CRISI DI GOVERNO

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GIUSEPPE CONTE SUPERA L’OSTACOLO ALLA CAMERA

l presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Senato per le comunicazioni relative alla crisi di governo. Il premier, dopo la fiducia ottenuta alla Camera con 321 voti a favore, si presenta a Palazzo Madama nell’appuntamento chiave della crisi. L’esecutivo è uscito ieri dalla Camera con 321 sì, 259 no e 27 astenuti sulla risoluzione di maggioranza presentata sulle comunicazioni del presidente del Consiglio.

Dopo i trecentoventuno voti a favore incassati alla Camera il premier Giuseppe Conte affronta oggi la prova più dura: quella del Senato. Il premier interviene a Palazzo Madama e dopo aver rivendicato quanto fatto dal governo e sottolineato la necessità di coesione nella “sfida epocale” della pandemia il premier, che ha sostanzialmente ricalcato l’intervento di ieri alla Camera è andato all’attacco.

Al Senato la maggioranza assoluta di 161 voti appare fuori portata. Il sostegno al governo oscilla tra 154 e 156 voti, senza grandi progressi da domenica.

In questi giorni ci sono state “continue pretese, continui rilanci concentrati peraltro non casualmente sui temi palesemente divisivi rispetto alle varie sensibilità delle forze di maggioranza. Di qui le accuse, a un tempo di immobilismo e di correre troppo, di accentrare i poteri e di non aver la capacità di decidere. Vi assicuro che è complicato governare con chi mina continuamente un equilibrio politico pazientemente raggiunto dalle forze di maggioranza”. Ma ha anche rinnovato l’appello ai ‘volenterosi’: “Chiediamo – ha detto – un appoggio limpido, un appoggio trasparente, che si fondi sulla convinta adesione a un progetto politico. Certo i numeri sono importanti, oggi lo sono ancor di più. Questo è un passaggio fondamentale nella vita istituzionale del nostro Paese ed è ancora più importante la qualità del progetto politico”.

Servono un Governo e forze parlamentari volenterose, consapevoli delle difficoltà che stiamo attraversando e della delicatezza dei compiti – ha rinnovato il proprio appello – servono donne e uomini capaci di rifuggire gli egoismi e di scacciare via la tentazione di guardare all’utile persona. Servono persone disponibili a riconoscere l’importanza della politica. La politica è la più nobile tra le arti e tra i saperi, se indirizzata al benessere dei cittadini. Quando la politica si eclissa questa istanze rischiano di essere ai margini o, peggio di sfociare in rabbia o nello scontro violento“.

Conte è tornato anche sulla riforma della legge elettorale annunciata ieri.  Sulla proposta del sistema proporzionale “leggo delle interpretazioni, diciamo così maliziose. Negli anni passati abbiamo subito una frantumazione della rappresentanza. Sono emersi nuovi processi, anche in maniera dirompente, non possiamo fare una legge che costringa forze così diverse. Questo artificio contribuirebbe all’instabilità politica, non stabilirebbe il quadro”. Lo dice il premier Giuseppe Conte intervenendo al Senato. Le forze politiche, dopo le elezioni “saranno chiamate a definire accordi programmatici di alto profilo per governare, in modo da consentire una solida prospettiva politica” ai cittadini, aggiunge.

In un passaggio il premier ha citato il capo dello Stato. “Da parte mia, assicuro la massima disponibilità e l’impegno a guidare, con il contributo di tutti, questa fase così decisiva per il rinnovamento del Paese. Come ha affermato il presidente della Repubblica nel suo messaggio di fine anno, “la fiducia di cui abbiamo bisogno si costruisce così: tenendo connesse le responsabilità delle Istituzioni con i sentimenti delle persone””. Lo ribadisce il premier Giuseppe Conte in Aula al Senato, nel passaggio finale del suo intervento, che è uguale a quello pronunciato ieri alla Camera.

“L’esperienza della pandemia – ha detto ancora – impone anche un’attenta, meditata e pacata riflessione sulla revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione” sul rapporto tra Stato e Regioni.  “Lavoriamo tutti insieme, meditiamo insieme sul riparto delle competenze legislative di Stato e Regioni, come pure alla individuazione di meccanismi e istituti che consentano di coordinare più efficacemente il rapporto tra i diversi livelli di governo. In questo contesto, occorre garantire e tutelare, con la massima intensità, le autonomie speciali e le minoranze linguistiche”.

