La Costituzione non è una macchina che va avanti da sola

di Davide Tommasi

A Lecce, settant'anni dopo Calamandrei, la lezione dell'avvocato come intellettuale cittadino

Nell'Aula Magna del Dipartimento di Scienze Giuridiche, davanti a studenti, magistrati e avvocati, un convegno interdisciplinare ha riletto la lezione del giurista fiorentino: non un omaggio celebrativo, ma una bussola etica per l'avvocatura di oggi, tra intelligenza artificiale, processo telematico e aule civili sempre più vuote

Una scelta ponderata, non casuale

A settant'anni dalla morte — l'anniversario cade il 27 settembre 2026 — un evento formativo svolto in data 2 ottobre 2026 che ha riunito nell'Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università del Salento la Camera Civile Salentina, la Corte d'Appello di Lecce, la Scuola Superiore della Magistratura, il Dipartimento di Scienze Giuridiche, il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati e la Fondazione dell'Avvocatura Civile.

Ad aprire i lavori, il presidente della Camera Civile Salentina, l'avvocato Salvatore Donadei, che ha spiegato la ragione profonda della scelta: «In un mondo in cui impera la digitalizzazione anche in maniera esasperata, l'intelligenza artificiale e tutto ciò che allontana sempre di più da quella meravigliosa parola che è l'umanesimo, ricordare Calamandrei in un contesto come questo non è stata una scelta casuale, ma ponderata e simbolicamente molto significativa». Il riferimento dichiarato era alle nuove generazioni: presenti in sala studenti universitari e delle scuole superiori, oltre a un nutrito gruppo di professionisti.

Un ospite d'eccezione ha caratterizzato la giornata: Maria Rosaria San Giorgio, giudice della Corte Costituzionale, eletta dai magistrati della Cassazione. «In vent'anni di formazione non ho mai ospitato un giudice della Corte Costituzionale», ha detto Donadei rivolgendosi direttamente alla presidente, «per me è una prima volta». A organizzare la sua presenza, ha precisato, ha contribuito in modo determinante il presidente della Corte d'Appello di Lecce.

Il viceministro della Giustizia, senatore Sisto, impossibilitato a intervenire di persona per una sopravvenuta urgenza del ministro Nordio, si è collegato in videoconferenza nella fase conclusiva dei lavori.

Il professor Francesco Tuccari e la lezione costituzionale di Piero Calamandrei. La Costituzione come rivoluzione promessa

Il primo intervento, affidato al professor Francesco Tuccari, direttore vicario del Dipartimento di Scienze Giuridiche, ha avuto il compito di ricostruire il contesto storico, politico e culturale nel quale maturò l'esperienza di Piero Calamandrei come giurista e, soprattutto, come componente dell'Assemblea Costituente. Un passaggio fondamentale, ha spiegato il professore, riguarda il processo di progressiva universalizzazione del suffragio che, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, modificò profondamente la struttura delle società europee e occidentali. L'ingresso delle masse popolari e dei ceti subalterni nella vita politica e nei parlamenti impose infatti ai giuristi e agli studiosi del diritto una questione fino ad allora rimasta ai margini: quella del riconoscimento e della concreta tutela dei diritti sociali.

L'allargamento della partecipazione politica non poteva più essere considerato separatamente dalle condizioni materiali nelle quali i cittadini esercitavano le proprie libertà. Il riconoscimento formale dei diritti politici, infatti, rischiava di rimanere insufficiente se non accompagnato dalla possibilità concreta, per tutti, di partecipare alla vita economica e sociale. È proprio all'interno di questo processo che si colloca una parte significativa della riflessione di Calamandrei e, più in generale, del costituzionalismo del Novecento.

Particolarmente significativo, in questa prospettiva, è il confronto con altre esperienze costituzionali. Il professor Tuccari ha richiamato innanzitutto il caso degli Stati Uniti degli anni Trenta, dove la Corte Suprema, pur in presenza di un testo costituzionale rimasto formalmente invariato, modificò progressivamente la propria interpretazione della clausola del giusto processo, arrivando a ritenere legittime alcune importanti forme di intervento pubblico nell'economia e nella tutela del lavoro. In questo modo fu possibile salvaguardare, tra l'altro, le leggi sul salario minimo e quelle relative alla libertà sindacale.

