X edizione del festival fondato e diretto da Beatrice Rana nel suo Salento

La decima edizione di Classiche Forme entra nel vivo con il primo “Fuoriporta”, domani, martedì 21 luglio, portando la musica nella campagna salentina. Alle ore 20.00 appuntamento a Masseria “Le Stanzìe” di Supersano, custode autentico della tradizione salentina: il concerto Furiant riunisce alcuni tra i più brillanti interpreti della generazione millennial – Andrea Obiso (primo violino di spalla dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia), Ruslan Talas (violinista kazako vincitore e finalista di prestigiosi concorsi violinistici internazionali tra i quali il Queen Elisabeth International Competition e lo Stuttgart International Violin Competition), Sara Ferrández, Pablo Ferrández (uno dei violoncellisti più richiesti di oggi sulla scena internazionale e a Classiche Forme già dalla prima edizione, nel 2017, e nel 2022), Ludovica Rana – in un programma che mette a confronto due modi opposti di intendere la musica da camera per archi nell'Ottocento, tra dimensione domestica e respiro orchestrale. Il Terzetto in Do maggiore di Dvořák, scritto nel gennaio 1887 quando il compositore, ormai stabile grazie all'appoggio di Brahms, non è ancora il musicista dei due mondi che di lì a pochi anni guiderà il National Conservatory di New York: l'organico anomalo, privo di violoncello, costringe i tre strumenti acuti a un gioco di incastri che Dvořák trasforma in un flusso di melodie di schietto sapore boemo, un lavoro scritto per una piccola stanza ma che respira all'aria aperta. Segue il monumentale Quintetto D. 956 di Schubert, composto nel 1828 a soli due mesi dalla morte, quando il compositore è ancora un artista di seconda fila relegato alle serate tra amici: l'aggiunta di un secondo violoncello al posto della seconda viola regala all'insieme una densità quasi orchestrale, capace di reggere quella "celestiale lunghezza" di cui parlava Schumann, tra squarci di lirismo puro, improvvisi collassi armonici e un'ultima, graffiante dissonanza. Una serata che intreccia virtuosismo giovane e grande tradizione, in uno dei luoghi più suggestivi della campagna salentina.

 

Il giorno successivo, mercoledì 22 luglio, si torna a Lecce (ore 21.00) nel Chiostro dell’Accademia di Belle Arti per l’atteso concerto Tra intimità e grandezza, primo dei due appuntamenti del festival che vedono tra gli interpreti la stessa Beatrice Rana. Il concerto è interamente dedicato a Johannes Brahms, il compositore che Schumann nel 1853 proclamò nuovo messia della musica tedesca, condannandolo a misurarsi per sempre con l'ombra di Beethoven.

Si apre con la Sonata in Mi minore op. 38 per pianoforte e violoncello, del 1865, dichiarato omaggio a Bach – il tema iniziale evoca l'Arte della Fuga – dove il violoncello non è semplice solista accompagnato ma scava nei registri bassi e dialoga alla pari col pianoforte, fino a un finale fugato di travolgente energia ritmica. Segue il Quintetto in Fa minore op. 34, vertice della produzione giovanile brahmsiana e frutto di una lunga crisi d'identità formale: nato nel 1862 come quintetto d'archi con due violoncelli, bocciato dal violinista Joachim, trasformato in sonata per due pianoforti su suggerimento di Clara Schumann, che vi intravedeva un respiro sinfonico che la tastiera non poteva restituire, approda infine nel 1864 alla sua forma definitiva. Nella stessa tonalità dell'Appassionata beethoveniana, è un'opera dal clima tragico e quasi sinfonico, tra oasi liriche intime, uno Scherzo dominato da una marcia ossessiva e un finale che sembra trattenere il respiro fino al precipizio. Accanto a Beatrice Rana ci sono Andrea Obiso, Sara Ferrández, Pablo Ferrández e Ruslan Talas.

Il concerto è preceduto dalla Conversazione con il musicologo Harvey Sachs nel seicentesco Palazzo Maresgallo di Lecce, a due passi dalla cattedrale barocca. In questo contesto previsto anche un momento musicale con studenti dei Conservatori di musica pugliesi (Interpreti Marco Mancini, sax soprano, Biagio Lovicario, sax contralto, Gaetano Flora, sax tenore, Luigi Lovicario, sax baritono). Per le conversazioni ingresso gratuito con prenotazione su eventbrite.

 

Giovedì, 23 luglio, alle ore 21.00, ancora a Lecce, questa volta nella Chiesa San Francesco della Scarpa: Simone Rubino, tra i massimi virtuosi delle percussioni, presenta Oblivion soave, un viaggio sul tema dell'oblio come rifugio dal mondo. Si parte dalla ninna nanna sussurrata dalla nutrice Arnalta nell'Incoronazione di Poppea di Monteverdi, dove l'oblio offre riparo mentre fuori infuria l'intrigo di potere, in dialogo ideale con i versi di Mariangela Gualtieri sulla lentezza forzata del lockdown, e dal tormento d'amore di "Sì dolce 'l tormento", sempre di Monteverdi, costruito sulla reiterazione ipnotica della passacaglia. Segue l'aria "Vedrò con mio diletto" da Il Giustino di Vivaldi, dove l'imperatore Anastasio canta la lontananza dall'amata Arianna in una melodia fluttuante sospesa tra malinconia e speranza dell'incontro. La Suite per liuto in Mi minore di Bach, trasfigurata dal timbro caldo di marimba e vibrafono attraverso le antiche danze dell'Allemanda e della Sarabanda, apre uno spazio di raccoglimento e cura, mentre chiude il percorso l'Oblivion di Piazzolla, scritto per l'Enrico IV di Marco Bellocchio e reso celebre da Milva, dove la ritmica aggressiva del tango si scioglie in un distacco definitivo dal reale. Un programma che sorprende per la varietà di timbri e colori affidati a uno strumentario inconsueto per la musica da camera.

