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Regola festival di arte contemporanea

Daniele D’Acquisto. Regola

Si rintraccia un duplice sostanziale aspetto nella ricerca più recente di Daniele D’Acquisto: da un lato vi è una definita volontà di investigare la struttura intrinseca della scultura come medium, nella sua natura autonoma e autosufficiente; dall’altro – e questo accade nella fattispecie con Regola – emerge una definita e ininterrotta volontà di mutare e strutturare gli spazi in cui agisce attraverso il mezzo scultoreo e una meditata progettualità, foriera di esiti processuali.
La sua è, dunque, una pratica che intende confrontarsi intenzionalmente con l’ambiente in cui la scultura esiste ed agisce, attraverso dinamiche relazionali, visibili e impercettibili, che costituiscono il punto di partenza per la costruzione di un ulteriore spazio d’azione, in cui il pubblico è invitato a muoversi, rapportandosi con la forma e i volumi della scultura stessa, oltre che del luogo in cui si pratica. La scultura serve a riconoscere quei luoghi, a viverli e a studiarli. E un brandello di materia ha la potenzialità per diventare il punto di partenza di un cambiamento, di una modifica sostanziale e irrimediabile, con la regia imprescindibile del suo stesso creatore, che lo posiziona di volta in volta secondo modalità che si adeguano allo stesso spazio.
Il riferimento alla scultura, per D’Acquisto, è necessario, e il suo legame con esso va anche rintracciato nello studio di una serie di pratiche che si sono propagate, particolarmente dai Sessanta, in alcune geografie. Quando la scultura ha del tutto perduto la sua connotazione figurale per divenire pura forma autosufficiente e autoportante, strutturata in un determinato luogo, il mezzo plastico e i materiali sono divenuti dei dispositivi propedeutici a una riformulazione dello spazio reale. Le forme primarie del Minimalismo – declinate poi in sfaccettate versioni, anche in altre aree d’intervento – hanno implicato una risolutiva rivoluzione, glorificando il valore assoluto della forma e della materia all’interno di un determinato luogo. Carl Andre – in un dialogo con Barbara Rose pubblicato su “Art in America” (1965) – sintetizza questo scarto, assicurando che «Al posto di scolpire i materiali, io utilizzo i materiali come mezzi per scolpire lo spazio». La nuova rivoluzione parte da qui.
All’interno di questa dicotomica e persistente relazione di connessione che sussiste tra forma e spazio, si estende un dibattito destabilizzante e straordinario, anche sul piano propriamente teorico. L’artista che in Italia ha avuto un ruolo prioritario in quest’ambito – anche sotto il profilo teorico e in anni pionieristici – è stato Nicola Carrino, secondo il quale «Scultura è operazione del mutare, strumento indispensabile del continuo occupare e dimensionare lo spazio». Come evidenzia Franco Sossi nel suo Luce Spazio Strutture (1967), i presupposti di tali esperienze vanno rintracciati nel Costruttivismo degli anni Dieci del XX secolo.
Questi compressi riferimenti operativi provvedono ad inquadrare l’incipit del discorso sulla scultura tracciato da Daniele D’Acquisto negli ultimi anni.

Per l’artista la scultura è propedeutica per un dimensionamento processuale dello spazio.

Lo spazio prende così ulteriore conformazione attraverso la modulazione dell’opera stessa, perciò la scultura si completa nella sua totalità una volta occupato lo spazio stesso in cui agisce.

La forma della scultura, pertanto, è un dispositivo autopoietico che si genera in studio, strutturandosi però nella sua interezza – ed è questo lo scarto rispetto alle esperienze minimal, in cui il modulo plastico vive la sua autosufficienza e si costruisce in studio – nella totalità di uno spazio espositivo, che è qualcosa di astratto e predeterminato, ma disponibile a una trasformazione. La scultura pertanto diviene un linguaggio generativo di esperienze, preludio di un’architettura ulteriore rispetto a quella con cui si relaziona, ma è anche un linguaggio che esiste solo in rapporto a un ambiente. È l’opera stessa che contiene lo spazio, creandolo.

Riconoscere lo spazio. Lo spazio lo si conosce e lo si riconosce occupandolo, utilizzando dei mezzi per misurarlo e comporlo, anche per difendersi dalla sua conformazione si rintracciano dispositivi che di volta in volta mutano, nella vita come nello spazio stesso dell’arte. La contingenza di un limite, diviene così il presupposto per affrontarlo e adottarlo.