Il punto centrale, ha osservato il professore, riguarda proprio il modo in cui una Costituzione può essere interpretata e resa concretamente efficace. «Le norme programmatiche — ha sintetizzato — non sono norme programmatiche, ma hanno un valore precettivo». In altre parole, le disposizioni costituzionali che individuano obiettivi sociali non devono necessariamente essere considerate semplici dichiarazioni di principio destinate a orientare l'azione futura del legislatore: possono invece assumere una concreta forza giuridica e diventare parametri effettivi per l'azione delle istituzioni.

Un'esperienza profondamente diversa fu quella della Repubblica di Weimar. La Costituzione tedesca del 1919 conteneva numerosi riferimenti ai diritti sociali e alla funzione dello Stato nella vita economica e sociale, ma una parte significativa della cultura giuridica dell'epoca finì per interpretare tali disposizioni come semplici programmi politici, privi di una vera efficacia giuridica immediata. Il rischio, in questo caso, era quello di riconoscere formalmente determinati diritti senza fornire loro strumenti effettivi di tutela.

«Questo contesto americano e tedesco — ha ricordato il professor Tuccari — era il contesto in cui a un certo punto vive Calamandrei costituente». La riflessione di Calamandrei si sviluppa dunque all'interno di un dibattito internazionale nel quale era in gioco una questione decisiva: se e in quale misura la Costituzione dovesse limitarsi a stabilire principi generali oppure potesse diventare uno strumento concreto di trasformazione della società.

Da questa prospettiva si comprende anche il confronto, spesso molto acceso, che Calamandrei ebbe in Assemblea Costituente con quanti ritenevano che i diritti sociali dovessero essere subordinati, o comunque nettamente distinti, rispetto alle libertà economiche e individuali. Il tema non era soltanto giuridico, ma riguardava la stessa idea di democrazia che la nuova Costituzione avrebbe dovuto affermare dopo l'esperienza fascista.

Il 4 marzo 1947 Calamandrei intervenne su questo punto con parole particolarmente significative. Da un lato affermò che «i diritti di libertà, le libertà individuali e le libertà politiche sono condizioni indispensabili per poter raggiungere la giustizia sociale»; dall'altro sottolineò con altrettanta forza che «le libertà umane e politiche restano una formula vuota se non sono accompagnate dalla liberazione dal bisogno». Le due dimensioni, dunque, non dovevano essere contrapposte: libertà individuali e diritti sociali rappresentavano, nella sua prospettiva, due componenti inseparabili della democrazia costituzionale.

È in questo quadro che assume particolare rilievo la sua definizione della Costituzione come espressione di «una rivoluzione promessa» e, contemporaneamente, di «una promessa di rivoluzione». Non si trattava, evidentemente, di un invito alla trasformazione violenta dell'ordinamento, ma dell'idea che la Costituzione del dopoguerra contenesse un progetto di cambiamento profondo della società italiana. Una trasformazione che avrebbe dovuto essere realizzata attraverso gli strumenti della democrazia, delle istituzioni e del diritto.

La Costituzione, secondo questa lettura, non poteva quindi essere considerata un punto di arrivo definitivo. Era piuttosto l'inizio di un percorso che avrebbe richiesto l'impegno continuo delle istituzioni e dei cittadini. La sua promessa doveva essere mantenuta «affinché la democrazia non si riduca a un monito formale privo di sostanza». Il valore della Carta, dunque, non risiedeva soltanto nelle sue disposizioni, ma nella capacità dell'ordinamento di renderle effettive nella vita quotidiana.

Il professor Tuccari ha poi affrontato il rapporto, e in alcuni momenti il vero e proprio scontro intellettuale, tra Calamandrei e Costantino Mortati, soffermandosi sulla teoria della costituzione materiale. Si tratta di un passaggio particolarmente importante per comprendere le diverse concezioni del funzionamento concreto delle istituzioni repubblicane e del ruolo dei partiti politici nel nuovo ordinamento.

