Corsi e ricorsi storici, anzi “macroeconomici”

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ECONOMIA E LIBERO MERCATO

Nel lontano1929, i governi e gli economisti del libero mercato non avevano ricette per far fronte a ciò che da lì a breve sarebbe stata chiamata “la grande depressione”. All’epoca, a fronte del fallimento di banche e imprese, dell’avvitamento dei consumi e degli investimenti e del dilagare della disoccupazione, i governi e le banche centrali dei paesi occidentali pensarono esclusivamente ad operare con una politica monetaria espansiva al fine di ridurre i tassi di interesse per consentire alle imprese di prendere a prestito denaro a condizioni più favorevoli. Ciò si rilevò inutile, se non addirittura dannoso, in quanto non portò ad un aumento della produzione e dell’occupazione, bensì solo ad un aumento dell’inflazione. Come disse Keynes qualche anno più tardi “si può portare l’acqua al cavallo, ma non si può costringerlo a bere”: puoi abbassare i tassi di interesse, immettere liquidità nel sistema, ma se le imprese non hanno i clienti che comprano le loro merci, perché dovrebbero indebitarsi, anche se a basso costo, per effettuare degli investimenti e far ripartire l’economia. Per Keynes, in questi casi, l’unica soluzione è l’intervento dello Stato attraverso una politica fiscale espansiva (interventi infrastrutturali, riduzione delle tasse, ecc.), che porta ad un aumento degli investimenti diretti e dei consumi, dando gli stimoli necessari a far ripartire il sistema economico.

Gli Stati Uniti a seguito della crisi del mercato immobiliare che ha contagiato nel 2008 i mercati immobiliari e finanziari mondiali hanno imparato la lezione keynesiana. Obama ha messo in campo il Recovery Act: oltre 800 miliardi di dollari finanziati per lo più con biglietti “freschi” stampati dalla Banca Centrale e indirizzati verso politiche industriali mirate, la costruzione di grandi infrastrutture, il sostegno al reddito dei disoccupati. Insomma, la banca centrale che finanzia la spesa pubblica, politiche fiscali e monetarie coordinate, con la crisi che già è uno sbiadito ricordo.

Forse in Europa oggi si è finalmente compreso che la Banca centrale non può avere il solo compito di assicurare la stabilità dei prezzi, ma, insieme alle politiche fiscali dei governi, deve assicurare anche la crescita economica del Vecchio Continente. In questa direzione va sicuramente la scelta del Governatore della BCE Mario Draghi, che ha annunciato a gennaio un programma di acquisto di titoli di stato europei: la BCE si impegnerà ad acquistare titoli di stato in possesso del sistema bancario per oltre 60 miliardi di euro al mese a partire dal prossimo marzo e almeno fino al settembre del 2016.

Alle misure ordinarie(riduzione dei tassi ufficiali)sinora praticate anche contro la resistenza della Germania, si aggiunge anche questo strumento fondamentale per dare liquidità alle banche e al sistema economico nella sua globalità (imprese, famiglie, ecc.). Ciò dovrebbe consentire di contrastare efficacemente il fenomeno nascente della deflazione. La deflazione porta nel medio termine alla chiusura della maggior parte delle imprese anche se efficienti produttivamente, in quanto costringe le stesse a praticare prezzi di vendita inferiori ai prezzi sostenuti per l’acquisto delle materie prime necessarie a realizzare i propri prodotti. L’immissione di liquidità nel sistema porterà ad un aumento dei prezzi tale da scongiurare tale grave pericolo. Non solo, l’immissione di liquidità, se sarà accompagnata da riforme strutturali dei paesi membri dell’UE e, soprattutto, da politiche fiscali espansive coordinate, come quelle consigliate da Keynes e già seguite dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, potrà in pochi anni far uscire l’Europa e i paesi, come l’Italia, dalla recessione economica e dal pessimismo sociale che le ultime generazioni stanno amaramente assaporando. Forse,ogni tanto, dagli errori del passato si può imparare.

Carmelo Giovanni Roseto

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