“Agli inizi 2020” – ha esordito il premier in Aula, riprendendo il discorso fatto ieri a Montecitorio – il progetto del governo, un progetto nel quale “c’era visione, forte spinta ideale, un chiaro investimento di fiducia” si è dovuto “misurare con la pandemia che ha sconvolto in profondità la società e la dinamica stessa delle nostre relazioni. Affontiamo una sfida di portata epocale”.

Di fronte alla pandemia il governo ha dovuto “operare delicatissimi, faticosissimi, bilanciamenti dei princìpi e dei diritti costituzionali. In questi mesi così drammatici, pur a fronte di una complessità senza precedenti, questa maggioranza ha dimostrato grande responsabilità, raggiungendo – certamente anche con fatica – convergenza di vedute e risolutezza di azione, anche nei passaggi più critici”. “Abbiamo coltivato – sottolinea – un costante e serrato dialogo con tutti i livelli istituzionali, a partire dalle Autorità regionali sino a quelle comunali, nella consapevolezza che solo praticando indefessamente il principio di “leale collaborazione” sarebbe stato possibile perseguire strategie di intervento efficaci, considerato – a tacer d’altro – che le competenze in materia di gestione sanitaria sono rimesse primariamente alle Regioni”.

“Con la pandemia, con la sua sofferenza, il Paese si è unito. Si è elevato il senso di unità del governo, si sono elevate le ragioni dello stare insieme“.

“Le nostre energie dovrebbero essere tutte e sempre concentrate sulle risposte urgenti alla crisi che attanaglia il Paese, mentre invece così, agli occhi di chi ci guarda, dei cittadini in particolare, appaiono dissipate in contrappunti polemici e spesso sterili, del tutto incomprensibili rispetto a chi ogni giorno si misura con la paura della malattia, con lo spettro dell’impoverimento, con il disagio sociale anche psicologico, con l’angoscia del futuro. Con questa crisi, come ho detto ieri alla Camera, la classe politica tutta rischia di perdere il contatto con la realtà. C’era davvero bisogno di aprire una crisi politica in questa fase?“.

“Io ho già rilevato che il dialogo tra politica e scienza è diventato particolarmente intenso. In realtà, mai come in questo periodo la “politica” è stata chiamata ad assolvere alla sua più nobile missione, di operare scelte per il bene comune, alcune delle quali di portata oserei dire “tragica”. “Fortemente “politica” è stata la determinazione con la quale il Governo, primo fra tutti i governi europei, ha chiesto all’Unione di rispondere alla crisi in modo radicalmente diverso rispetto al passato e di farsi promotrice di politiche espansive, finanziate da strumenti di debito comune, orientate al raggiungimento di strategie condivise. Lo storico accordo sul programma Next generation EU, per il raggiungimento del quale l’Italia ha avuto un ruolo propulsivo e decisivo, spendendosi in ogni sede, a ogni livello formale e informale, non solo ci consente di disporre di 209 miliardi di euro, ma ha impresso alla politica europea una svolta irreversibile, inaugurando un nuovo corso, suscettibile di mutare profondamente i paradigmi delle politiche economiche e il volto stesso dell’Unione europea”. “Ne discuteremo di questa svolta, prossimamente, nell’ambito della conferenza sul futuro dell’Europa. Non è questo l’esito, anch’esso eminentemente politico, della scelta europeista che ha rappresentato una delle ragioni fondative dell’alleanza di Governo?”, ha chiesto il premier.

Abbiamo introdotto e portato a regime, fino al 2029, per la prima volta, la fiscalità di vantaggio per tutte le imprese che operano nel Mezzogiorno, con un taglio dei contributi previdenziali del 30% per i primi 3 anni e poi a calare. Noi non siamo meridionalisti per vocazione intellettuale, se non corre il Mezzogiorno non corre l’Italia”, ha detto il premier rivendicando uno dei risultati del governo.

“Si è detto che le opere” del decreto semplificazioni “sarebbero ancora bloccate per la designazione dei commissari: innanzitutto la lista c’è ma poi non è così, le opere non sono mai state bloccate, perché i poteri dei commissari sono stati attribuiti dal decreto semplificazioni ai responsabili unici di progetto. Gli appalti di Anas e Fsi sono cresciuti 43,3 mld rispetto ai 39,4 del 2019. E’ un florilegio ma lo dico: questo è stato possibile grazie alla condivisione, collaborazione, responsabilità in ciascuna forza politica”, dice Conte al Senato facendo riferimento a una critica che gli è stata mossa da Italia viva.

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