La teoria della costituzione materiale poneva l'attenzione non soltanto sulle norme formalmente contenute nella Costituzione, ma anche sulle forze politiche e sociali capaci di dare concretamente forma all'ordinamento. In questo quadro, i partiti assumevano necessariamente un ruolo centrale nella costruzione e nel funzionamento della democrazia. Calamandrei, pur riconoscendone l'indispensabile funzione, guardava tuttavia con preoccupazione al rischio che essi potessero progressivamente sovrapporsi alle istituzioni dello Stato.

Da qui una delle pagine più celebri della sua riflessione: «I partiti sono strumenti indispensabili della vita democratica, ma guai se i partiti si sostituiscono allo Stato, guai se le decisioni che dovrebbero essere prese liberamente in aula vengono prefabbricate e imposte al Parlamento da comitati direttivi estranei all'assemblea». In queste parole emerge con chiarezza la preoccupazione per una democrazia nella quale il Parlamento rischiasse di trasformarsi da luogo della discussione e della decisione pubblica in semplice sede di ratifica di decisioni assunte altrove.

Un altro elemento messo in evidenza dal professor Tuccari è stato l'eclettismo di Calamandrei e la sua capacità di muoversi oltre i confini delle appartenenze politiche e delle specializzazioni disciplinari. Il professore ha ricordato, a questo proposito, come Calamandrei fosse stato chiamato a far parte non soltanto della commissione incaricata della riforma del codice di procedura civile, ma anche di quelle relative al codice penale e al codice civile. A risultare significativo è soprattutto il fatto che a coinvolgerlo fossero anche forze politiche a lui non affini, interessate non tanto alla sua appartenenza politica quanto alla sua competenza e alla sua capacità intellettuale. «Non cercavano tessere di partito, cercavano intelligenze»: una formula che restituisce efficacemente l'idea di una classe dirigente capace di riconoscere il valore delle competenze anche al di là delle appartenenze.

In questa prospettiva è stato richiamato anche il tema dell'iperspecializzazione contemporanea e il rischio di una conoscenza sempre più frammentata. Il riferimento, paradossale e volutamente provocatorio, è stato alla formula secondo cui «la peggiore intelligenza biologica è sempre quantitativamente e qualitativamente preferibile alla migliore intelligenza artificiale», utilizzata come spunto per riflettere sul rapporto tra sapere umano, competenza e capacità di comprendere la complessità. Il problema della specializzazione, infatti, non riguarda soltanto la quantità di conoscenze possedute, ma anche la capacità di metterle in relazione, di costruire collegamenti tra ambiti diversi e di mantenere una visione complessiva dei problemi.

Il riferimento all'eclettismo di Calamandrei si inserisce così in una riflessione più ampia sul ruolo dell'intellettuale e del giurista. La sua figura mostra come la competenza specialistica non debba necessariamente tradursi in chiusura disciplinare, ma possa al contrario essere accompagnata dalla capacità di confrontarsi con la storia, la politica, la filosofia e la società. È proprio questa apertura a consentire di comprendere il diritto non come un sistema isolato di norme, ma come uno strumento profondamente legato alla realtà nella quale opera.

Su questo terreno il professor Tuccari ha richiamato anche la lezione di Gustavo Zagrebelsky, sottolineando il rischio di una conoscenza che, attraverso l'iper-specializzazione, finisca per «sapere quasi tutto di quasi niente». La formula consente di mettere a fuoco una delle contraddizioni del sapere contemporaneo: da una parte la crescente necessità di competenze altamente specialistiche; dall'altra il rischio che la frammentazione dei saperi renda più difficile cogliere le connessioni tra i diversi fenomeni e sviluppare una visione d'insieme.

