CITTA’ DI CAVALLINO

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Stagione Teatrale 2015/2016 “Il Ducale” – “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo

Tradimenti e morte in un assolato ferragosto calabrese. Ecco “Pagliacci”, il capolavoro melodrammatico di Ruggero Leoncavallo, che venerdì 12 febbraio la Compagnia  “Classic Ensemble” porterà in scena al Teatro “Il Ducale” di Cavallino nell’ambito della Stagione Teatrale siglata dall’Amministrazione Comunale

È tempo di opera lirica per la Stagione Teatrale 2015/2016 siglata dall’Amministrazione Comunale. Con Pagliacci, dramma in un prologo e due atti di Ruggero Leoncavallo, venerdì 12 febbraio alle ore 20.30 si alzerà il sipario del Teatro “Il Ducale” sulla Stagione Lirica inserita nell’ambito del cartellone teatrale. A portare in scena il capolavoro drammatico del compositore partenopeo sarà la Compagnia “Classic Ensemble” con la direzione artistica di Antonio Basile. Il cast: Giovanni Pesco (Canio), Maria Cristina Fina (Nedda), Giorgio Schipa (Tonio), Federico Buttazzo (Beppe), Antonio Pellegrino (Silvio). Pianista: Vanessa Sotgiu, canta il Coro Lirico di Lecce diretto da Emanuela Di Pietro. Regia e scene di Marika Urbano. Note di regia a cura di Giuseppe Lattante. A precedere l’opera sarà il Gran Galà Lirici, con canzoni napoletane e arie d’opera.

La trama. L’opera si i ispira a un delitto realmente accaduto a Montalto Uffugo, in Calabria, quando il compositore era bambino, del quale il padre, magistrato, istruì il processo che portò alla condanna di un uomo per aver ucciso la moglie. “Pagliacci”è, dall’esordio, uno dei melodrammi più eseguiti al mondo; il successo immediato trova spiegazione nell’attualità del linguaggio e nell’approccio verista e popolare che in quel periodo permeava tutte le arti.

La rappresentazione inizia a sipario calato, con un baritono, in genere quello che interpreta Tonio, solitamente in costume da Taddeo, che, dopo un’introduzione strumentale, si presenta al proscenio come “Prologo” (Si può?, si può?), fungendo da portavoce dell’autore ed enunciando i principi informatori e la poetica dell’opera. Il prologo di Pagliacci costituisce un vero e proprio manifesto poetico-programmatico della corrente verista all’interno della Giovane Scuola italiana. La compagnia di Canio è giunta in un paesino del sud Italia, Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza (come riportato da molti libri), ma in realtà è ambientato ad Acerenza, dove il Santo Patrono di tale città è San Canio, per inscenare una commedia. Canio non sospetta che la moglie Nedda, molto più giovane, lo tradisca con Silvio, un contadino del luogo, ma Tonio, fisicamente deforme, che ama Nedda e ne è respinto, lo avvisa del tradimento. Canio scopre i due amanti che si promettono amore, ma Silvio fugge senza essere visto in volto. L’uomo vorrebbe scagliarsi contro la moglie, ma arriva Beppe a sollecitare l’inizio della commedia perché il pubblico aspetta. Canio non può fare altro, nonostante il turbamento, che truccarsi e prepararsi per lo spettacolo (Vesti la giubba).

Dopo un intermezzo sinfonico molto intenso, Canio/Pagliaccio impersona appunto un marito tradito. La realtà e la finzione finiscono col confondersi ed egli riprende il discorso interrotto poco prima, rinfacciando a Nedda/Colombina la sua ingratitudine e dicendole che il suo amore è ormai mutato in odio per la gelosia. La donna, intimorita, cerca prima di mantenere un tono da commedia, ma poi, minacciata, reagisce con asprezza. Beppe vorrebbe intervenire, ma Tonio, eccitato dalla situazione, di cui è responsabile con la sua delazione, glielo impedisce, mentre gli spettatori, dapprima a loro volta attratti dalla trasformazione della farsa in dramma, comprendono troppo tardi che ciò che stanno vedendo non è più finzione. Di fronte al rifiuto di Nedda di dire il nome del suo amante, Canio accoltella a morte lei e Silvio, presente tra il pubblico e accorso sul palco per soccorrerla. A tragedia compiuta, secondo lo spartito originale, Tonio/Taddeo esclama beffardo e compiaciuto, rivolgendosi al pubblico: “La commedia è finita!“. Tale battuta passò precocemente a Canio con l’approvazione dello stesso Leoncavallo, divenendo la prassi esecutiva abituale.

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