All’estrema essenzialità ed elementarità strutturale di queste opere appartenenti al ciclo Regola, D’Acquisto è approdato dopo un progressivo percorso di semplificazione formale, rinunciando man mano al peso specifico della sua medesima scultura in termini di materialità, liberandosi dal rapporto stringente con la superficie piana per avviare un’occupazione degli spazi anche nella loro accentuata verticalità e aerea consistenza.
Le sue attuali strutture hanno del tutto abbandonato quel rapporto costante e visibile con gli oggetti e i materiali, che invece nel precedente ciclo Strings risultavano parte integrante e necessaria del fare scultura. In quel contesto, le sinuose stringhe in legno, che si muovevano con disinvolta progettualità negli spazi, scortavano e accoglievano al proprio interno oggetti – nella prima fase – e materiali di risulta, successivamente, per poi rimodularsi in più sezioni, potenzialmente replicabili all’infinito, perché generati da innesti raccordabili.

Incanalando questi elementi, l’opera diventava un dispositivo di riconnessione degli stessi, tracciando nuove forme e avviluppandosi in un persistente e dialogico percorso tra oggettualità e smaterializzazione, compiendo un dicotomico viaggio di smaltimento concettuale delle funzioni d’uso degli oggetti impiegati e favorendo un’interazione – spesso quasi rasoterra – con l’ambiente esterno, che talvolta è stato anche coinvolto apertamente con soluzioni audaci.
Successivamente, con Forming – stadio cronologicamente intermedio tra Strings e l’attuale ricerca –, D’Acquisto ha iniziato a interrogare lo spazio con un approccio più sintetico, arginando la dimensione oggettuale tangibile e concentrandosi sulla relazione primaria che intercorre tra forma e ambiente, elementi che ha messo in connessione, facendoli confrontare tra loro mediante aeree sfumature di spray grigio, stampando, attraverso la fotografia, gli esiti di tali strutture su lastre d’acciaio o componendo sculture a parete con elementi lignei tagliati al laser e altri inserti tridimensionali svuotati dalla loro funzione primaria.

Regola. Il progetto per Palazzo Comi. Lo spazio tridimensionale in D’Acquisto è determinato dalla costruzione di strutture volumetriche ridotte all’essenziale, montate in uno specifico ambiente. Per questa mostra a Palazzo Comi di Gagliano del Capo, l’artista ha infatti progettato un lavoro inedito, traccia numero uno del suo nuovo percorso d’indagine “nella” scultura.

Così le cinque opere germinali di Regola – parallelepipedi irregolari di legno okumè, raccordati alle pareti, al pavimento e al soffitto da essenziali elementi in metallo e da tracce in feltro, che ne ridisegnano confini e relazioni – sono montate in modo da sviluppare porzioni inedite di spazio, generando nascoste interazioni e prevedendo una costante mutazione, a seconda del posizionamento delle stesse nel medesimo spazio.

Regola – bisogna chiarirlo subito – è come uno statuto, inteso come unità di misura e forma generatrice di altre forme.

Regola deriva da un brandello di un vecchio mobile di famiglia conservato per anni nello studio di D’Acquisto: da quel comò dei primi del Novecento, nel corso del tempo, l’artista ha smantellato intere porzioni, utilizzandole come punto di partenza per diverse sue opere, per poi demolirlo e disfarsene del tutto in tempi recenti.
Un elemento decorativo essenziale, in legno, che termina con un’estremità dal profilo sinuoso, a semicerchio: parte da qui Regola. D’Acquisto ha affidato a questo brandello un ruolo generatore, dandogli l’opportunità di originare senso: l’elemento ligneo è quindi stato eletto a unità di misura di tutte le cose riguardanti la sua riflessione sullo spazio, punto basilare di avvio di un percorso, che è anzitutto concettuale, di misurazione dello spazio stesso, nel momento in cui avviene l’insediamento fisico. Cambiare posizione, modificando l’assetto dei singoli elementi nello spazio, significa che la fase allestitiva diviene parte integrante di un processo, che si esplica nel posizionamento e nella regolamentazione dei perni che regolano la sintassi dell’opera stessa. È anch’essa, quella dell’allestimento, una fase germinale, all’insegna di quella che lo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi – ed è lo stesso artista a suggerire una vicinanza a questa linea – approfondisce come teoria del flow, in cui un’esperienza ottimale comporta un totale coinvolgimento dell’individuo. Questo flusso, per D’Acquisto, riguarda la fase di concepimento e produzione dell’opera, ma prosegue senza sosta alcuna anche nella fase di allestimento del lavoro.