La figura di Calamandrei appare, anche sotto questo profilo, particolarmente significativa. La sua attività dimostra infatti come il rigore della specializzazione giuridica possa convivere con una formazione ampia e con una forte attenzione ai problemi generali della società. L'esperienza costituente richiedeva del resto proprio questa capacità: non soltanto conoscere il diritto, ma comprendere la storia, la politica e i mutamenti sociali che la nuova Costituzione avrebbe dovuto interpretare e governare.

Un'altra parte importante dell'intervento è stata dedicata alla nascita della Corte Costituzionale, istituzione destinata a svolgere un ruolo decisivo nell'attuazione della Costituzione repubblicana. Il professor Tuccari ha ricordato le difficoltà e le resistenze che accompagnarono la sua concreta istituzione, a partire dalla discussione relativa alla sua composizione.

Il progetto prevedeva una Corte composta da quindici giudici: cinque eletti dalle magistrature superiori, cinque nominati dal Presidente della Repubblica e cinque eletti dal Parlamento. La complessità dell'equilibrio istituzionale e politico sotteso alla composizione della Corte contribuì a rendere particolarmente delicato il percorso di attuazione delle disposizioni costituzionali.

Nel 1953 venne inoltre approvata la legge ordinaria che introdusse il criterio dei tre quinti, contribuendo a determinare un lungo periodo di stallo. Soltanto nel 1956 la Corte poté infatti avviare concretamente la propria attività. La sua nascita rappresentò un passaggio fondamentale perché rese effettiva una delle caratteristiche essenziali della Costituzione repubblicana: la possibilità di sottoporre le leggi al controllo di conformità costituzionale.

È significativo che proprio in uno dei primi giudizi della Corte, relativo a una legge fascista in materia di volantinaggio, Calamandrei figurasse tra gli avvocati coinvolti. Quella vicenda assunse un valore simbolico particolarmente forte: la Costituzione cessava di essere soltanto il testo solenne approvato dall'Assemblea Costituente e diventava concretamente una norma giuridica, vincolante per tutti, comprese le istituzioni e il legislatore.

In questo senso, ha ricordato il professore, assume particolare rilievo una delle affermazioni di Calamandrei: «Senza un giudice della costituzionalità — aveva scritto — le Costituzioni rigide sono destinate a diventare, al primo urto con le maggioranze politiche, pezzi di carta». Il controllo di costituzionalità rappresentava quindi, nella sua prospettiva, una garanzia essenziale contro il rischio che una maggioranza politica, pur legittimamente formatasi, potesse comprimere o svuotare i principi fondamentali della Carta.

L'intervento si è concluso con un richiamo rivolto soprattutto agli studenti e, più in generale, alle nuove generazioni, attraverso le parole pronunciate da Calamandrei a Milano nel 1955: «La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sola. Perché si muova bisogna metterci dentro il combustibile, l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenerne le promesse».

Il significato di queste parole appare particolarmente forte se letto alla luce dell'intero percorso ricostruito durante l'incontro. La Costituzione non è soltanto un insieme di norme, ma richiede partecipazione, consapevolezza e responsabilità. La sua efficacia dipende anche dalla capacità dei cittadini di conoscerla, difenderne i principi e contribuire alla vita democratica.

È questo il senso anche dell'altro celebre monito di Calamandrei richiamato dal professor Tuccari: «L'indifferente è la peste della politica. È come se su una nave in tempesta un passeggero dicesse: io non mi occupo di navigazione. Ma sulla nave ci sei anche tu: se la nave affonda, affondi anche tu». La metafora della nave rende immediatamente comprensibile l'idea di una democrazia come responsabilità condivisa: nessun cittadino può considerarsi completamente estraneo alle sorti delle istituzioni e della comunità politica nella quale vive.

L'intervento del professor Tuccari ha così restituito la figura di Calamandrei non soltanto come uno dei protagonisti della stagione costituente, ma come un interprete di alcuni dei problemi che continuano a caratterizzare il rapporto tra Costituzione, istituzioni, cultura e società. Dal riconoscimento dei diritti sociali al rapporto tra libertà e uguaglianza, dal ruolo dei partiti alla centralità del Parlamento, fino alla necessità di un controllo di costituzionalità effettivo e al valore di una formazione intellettuale non confinata nella specializzazione, il percorso ricostruito ha mostrato come molte delle questioni affrontate nel secondo dopoguerra conservino una rilevanza centrale nella riflessione sulla democrazia costituzionale.