 

Venerdì e sabato, 24 e 25 luglio, il festival torna nel piccolo centro del sud Salento in cui ha preso avvio nel 2017, a Spongano, dove si sono svolte le prime due edizioni, per due concerti e una conversazione, tra il chiostro e il frantoio ipogeo di Palazzo Bacile di Castiglione.

Il 24 luglio alle ore 21 il Novo Quartet apre con il Quartetto op. 44 n. 1 di Mendelssohn, scritto nel marzo 1838 poco dopo il matrimonio del compositore con Cécile Jeanrenaud, pagina che il suo autore definì in una lettera all'amico Ferdinand David "più grintosa" delle precedenti: dall'attacco energico del Molto Allegro vivace a un antico Minuetto reso di nuovo vivo con passo flessuoso e privato, fino al saltarello conclusivo in festa domestica. Segue il Quintetto per clarinetto di Mozart, composto nell'autunno 1789 per il clarinettista Anton Stadler in un momento di isolamento e difficoltà economica: il clarinetto, integrato come una quinta voce della famiglia degli archi, si scioglie nel celebre Larghetto in un canto sussurrato a mezza voce, mentre nel finale una melodia quasi infantile passa di strumento in strumento, cambia colore, fino a una sfumatura malinconica affidata alla viola prima del sorriso conclusivo, luminoso e liberatorio. Protagonisti il Novo Quartet e Calogero Palermo (primo clarinetto della Tonhalle-Orchester Zürich), esempio sublime di dialogo tra strumento solista e tessuto cameristico.

 

Il 25 luglio, ancora a Spongano, il concerto Kammersymphonie mette a confronto due destini viennesi opposti, entrambi conclusi a Los Angeles: Erich Wolfgang Korngold e Arnold Schönberg, esuli in fuga dalla stessa Europa ma sempre rivolti in direzioni musicali contrarie. Il Trio in Re maggiore op. 1, scritto da un Korngold tredicenne ed eseguito con un successo che spinse Richard Strauss a paragonarlo a Mozart, è musica dell'autunno dorato della Vienna asburgica poco prima della Grande Guerra, con una scrittura per pianoforte e archi quasi orchestrale, melodie dilatate e armonie dense che anticipano la futura carriera hollywoodiana del compositore, premiato due volte con l'Oscar. Gli fa da contraltare la Kammersymphonie op. 9 di Schönberg, concepita tra il 1905 e il 1906 per quindici strumenti e qui restituita nella trascrizione per quintetto di Anton Webern, che ne mette a nudo lo scheletro contrappuntistico: un unico blocco di circa ventidue minuti che condensa la forma sinfonica tradizionale in quattro movimenti e ne dissolve i riferimenti tonali, punto di non ritorno del linguaggio musicale del Novecento. Due partiture che raccontano la stessa Mitteleuropa divisa tra fedeltà a un passato ideale e urgenza rivoluzionaria. Protagonisti il Trio Concept, affiancato da Arianna Picci al flauto e Calogero Palermo al clarinetto.

Precede il concerto la terza Conversazione del festival, con la giornalista e critica Carla Moreni. In questo contesto previsto anche un momento musicale con studenti dei Conservatori di musica pugliesi (interpreti Pierpaolo Martella, baritono, e Alessandro Sambati, pianoforte). Per le conversazioni ingresso gratuito con prenotazione su eventbrite.

 

Domenica, 26 luglio 2026 ore 21.00, gran finale nel Chiostro dell'Accademia di Belle Arti di Lecce, con una maratona che riunisce molti degli artisti dell'edizione insieme a Beatrice Rana, Massimo Spada e al Novo Quartet, in un percorso tra le elegie del Novecento, quando la musica scende in strada e ruba i ritmi alla quotidianità. Apre l'Adagio di Samuel Barber nella sua veste originale per quartetto op. 11, pagina dalla forza catartica diventata simbolo del lutto collettivo americano, dalle commemorazioni per Roosevelt e Kennedy fino all'11 settembre, e fissata dal cinema come icona del dolore. Segue il Quartetto n. 2 di Benjamin Britten, scritto nel 1945 per l'anniversario di Purcell ma attraversato, sotto la superficie, dall'ombra della visita ai campi di Bergen-Belsen compiuta insieme a Yehudi Menuhin, nel cinquantesimo anniversario della scomparsa del compositore. Il racconto si allarga poi alle radici ritrovate di Aaron Copland in Vitebsk, Study on a Jewish Theme, ispirato ai villaggi sospesi di Marc Chagall e scritto da un compositore figlio di immigrati ebrei lituani, prima di sfociare nell'energia latina di Astor Piazzolla e nella trascinante Suite da West Side Story di Leonard Bernstein, qui in una muscolare versione per due pianoforti e percussioni con Simone Rubino e Maxime Pidoux: la sintesi di un secolo capace di fondere l'alto e il basso, l'accademia e la strada.

 

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