Otranto, la memoria degli 800 Martiri torna a interrogare il presente

di Davide Tommasi

Dalla deposizione della corona al primo intervento del Sindaco, fino alla riflessione del professor Antonio Bonatesta: una commemorazione tra storia, cultura, identità europea e responsabilità civile

OTRANTO, 13 agosto 2026 – Prima il silenzio, poi le parole. Prima la corona deposta in memoria degli Eroi e Martiri Otrantini, quindi il saluto del Sindaco. Infine, la riflessione storica del professor Antonio Bonatesta, docente di Storia contemporanea all'Università degli Studi di Bari.

È stata una commemorazione costruita intorno a due momenti distinti ma profondamente legati: il primo, istituzionale e civile, affidato al primo cittadino; il secondo, storico e culturale, consegnato allo studioso.

Due interventi diversi per tono e prospettiva, ma accomunati da una stessa esigenza: non limitarsi a ricordare gli 800 Martiri, ma comprendere che cosa la loro vicenda possa ancora dire alla Otranto di oggi e all'Europa contemporanea.

A 546 anni dalla caduta della città, il 13 agosto non è apparso dunque soltanto come una ricorrenza. È diventato un momento nel quale storia, memoria e coscienza civile si sono incontrate.

Il primo momento: la corona e le parole del Sindaco

La cerimonia è iniziata con la deposizione della corona in omaggio agli Eroi e Martiri Otrantini del 1480.

Un gesto semplice, ma carico di significato.

La corona ha preceduto le parole, restituendo alla commemorazione quella dimensione di raccoglimento che appartiene ai momenti nei quali una comunità si ferma davanti alla propria storia.

È stato proprio dopo la deposizione che il Sindaco ha preso la parola, rivolgendo il saluto alle autorità civili, militari e religiose, alla cittadinanza e ai visitatori presenti.

Il primo intervento ha avuto il carattere di un richiamo alla memoria collettiva della città: gli 800 Martiri non appartengono soltanto al passato, ma fanno parte dell'identità stessa di Otranto.

La loro vicenda attraversa da secoli la vita religiosa, civile e culturale della comunità.

Ma ricordare non significa soltanto ripetere una storia conosciuta.

Significa consegnarla alle nuove generazioni, mantenendo vivo il legame tra una città e le proprie radici.

Ed è proprio questo il valore della cerimonia civile: riportare la memoria fuori dalla dimensione esclusivamente liturgica e inserirla nella storia della comunità.


Dopo il Sindaco, la parola alla storia

Terminato il primo momento istituzionale, il testimone è passato al professor Antonio Bonatesta.

L'introduzione ha sottolineato il valore del suo intervento e il legame con la ricorrenza dei Santi Martiri, affidando allo storico il compito di leggere il 1480 attraverso una prospettiva più ampia.

Bonatesta ha iniziato da Otranto.

Ma non dall'Otranto assediata.

Dall'Otranto che esisteva prima della tragedia.

Una città affacciata sul punto più orientale della penisola italiana, proiettata verso il Regno di Napoli ma contemporaneamente rivolta verso i Balcani.

Una città di passaggio.

Un crocevia.

Un luogo nel quale transitavano uomini, merci, eserciti, pellegrini, testi e idee.

«Otranto guarda tanto verso il regno cui appartiene quanto sulla sponda opposta ai Balcani», ha ricordato il docente.

È da questa posizione geografica e culturale che prende forma il primo grande tema del discorso: Otranto come ponte tra Oriente e Occidente.

Otranto e Casole, il Mediterraneo degli incontri

Per comprendere pienamente quella città, Bonatesta ha richiamato la storia dell'abbazia di San Nicola di Casole, uno dei più importanti centri del monachesimo greco nell'Italia meridionale.

A pochi chilometri da Otranto, Casole rappresentava un luogo straordinario di conservazione e trasmissione del sapere.

La biblioteca, lo scriptorium, i manoscritti, lo studio del greco, la tradizione patristica e teologica raccontavano un mondo nel quale le culture non vivevano soltanto di contrapposizioni.

C'era il confronto.

C'era la traduzione.

C'era la circolazione delle conoscenze.

C'era l'incontro.

È il Mediterraneo descritto nel discorso come un mare «poroso», attraversato certamente da guerre e conquiste, ma anche da commercio, scambi e relazioni.

Otranto e Casole erano parte di questo universo.

Ed è proprio questo elemento a rendere ancora più drammatica la frattura provocata dalla conquista ottomana.

1453, la caduta di Costantinopoli e la nuova Europa

Il discorso ha quindi allargato lo sguardo.

Il 29 maggio 1453 Costantinopoli cadde nelle mani del sultano Maometto II.

Per il mondo europeo fu uno spartiacque.