Il messaggio conclusivo affidato alle parole di Calamandrei è, quindi, quello di una Costituzione intesa non come documento statico, ma come progetto da rendere continuamente concreto. La sua attuazione richiede istituzioni consapevoli del proprio ruolo, ma anche cittadini capaci di partecipare, informarsi e assumersi la responsabilità della vita pubblica. È proprio in questa tensione tra il testo della Carta e la sua concreta attuazione che si colloca, ancora oggi, una parte essenziale del significato dell'esperienza costituente.

Il segreto della giustizia sta in una sempre maggiore umanità

Il presidente della Corte d’Appello di Lecce, Dott. Carelli Valeri Palombi, ha scelto come filo conduttore del suo intervento un’opera poco frequentata ma particolarmente significativa, L’Inventario della casa di campagna, scritto da Piero Calamandrei tra il 1939 e il 1941, nel pieno della tragedia bellica e in un momento storico nel quale il destino dell’Europa appariva profondamente segnato dalla guerra e dalla crisi delle istituzioni democratiche. Una scelta non casuale, perché proprio attraverso quelle pagine è possibile cogliere, ancora in forma embrionale, una sensibilità destinata a trovare piena espressione nell’esperienza costituzionale italiana. «In quelle pagine — ha osservato — non troviamo ancora il costituente, ma troviamo un uomo che diventerà il costituente». Un uomo nel quale sono già riconoscibili alcuni dei principi che avrebbero trovato piena espressione nella Costituzione: la centralità della persona, il valore della solidarietà, la ricerca della giustizia e della pace, la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale. Un insieme di valori che, nella lettura proposta dal presidente, consente di guardare alla figura di Calamandrei non soltanto come a quella di uno dei protagonisti della stagione costituente, ma come a un intellettuale capace di maturare una precisa idea della società e delle istituzioni molto prima della nascita della Repubblica.

Il passaggio più denso dell’intervento ha riguardato il rapporto tra avvocatura e magistratura, letto attraverso la concezione profondamente umana della giustizia propria di Calamandrei. Un rapporto che non può essere ricondotto soltanto alla contrapposizione dei rispettivi ruoli processuali, ma che deve trovare un terreno comune nella responsabilità di entrambi nei confronti della persona che entra in contatto con la giustizia. Egli scriveva che «il segreto della giustizia sta in una sempre maggiore umanità, in una sempre maggiore vicinanza tra avvocati e giudici nella lotta contro il dolore». «Dietro ogni fascicolo, dietro ogni procedimento — ha commentato il presidente — vi sono persone, vicende umane, sofferenze, aspettative, limiti». Il processo, diceva Calamandrei, è «essenzialmente uno studio dell’uomo», e tutte le costruzioni teoriche del diritto rischiano di trasformarsi in schemi astratti se si perde di vista la realtà complessa e irriducibile della persona che si trova al centro di ogni controversia. È proprio in questa prospettiva che la funzione della giustizia acquista una dimensione che va oltre la semplice applicazione della norma: il diritto, infatti, è chiamato a confrontarsi con storie concrete, con conflitti reali e con persone che affidano alle istituzioni una parte spesso decisiva della propria vita.

Sul versante della Scuola Superiore della Magistratura, il dottor Antonio Natali ha posto l’accento sulla «vitalità intrinseca, vitalità operativa dei principi costituzionali», richiamando l’attenzione sul rischio di «una deriva burocratica nell’esercizio dei conflitti istituzionali». Un richiamo che ha investito direttamente il modo in cui il giurista è chiamato a esercitare la propria funzione, soprattutto in un sistema nel quale la quantità delle fonti, dei precedenti e degli strumenti interpretativi può talvolta spingere verso una lettura eccessivamente automatica delle questioni. «Spesso si è più preoccupati di trovare il precedente calzante rispetto alla fattispecie concreta e si abdica alla propria autonomia intellettiva», ha osservato, sottolineando così la necessità di un’attività interpretativa che non si limiti alla ricerca meccanica del precedente, ma sappia confrontarsi con la concretezza dei casi. Il riferimento all’autonomia intellettuale del magistrato diventa, in questo senso, un invito a non smarrire la responsabilità individuale che accompagna ogni decisione e a considerare i principi costituzionali come strumenti effettivamente operativi, capaci di orientare la lettura della realtà e non semplicemente come formule da richiamare nelle motivazioni.