Regola presuppone un sistema di pensiero composto con regole interne, che si strutturano anche per mezzo di innesti che connettono forma e spazio, anche in termini poetici e concettuali, presupponendo movimento ed estensione. Regola diventa così il punto cardine di un sistema, che si autoregolamenta partendo da un’apparente inutilità e divenendo generatore di nuove forme e nuove conseguenze.

Dalla forma di quel brandello, l’artista ha costituito le strutture che compongono la mostra a Palazzo Comi, favorendo un’interazione tra individuo e spazio, tanto da non trascurare una sorta di dimensione performativa, che potrà realizzarsi solo nel corso dell’apertura della mostra stessa. La radice processuale del suo lavoro si compone anche in questo frangente e perciò l’opera diviene una metafora per conoscere la realtà, per comprendere relazioni tra singoli individui, per mappare contingenze anche non apparenti.

Costruire la scultura, pertanto, significa anche generare forme primarie, riconnetterle tra loro, ma soprattutto individuare un punto di partenza per una persistente esplorazione dei suoi legittimi statuti di medium. Generare forme vuol dire approfondire innanzitutto la radice di quelle stesse forme e questo nella ricerca di D’Acquisto vale anche per i singoli cicli di lavoro, che a uno sguardo complessivo appaiono, tutti, come parte integrante di un unico processo di elaborazione e connessione.
L’arte contemporanea – e Nicolas Borriaud con il suo saggio Postproduction ce l’ha enucleato – riprogramma il mondo, spesso elaborando forme attinte da altre opere e attraversamenti già esistenti. È una cultura dell’appropriazione consapevole e critica, quella formulata secondo lo studioso, e che nel caso di Daniele D’Acquisto concerne anzitutto la sua medesima sfera. Con le sue incursioni meditate e individuali in certi ambiti dell’arte minimalista, già citate in queste pagine, e con la stretta relazione che intercorre tra i singoli momenti della sua indagine, l’artista è in grado di includere nelle sue nuove intuizioni anche oggetti e significanti. Nel suo lavoro ciò dipende anche da una forte propensione alla connessione, perciò ogni ciclo è generatore di nuovi cicli di opere, perché l’artista – seguendo una sua propensione metodologica –, agisce spesso non concependo singole sculture o installazioni, ma mettendo in piedi sistemi di pensiero unitari che si esplicano in gruppi di sculture e installazioni.

L’indicazione che il mobile citato appartenesse alla sua famiglia e fosse parte integrante della mobilia del suo precedente appartamento non conta granché. Nel lavoro di D’Acquisto, i riferimenti alla sfera personale sono circoscritti e comunque non immediatamente riferibili all’opera in sé nel suo compiersi e nel suo esistere. Egli trascura volutamente tutte quelle appendici narrative che contrassegnano spesse volte l’operatività degli artisti della sua generazione; lo stesso fa nei confronti della storia e di tutti quegli avvenimenti di cronaca che sembrano ormai obbligatoriamente essenziali nella costruzione di un’opera d’arte nella stretta contemporaneità.

Il suo lavoro – e Regola nello specifico – ci fa comprendere che esiste ancora un percorso del fare scultura attraverso un’analisi interna delle sue stesse dinamiche di esistenza e sussistenza, che si concentra anche rispetto a un osservatore attivo, a cui si chiede di muoversi con vigile curiosità nello spazio conformato dalle opere.
Scegliere uno specifico materiale vuol dire compiere una scelta di campo, presagire e progettare a monte l’opera, prevedendo anche la percezione che lo spettatore avrà dinnanzi ad essa nello spazio e nell’autonomo rapporto dialogico con la sua densità. «La scelta dei materiali costituisce già parte dell’idea», chiosava nel 1972 Giuseppe Uncini. Il profilo levigato delle singole sculture di Regola, in legno okumè, è una precisa scelta legata alla volontà di costruzione delle forme insieme apparentemente leggere nello spazio d’azione dell’opera e consistenti nella loro dimensione scultorea.
Questi elementi, in relazione tra loro, generano quindi un nuovo ambiente, pertanto la loro funzione determina e rileva spazio, frammentandolo e delimitando le sue medesime aree e i suoi perimetri, instaurando una relazione conoscitiva che include anche alcuni aspetti apparentemente secondari. Nello spazio al piano terra di Palazzo Comi, per esempio, l’artista adotta anche i pannelli precedentemente installati dai padroni di casa, li fa entrare nella dinamica del suo lavoro, poiché lavorare sullo spazio significa anche affrontarne le tipicità, anche gli inciampi visivi e le strutture posticce: fare scultura è anzitutto interpretare e modificare lo spazio nella sua peculiare identità.

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