US Lecce, si chiude l’era Corvino: “Stanchezza alla base della decisione”

di Davide Tommasi

Il direttore sportivo saluta il club giallorosso. Sticchi Damiani: «Avrei voluto continuare fino al 2028».

LECCE – Alla fine, la notizia che nessuno avrebbe voluto ascoltare è arrivata. Non attraverso un comunicato freddo, né con una conferenza separata, ma con due uomini seduti fianco a fianco, come hanno fatto per sei anni. Da una parte il presidente Saverio Sticchi Damiani, dall'altra Pantaleo Corvino. In mezzo, una storia fatta di lavoro, intuizioni, sacrifici e risultati che hanno cambiato il volto del Lecce.È stato un addio carico di emozione quello andato in scena all'Hotel President. Un addio che sa di fine ciclo, ma anche di gratitudine. Perché Corvino lascia il Lecce, ma lo fa dopo aver contribuito a scrivere una delle pagine più importanti della storia giallorossa.

«Questa conferenza avrei voluto tenerla nel giugno del 2028», ha confessato Sticchi Damiani in apertura. Una frase che racchiude tutto il dispiacere della società per una separazione che nessuno aveva programmato. Il presidente ha raccontato i tentativi fatti per convincere il direttore sportivo a restare, le telefonate, gli incontri, la speranza di un ripensamento.

Ma davanti a una parola, ha spiegato, non c'è stato nulla da fare: stanchezza.

«Da dirigente faccio fatica ad accettarlo, ma da persona che gli vuole bene lo capisco. Pantaleo in questi anni non si è risparmiato mai. Mai. Mai».

Parole che trovano conferma nel lungo e intenso intervento dello stesso Corvino, apparso visibilmente emozionato mentre ripercorreva una vita trascorsa nel calcio.

«La passione c'è ancora, ma devo fermare la corsa»

Per oltre un'ora Corvino ha raccontato sé stesso, il suo rapporto con Lecce, il Salento e il calcio. Non un semplice bilancio professionale, ma una sorta di viaggio attraverso una carriera iniziata sui campi polverosi della terza categoria e arrivata fino alla Champions League.

La motivazione dell'addio è semplice quanto profonda.

«La passione c'è ancora tutta. Se mi alzo ogni mattina pensando al calcio significa che non è finita. Ma arriva un momento in cui bisogna fermare la corsa. Non ho più le energie per garantire quello che ho sempre garantito».

Non è una resa, né una fuga. È la presa d'atto di chi ha sempre preteso il massimo da sé stesso.

«Non voglio tradire la società, i tifosi e il territorio. Preferisco fermarmi ora piuttosto che continuare senza avere la forza necessaria per fare questo lavoro come merita».

Una decisione maturata da tempo e tenuta riservata fino alla conclusione del campionato per non creare turbative all'interno dello spogliatoio.

Tredici anni che hanno cambiato il Lecce

Corvino lascia un'eredità enorme.

Tredici anni complessivi in giallorosso, undici campionati di Serie A conquistati o lasciati in eredità, una promozione e cinque salvezze consecutive nell'ultimo ciclo, tre Scudetti Primavera, due Coppe Italia di categoria e una crescita costante del settore giovanile.Ma soprattutto lascia un club economicamente solido.

«Lascio una società tra le più sane d'Europa», ha rivendicato con orgoglio.

Un'affermazione forte, che fotografa il lavoro svolto negli ultimi anni. Un Lecce capace di mantenersi stabilmente in Serie A senza rinunciare alla sostenibilità economica, valorizzando giovani talenti e generando risorse attraverso il mercato.

«Abbiamo costruito patrimonio tecnico ed economico. Questo club oggi è forte, strutturato e pronto a guardare avanti».

«Potevamo andare alla NASA, abbiamo scelto di fare gli artigiani»

Tra le tante immagini lasciate in eredità dalla conferenza, una è destinata a restare.

Arriva negli ultimi minuti del suo intervento, quando Corvino descrive il rapporto costruito con Sticchi Damiani e il modello Lecce.

«Con il presidente potevamo andare alla NASA a lavorare con il laser. Siamo talmente avanti tutti e due che potevamo lavorare con la tecnologia più avanzata. Invece abbiamo scelto di fare gli artigiani».Una battuta che strappa sorrisi ma che racchiude una filosofia precisa.

Quella di un club che non ha mai avuto i mezzi delle grandi potenze del calcio italiano e che proprio per questo ha costruito i propri successi attraverso il lavoro quotidiano, l'intuito, la competenza e la capacità di fare molto con poco.

«Abbiamo scelto un calcio artigianale per tenere il Lecce nel presente e nel tempo».Una definizione che forse racconta meglio di qualsiasi numero ciò che è stato il progetto costruito negli ultimi anni.

Il saluto al Salento

Il passaggio più emozionante arriva quando Corvino parla della sua terra.Lecce non è stata soltanto una squadra. È stata il sogno di una vita.

«Io sognavo di fare il direttore sportivo del Lecce. Quel sogno si è avverato».

Da qui i ringraziamenti ai tifosi, ai dipendenti, ai collaboratori, agli allenatori, ai calciatori e alle istituzioni. Un lungo elenco di volti e storie che hanno accompagnato il suo percorso.

«Il Lecce ha fatto conoscere il Salento nel mondo. Undici anni di Serie A significano ricchezza per tutto il territorio».

Parole pronunciate con la voce a tratti rotta dall'emozione di chi sa di chiudere un capitolo irripetibile.

Adesso tocca al Lecce

Mentre Corvino saluta, il Lecce guarda già avanti.Sticchi Damiani ha confermato che la priorità assoluta sarà individuare il nuovo responsabile dell'area tecnica e successivamente affrontare il nodo allenatore.«Il Lecce viene prima di tutto. Faremo la scelta migliore possibile».Ma per un giorno il futuro può attendere.Perché la scena è tutta per Pantaleo Corvino, l'uomo che ha trasformato il Lecce in una realtà stabile della Serie A e che oggi si fa da parte non per mancanza di passione, ma perché, come ha detto lui stesso, «anche i cavalli di razza, a un certo punto, devono fermare la corsa».Si chiude così uno dei capitoli più significativi della storia giallorossa. Un addio senza strappi, senza polemiche, senza rancori. Soltanto con il peso delle emozioni e la consapevolezza di aver costruito qualcosa che resterà nel tempo.

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