Il suo esempio concreto ha riguardato la norma che sancisce la decadenza dal beneficio della conversione per il mancato pagamento di una rata, letta alla luce del principio convenzionale che eleva la proprietà a diritto fondamentale della persona. Un caso che, nella prospettiva proposta da Natali, mostra come i principi costituzionali e convenzionali non siano enunciazioni astratte, ma strumenti vivi attraverso i quali il giurista è chiamato a misurarsi con la realtà. La questione diventa quindi esemplificativa di un metodo più generale: la norma non può essere considerata isolatamente, ma deve essere collocata all’interno di un sistema di principi e garanzie che attribuisce un significato concreto ai diritti della persona. È in questo spazio, tra la disposizione normativa e la concreta vicenda sottoposta al giudice, che si misura la capacità del giurista di interpretare il diritto senza perdere di vista la sua funzione sostanziale.

Il sostituto procuratore generale Salvatore Cosentino ha offerto una delle formulazioni più nette della giornata, soffermandosi sulla trasformazione del ruolo del giurista nell’epoca delle nuove tecnologie e dell’accesso immediato alle informazioni. «Oggi il giurista non può essere più soltanto un tecnico del diritto: per quello basta un click e chiunque trova l’ultima sentenza alla moda della Cassazione. Oggi il giurista deve essere anche e soprattutto un umanista». Una considerazione che parte dalla disponibilità sempre più immediata di banche dati, precedenti e materiali giuridici, ma che arriva a individuare proprio nella capacità di comprendere l’essere umano una delle qualità irrinunciabili di chi esercita una funzione giuridica. E, citando Leonardo Sciascia, ha ricordato come anche il magistrato abbia bisogno di uno sguardo capace di non fermarsi alla singola norma, ma di comprendere il contesto, «perché dietro e dentro ogni fascicolo c’è almeno una persona, c’è almeno una vita umana». In questa prospettiva, la cultura umanistica non viene presentata come un elemento accessorio della formazione del giurista, ma come una componente necessaria per comprendere fino in fondo la complessità delle vicende sottoposte al diritto.

Le istituzioni, ha aggiunto, funzionano davvero «non quando sono soltanto efficienti, ma quando conservano coscienza del perché esistono». Una riflessione che lega ancora una volta la dimensione tecnica del diritto alla sua più profonda funzione civile e sociale e che richiama il tema della responsabilità di chi opera all’interno dell’ordinamento. L’efficienza, da sola, non può quindi rappresentare l’unico parametro attraverso il quale misurare il buon funzionamento della giustizia, se a essa non si accompagna la consapevolezza della funzione svolta e delle conseguenze che ogni decisione può avere sulla vita delle persone. Il suo congedo è stato affidato a una frase destinata a rimanere tra quelle più incisive dell’incontro: «Chi conosce solo il diritto non sa nulla del diritto». Una conclusione che sintetizza efficacemente il filo conduttore dell’intera giornata: la necessità di un sapere giuridico capace di dialogare con la storia, la cultura, la società e, soprattutto, con la dimensione umana delle controversie.

