la titolare della manifestazione ha preso la parola per dire cosa rappresenta, per lei, l'uomo che la organizza da cinque anni: «Stasera mi sono resa conto che Gianluca è l'uomo migliore che io abbia conosciuto nella mia vita. Quando ha fatto quell'entrata da pugile mi ha dato la sensazione della sua anima infinita: lui non ha un'anima circoscritta come la nostra, è sparsa dovunque. Pensa a tutto, è preciso e vuole bene, dà la felicità a tutti questi ragazzi». E poi, con il tono di chi chiude una questione: «Per me non esiste un altro». Sul palco si sono anche incrociate le misure del lavoro volontario — le vallette d'eccezione Soraya e Caterina, i video dei ragazzi, i dodici mesi di preparazione — e la scoperta, da parte del fratello dell'avvocato, dell'affetto che circonda la manifestazione.
Il racconto pubblico della disabilità
Il punto sulla comunicazione è stato uno dei più lucidi della serata, e non è un caso che sia arrivato da un palco che della comunicazione fa il suo mestiere: ogni anno la redazione del Premio costruisce libretti, interviste e materiali, e proprio Nicole Prete è stata premiata «per ogni parola raccontata». Il racconto pubblico della disabilità, è stato detto, cade ancora in due trappole speculari: il pietismo e l'eroizzazione, che sono due modi diversi di non riconoscere una persona nella sua normalità. La serata del Cavallino Bianco, per due ore, ha scelto la terza via: far parlare. Alice che spiega il suo lavoro, Teo che annuncia una mostra, Sabrina che elenca i servizi che gestisce, Rossella che corregge il finale della sua storia, Mamma Pina che racconta i suoi errori da videomaker. Nessuno raccontato da altri.
E anche la presenza della politica ha avuto un peso concreto, non cerimoniale: il patrocinio del Comune di Galatina, il ruolo di garante ricoperto a Nardò, i bandi e i fondi che finanziano servizi gratuiti, la legge sulle assunzioni che il palco ha chiesto di applicare davvero. L'inclusione, è stato il sottotesto costante, si misura su cose verificabili: un lido accessibile aperto dalle 9 alle 19, una barca che entra in carrozzina, una vacanza da sabato a sabato per una famiglia, un contratto di lavoro firmato al posto di una sanzione pagata.
Applausi, fiori, i premiati che portano via l'omaggio delle Giubbe Verdi e il vino della Cantina Marulli, gli stemmi dell'onlus consegnati alla conduttrice, l'appuntamento all'anno prossimo. E una promessa finale, pronunciata da un palco pieno di gente che aveva pianto più volte: «Teniamoci abbracciati fino all'anno prossimo».