La conquista ottomana non rappresentò soltanto la fine dell'Impero bizantino. Modificò gli equilibri geopolitici del Mediterraneo e dei Balcani e alimentò in Europa un senso crescente di inquietudine.

L'avanzata ottomana proseguì.

I Balcani passarono progressivamente sotto il controllo turco.

L'Albania resistette a lungo sotto la guida di Giorgio Castriota Skanderbeg, prima di cadere anch'essa alla fine degli anni Settanta del Quattrocento.

Otranto si trovava quindi davanti a una nuova realtà geopolitica.

La città non era un bersaglio casuale.

La sua posizione la rendeva strategicamente importante.

E nel 1480 quella posizione avrebbe avuto un prezzo altissimo.

Quando l'Italia divisa lasciò Otranto davanti alla minaccia

È uno dei passaggi più significativi dell'intervento di Bonatesta.

La tragedia di Otranto non può essere raccontata soltanto come lo scontro tra un esercito ottomano e una città cristiana.

Dietro la caduta ci sono anche le divisioni politiche dell'Italia del Quattrocento.

Venezia usciva da una lunga guerra contro gli Ottomani.

Ferrante d'Aragona, re di Napoli, era impegnato sul fronte interno.

Firenze continuava a rappresentare una minaccia per l'equilibrio del Regno di Napoli.

Roma aveva i propri interessi e le proprie difficoltà.

In questa rete di rivalità, esitazioni e calcoli politici, Otranto rimase esposta.

La città chiese aiuto.

E il messaggio inviato al sovrano racconta con impressionante immediatezza la consapevolezza del pericolo.

La popolazione sapeva di essere numericamente e militarmente inferiore.

Sapeva che il nemico era potente.

Eppure dichiarava di essere pronta a fare «il debito nostro».

Non era ancora la leggenda.

Era la voce di una città che aveva paura.

Il 28 luglio, l'assedio

Il 28 luglio 1480 la flotta ottomana comparve davanti a Otranto.

L'assedio ebbe inizio.

Le mura, già inadeguate a sostenere la potenza delle nuove artiglierie, furono sottoposte a bombardamenti continui.

La difesa fu tenace.

I soccorsi, però, non arrivarono in tempo.

L'11 agosto la breccia aprì la strada alla conquista.

Seguì il combattimento dentro la città, la morte dei difensori, l'irruzione nella Cattedrale, l'uccisione dell'arcivescovo e di quanti vi avevano cercato rifugio.

Poi vennero le violenze, le uccisioni, la prigionia e la deportazione.

Infine il colle della Minerva.

È qui che la vicenda storica degli Otrantini entra nella memoria religiosa della Chiesa attraverso il martirio degli 800.

Ma Bonatesta, a quel punto, compie una scelta precisa.

Non fermarsi alla leggenda. Tornare agli uomini.

Prima dei Martiri, gli uomini

È il passaggio più umano dell'intervento.

Oggi gli 800 Martiri sono una figura collettiva, unita dalla canonizzazione e dalla fede.

La storia, però, invita a guardare le singole persone.

Uomini che avevano famiglia.

Uomini che avevano paura.

Uomini che avevano qualcosa da perdere.

Soldati.

Artigiani.

Pescatori.

Contadini.

Sacerdoti.

Cittadini comuni.

E soprattutto persone chiamate a prendere decisioni in condizioni completamente differenti.

Qui emerge la domanda centrale del discorso:

Che cosa significa scegliere quando tutte le alternative sono dolorose?

Per i reggitori della città la scelta riguardava la resa.

Per i capitani significava assumersi la responsabilità della vita degli uomini e delle donne affidati alla difesa.

Per il clero significava rimanere accanto alla popolazione.

Per un padre di famiglia, per un pescatore o per un artigiano poteva significare semplicemente cercare di salvare i propri cari.

La guerra era arrivata.

Ma nessuno di loro aveva deciso quella guerra.

La libertà dentro la paura

È qui che il discorso assume una dimensione filosofica.

Bonatesta richiama Sant'Agostino per riflettere sulla libertà non come dominio assoluto delle circostanze, ma come capacità di orientare la propria volontà.

La vita è un bene.

La paura non è una colpa.

La fuga davanti alla morte non può essere automaticamente considerata una scelta indegna.

E il martire cristiano, nella prospettiva proposta dal docente, non cerca la morte.

Sceglie di non compiere ciò che considera incompatibile con il bene superiore al quale ha aderito, accettando però il rischio che altri possano trasformare quel rifiuto in una condanna.

È una distinzione importante.

Perché permette di comprendere il martirio senza trasformarlo in una celebrazione della morte.

E permette, allo stesso tempo, di rispettare la complessità delle scelte compiute dagli altri.