Il consigliere tesoriere del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce, Silvio Verri, ha portato i saluti del presidente Antonio De Mauro, definendo il convegno «una bussola etica», e non «un esercizio di nostalgia o di erudizione accademica». Una definizione che ha dato immediatamente il senso dell’incontro, collocandolo non soltanto nel ricordo di una figura centrale della cultura giuridica italiana, ma nella necessità di interrogarsi sull’attualità di quei principi. Ha ricordato la stagione di riforme procedurali continue, l’impatto sempre più significativo delle nuove tecnologie e il rischio di una progressiva burocratizzazione dell’attività giudiziaria, rivendicando l’impegno dell’Ordine a «rimettere al centro la funzione costituzionale del difensore, il valore della deontologia e la tutela dei più deboli». Temi che assumono particolare rilievo in una fase nella quale il sistema della giustizia è attraversato da profondi cambiamenti e nella quale l’innovazione tecnologica può offrire nuove opportunità, ma pone al tempo stesso interrogativi sul ruolo delle professionalità e sulle garanzie che devono accompagnare l’esercizio della funzione difensiva.

Nel suo intervento è emersa con forza anche la necessità di preservare il ruolo dell’avvocato all’interno del processo, non come semplice figura tecnica, ma come elemento essenziale della garanzia dei diritti. La difesa, nella prospettiva richiamata, non può essere ridotta a un passaggio formale dell’iter processuale, perché rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali la persona può effettivamente esercitare i propri diritti e far valere le proprie ragioni davanti alla giustizia. Il passaggio più memorabile è stato affidato a una citazione diretta: «Non c’è processo senza avvocato. Il processo senza avvocato è inconcepibile». Una frase che restituisce con immediatezza il significato costituzionale della professione forense e che si collega al tema più generale della necessità di mantenere al centro del processo la persona, con le sue esigenze di tutela, di ascolto e di rappresentanza.

Il collegamento con l’Unione Nazionale delle Camere Civili, con il presidente Alberto Del Noce, è risultato disturbato e si è interrotto poco dopo l’inizio, limitando inevitabilmente la possibilità di sviluppare il suo intervento. Nel breve contributo, prima dell’interruzione, Del Noce ha comunque proposto un parallelo tra il vincolo di Ulisse all’albero maestro e lo Stato di diritto: «Anche per noi la corda che ci lega è lo Stato di diritto». Un’immagine suggestiva utilizzata per sottolineare come anche le istituzioni e gli operatori del diritto siano chiamati a riconoscere alcuni vincoli fondamentali, proprio perché è attraverso quei vincoli che vengono garantite libertà e diritti. Il riferimento è stato in particolare all’articolo 111 della Costituzione, dedicato al giusto processo e al principio del contraddittorio in condizioni di parità tra le parti, oggi sottoposto anche alle nuove sfide poste dall’innovazione tecnologica.

Il professor Stefano Polidori, presidente del corso di laurea in Giurisprudenza, ha portato infine un dato in controtendenza, soffermandosi sulla situazione della formazione giuridica e sul rapporto tra università e professioni. Nonostante il calo demografico che condiziona le facoltà giuridiche italiane, Giurisprudenza a Lecce tiene e, in alcuni corsi, riesce persino a richiamare studenti provenienti da altre regioni. Un segnale che, secondo Polidori, conferma la capacità del corso di mantenere una propria attrattività e di offrire una formazione ancora capace di intercettare nuove generazioni di studenti. In un panorama universitario segnato da trasformazioni demografiche e da una crescente concorrenza tra percorsi formativi, il dato assume quindi un significato particolare e testimonia la presenza di un interesse ancora vivo verso lo studio del diritto e verso le professioni che da esso derivano.

Il docente ha rivendicato inoltre la necessità di «vocazioni reali» per la professione forense, contro l’idea della pratica come «ripiego» in attesa di un concorso. Una riflessione che si inserisce nel più ampio discorso sulla formazione del giurista e sulla necessità di restituire alla professione una consapevolezza piena della sua funzione sociale e costituzionale. La formazione, nella prospettiva indicata, non dovrebbe dunque limitarsi alla preparazione tecnica e all’acquisizione delle competenze necessarie per affrontare gli esami o i concorsi, ma dovrebbe contribuire a costruire una vera consapevolezza del ruolo che l’avvocato è chiamato a svolgere. Da qui il richiamo alle «vocazioni reali», intese come scelta consapevole di una professione che richiede preparazione, responsabilità, sensibilità e una precisa attenzione alla tutela delle persone.

