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CARMELO BENE, TIFOSO DEL MILAN E DI ARRIGO SACCHI

Vent’anni fa, il 16 marzo, se ne andava Carmelo Bene, attore, autore, artista “dissacratore”, regista, uomo di cultura del tutto anticonformista: aveva sessantacinque anni, ed era salentino, essendo nato a Campi, provincia di Lecce, nel 1937. Grande appassionato di calcio, tifoso del Milan (con una predilezione per Arrigo Sacchi), esperto di sport più in generale.

Concesse un’intervista “sportiva” al quotidiano “Il Giorno”, il 2 Marzo del 1996.  «Io vengo da altri sport, nove anni di scherma, tanta boxe, praticata come esercizio neurodinamico; ma il Milan è un fatto culturale, un fenomeno estetico». Per ribadire il concetto, aggiungeva: «Il Milan eccede la materia, è celeste! L’eccedenza soltanto è il grande spettacolo, eccedenza è il rendersi invisibile sul ring di Sugar Ray Leonard contro Roberto Duran; l’eccedenza è il gioco senza palla: il giocatore senza palla è un “uomo senza mondo”. E’ l’”al-di-là” della routine, il “di-là-da”. Anch’io eccedo da una vita, sono fuori dai generi: sono un “de-genere”!».

In quel periodo, il centravanti del Milan era George Weah: «Lui è shakespeariano, l’atto puro, l’immediato; è pre-veggente, uno che vede prima. Weah vuol dire “gioco”, nel senso di simbolo del mondo: è il bambino, la trasgressione che il pubblico non si aspetta, l’accadimento imprevisto. Carmelo Bene aveva una percezione molto precisa e personale del concetto di “sport”: «Ricordo che, nell’antichità, i teatri stavano dove si faceva sport: vi pare pura coincidenza? La fuga dalla rappresentazione, da ciò che è ovvio, dalla ‘monnezza’, dal codice di Stato, la trovi soltanto nello sport!».

«Io non ragiono con l’ottica del tifoso», affermava nella stessa intervista. «Il tifoso è chi conta i punti: io cerco l’Emozione nell’Atto, che è il contrario dell’Azione. L’Atto è Joyce, è Weah, è un servizio di Edberg. In questo secolo, mai c’è stata un’équipe come il Milan di Sacchi, mai un momento di espressività più felice: di quel livello, forse Rossini, in passato…».

«Lo sport ai suoi grandi livelli è ‘labilità’, ma senza apostrofo: immaterialità, eccedenza pura!». Per Carmelo Bene «il calcio somiglia alla musica: la musica può, forse, essere spiegata con la musica? No! Così il calcio, che non ha nemmeno bisogno della lingua per farsi intendere, perché buca ogni linguaggio». Nessuno sconto, perciò, per il giornalismo sportivo: «Il gazzettismo? Orrore! Uscitene, voialtri gazzettieri! Certo linguaggio è cosa funesta, è come la critica teatrale, pisciatina tiepida. E’ moviolismo, tirare a campare a spese delle altrui gambe!».  

Non sopportava le partite che finivano in parità, senza gol: «L’uno-a-uno, lo zero-a-zero? Pattume! Equivalgono al teatro di Stato, alla prosa prosaica! Mi danno un senso di precotto, come l’Inter di Pellegrini (l’allora presidente nerazzurro, ndr)». Infine, a chiosare l’intervista, un “monito” per l’intervistatore: «Basta così? Le basta quel che ci siamo detti? Sennò inventi, inventi tutto, tanto è uguale!».

A Carmelo Bene, dunque, piaceva il calcio: dimostrò di esserne un vero esperto anche in una piacevolissima conversazione con Enrico Ghezzi (critico cinematografico, creatore di “Fuori orario”), avvenuta nel marzo del 1998 e, poi, finita in un libro (“Discorso su due piedi”, di C. Bene ed E. Ghezzi, ‘La Nave di Teseo’, 2019): «Andavo allo stadio perché m’interessavo di calcio: lì soltanto hai la visione del fuorigioco, se una squadra è lunga o corta, se è un 4-4-2 o un 4-5-1». Non è la stessa cosa con le partite in tv: «La televisione segue la palla e tu, della partita, non vedi assolutamente niente».

Per Carmelo Bene, il “più grande” era Romario: «E’ capace di una cosa, del “quid” che più conta: l’immediato, è capace dell’immediato… Fa gol micidiali, ne scarta quattro con la palla calamitata al piede e poi la mette nei posti più giusti, più impensati. E’ ghiaccio rovente…». Enrico Ghezzi, vecchio cuore viola, rispondeva con… Ugo Ferrante: «Libero alla “viva il parroco”», ma anche con Chiarugi, De Sisti e Merlo…

Carmelo Bene, a sua volta, rimbeccava con Van Basten, «Uno dei due, tre più grandi di ogni tempo», ma anche con Tardelli: «Era un giocatore che ti lasciava sbalordito, inseguiva atleticamente l’impossibilità di essere ovunque». Scarsa considerazione, invece, per Maradona: «Il suo virtuosismo mi secca: non è tra i primi cinque in assoluto».

Il discorso, poi, proseguiva, facendo larghi voli pindarici, partendo dai registi John Carpenter e Theodore Dreyer, per transitare su Stefan Edberg e sull’Italia “mondiale” dell’82 (che, in verità, non sopportava…), finendo col mettere insieme Carl Lewis, lo sciatore Hermann Maier, Edgard Allan Poe e Andy Warhol… Lo sport, insomma, nella visione di Carmelo Bene, come unica “grande rappresentazione”.

La chiacchierata con Enrico Ghezzi si concludeva, poi, in maniera plateale: «Io, l’emozione, me la devo cercare nel Brasile, oppure nel rugby neozelandese, oppure in Jordan, nella Nba, negli Edberg del tennis, ma non posso andare a cercarmela in una sala teatrale!».

Nel 1995, Carmelo Bene invitò Franco Baresi, Fabio Capello, Paolo Maldini e George Weah al debutto milanese del suo spettacolo, “Hamlet Suite”, al Teatro Nazionale di Milano; in questo gesto, qualcuno ci vide del “filoberlusconismo”, visto che Silvio Berlusconi era il presidente del Milan. Nettissima la sua risposta: «C’è qualcuno che riesce a vedermi come cittadino che pensa alla politica? Già la vita non ha soluzioni, aspettarsele, poi, dalla politica…». 

Carmelo bene, dunque, sportivo “intenditore” e tifoso del Milan… Il suo sguardo dissacrante, la sua critica mai banale, le sue osservazioni acute e micidiali, ancora oggi, potrebbero contribuire a rendere il mondo del pallone (a dirla con il suo amatissimo Arrigo Sacchi) “la cosa più importante tra quelle meno importanti”… 

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