Anche chi fuggì fa parte della storia

La memoria tende naturalmente a concentrarsi sugli eroi.

La storia, invece, deve guardare anche a coloro che fecero scelte diverse.

Bonatesta ha ricordato la fuga notturna di parte dei soldati, l'allontanamento di alcuni esponenti del baronato e il fenomeno dei cosiddetti «rinnegati».

Ma dietro questa parola si nascondono vicende diverse.

Conversioni.

Cattività.

Coercizione.

Opportunismo.

Desiderio di sopravvivenza.

Nuove appartenenze.

Non tutto può essere racchiuso nella semplice opposizione tra fedeltà e tradimento.

Anche gli uomini dell'esercito ottomano provenivano da storie differenti. Alcuni erano nati in famiglie cristiane ed erano entrati nell'apparato ottomano attraverso il devshirme.

La storia di Otranto, dunque, attraversa anche le coscienze.

E mostra quanto siano fragili i confini tra identità, appartenenza e sopravvivenza.

L'Europa che nasce anche dalla paura

Il discorso torna quindi al tema europeo.

La pressione ottomana contribuì, nell'Europa del Quattrocento, alla formazione di una nuova consapevolezza di appartenenza comune.

Figure come Enea Silvio Piccolomini, divenuto Papa Pio II, interpretarono la difesa dall'avanzata ottomana come una questione capace di coinvolgere l'intera cristianità.

Ma Bonatesta invita a non trasformare quella storia in una lettura semplicistica del presente.

L'Europa del Quattrocento non è l'Unione Europea di oggi.

Eppure quella storia aiuta a comprendere come l'idea di Europa abbia progressivamente assunto anche una dimensione culturale e storica.

Un'Europa costruita attraverso la circolazione del sapere, il confronto, la cultura e la consapevolezza di una storia condivisa.

E Otranto, con Casole, si trovava proprio su quella frontiera.

Dalla guerra al dialogo

È forse questo il punto nel quale la commemorazione raggiunge il presente.

Otranto non può essere ricordata soltanto come luogo di scontro.

La sua storia è anche storia di incontro.

La città che nel 1480 divenne teatro di una tragedia è la stessa città che per secoli aveva guardato verso Oriente e accolto il dialogo tra culture differenti.

La memoria dei Martiri, quindi, non deve diventare memoria della guerra.

Può diventare, al contrario, memoria della necessità della pace.

Ricordare ciò che accadde significa anche comprendere quanto possa essere devastante il fallimento della politica, quando gli interessi prevalgono sulla cooperazione e quando il dialogo viene sostituito dalla forza.

L'ora della scelta

Nel finale, il professor Bonatesta ha riportato al centro una frase ispirata anche al romanzo L'ora di tutti di Maria Corti: nella vita di ogni uomo arriva un momento nel quale deve dare prova di sé.Per gli Otrantini quell'ora arrivò nel 1480.Ma non arrivò nello stesso modo per tutti.

Alcuni decisero per la città.

Altri subirono decisioni prese da altri.

Alcuni combatterono.

Altri fuggirono.

Alcuni cedettero.

Altri rimasero.

Molti furono abbandonati e morirono.

Questa complessità non diminuisce il sacrificio degli 800.

Lo rende più umano.

E proprio per questo, forse, più vicino a noi.

La domanda che Otranto consegna al presente

La commemorazione si è così conclusa lasciando non soltanto una certezza, ma una domanda.

Una domanda difficile.

Una domanda che non invita a dire superficialmente: noi avremmo fatto la stessa cosa.

Perché nessuno può sapere come avrebbe reagito dentro quelle mura, davanti alla fame, ai bombardamenti, alla morte e alla paura.

Il senso della memoria è un altro.

È riconoscere la distanza che ci separa da quella prova.

È rispettare il sacrificio.

È comprendere il contesto storico.

È evitare giudizi facili.

E, soprattutto, accettare che quella storia continui a interrogarci.

La corona deposta all'inizio della cerimonia è rimasta così come il segno concreto del ricordo.

Le parole del Sindaco hanno restituito alla città il valore civile della memoria.

Il professor Bonatesta ha poi aperto la prospettiva della storia, mostrando Otranto come frontiera, crocevia, luogo di tragedia ma anche di cultura e di incontro.

Due momenti diversi.

Un unico filo.

La memoria come responsabilità.

Perché gli 800 Martiri non sono soltanto una pagina del 1480.

Sono uomini che la storia ha consegnato alla fede e alla memoria di Otranto.

E oggi, a distanza di 546 anni, la loro vicenda continua a porre una domanda che non appartiene soltanto al passato:

Siamo ancora capaci di scegliere?

Forse è proprio questa la ragione più profonda per cui Otranto continua, ogni anno, a ricordare.

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