Ha infine ricordato due gioielli del Dipartimento: il Parco della Memoria, con i suoi cinquanta ulivi, e l’unico testo della Costituzione con le firme autografe dei firmatari, oggi esposto in Senato. Due elementi diversi ma accomunati dallo stesso valore simbolico: da una parte un luogo fisico dedicato alla memoria, dall’altra un documento che conserva materialmente le tracce di chi contribuì alla nascita della Carta costituzionale. Il riferimento a entrambi ha consentito di chiudere il percorso della giornata tornando al tema della memoria e della trasmissione dei valori. Il Parco della Memoria e il testo autografo della Costituzione rappresentano così due testimonianze concrete di un patrimonio che non appartiene soltanto al passato, ma continua a interrogare le istituzioni, le professioni giuridiche e le nuove generazioni di studenti. È anche attraverso questi luoghi e questi documenti che la cultura del diritto può mantenere vivo il legame tra la propria storia e le responsabilità del presente.

Il processualista, il codice, l'avvocato

La relazione del professor Miccolis, ordinario di diritto processuale civile nel Salento, ha ripercorso la vicenda della Cassazione, dall'istituzione francese del 1790 come controllo del potere giudiziario, alle quattro corti italiane, fino alla legge del 1923 con cui Mussolini «fece in pochissimi mesi ciò che lo Stato italiano non era riuscito a fare in settant'anni», cancellando le sedi e prepensionando i vertici, compreso Ludovico Mortara. Il punto d'arrivo è l'articolo 65 dell'ordinamento giudiziario, dove «l'idea di Calamandrei fa perno»: la funzione nomofilattica. Non senza una nota di realismo sull'oggi: «Con dodici sacerdoti puoi fare l'omofilia, ma se ne hai centocinquanta, come fai?».

La relazione più densa sul versante scientifico è stata quella del professor Achille Balena, dell'Università di Bari, allievo di Franco Cipriani, considerato il maggiore studioso di Calamandrei. Balena ha ricostruito il nodo storiografico della collaborazione di Calamandrei alla stesura del codice di procedura civile del 1940, accanto al guardasigilli Dino Grandi, partendo da due fatti incontestabili: il suo antifascismo — fu tra i non molti intellettuali che non presero mai la tessera, era controllato dalla polizia, e nel 1943 rischiò grosso per una denuncia subita da un collega di facoltà, salvato dall'intervento di Alfredo De Marsico — e la sua collaborazione tecnica al codice.

Secondo la lettura di Cipriani, che Balena ha dichiarato di condividere, quella collaborazione non getta ombre sull'antifascismo: sarebbe stato difficile dire di no a un invito così pressante, e non è escluso che Calamandrei pensasse di attenuare gli aspetti più inaccettabili dei progetti. L'esaltazione di Giuseppe Chiovenda nella relazione al re — citato sei volte — servì, secondo questa tesi, «a coprire e in qualche modo nobilitare una svolta marcatamente autoritaria». Dopo la guerra, ha ricordato Balena, la base forense chiedeva a gran voce l'abrogazione del codice e il ripristino di quello del 1865: Calamandrei, presidente del Consiglio Nazionale Forense dal 1946 per dieci anni fino alla morte, riuscì a evitare che l'organo prendesse posizione, e il codice del 1940 sopravvisse, con la riforma del 1950, fino al 1990.

Sul versante dell'avvocato, Balena ha definito l'Elogio dei giudici scritto da un avvocato un'opera di «immane, sconcertante attualità», pur scritta novant'anni fa. Ha citato la definizione di Cavallone dell'avvocato utile — «che parla lo stretto necessario, che scrive chiaro e conciso, che non ingombra l'udienza con la sua invadente personalità, che non annoia i giudici con la sua prolissità e non immette il sospetto con la sua sottigliezza» — e poi il passo in cui Calamandrei osserva che nel giudice «non conta l'intelligenza, la quale basta che sia normale come incarnazione dell'uomo medio. Conta soprattutto la superiorità morale, la quale deve essere tanta da far sì che il giudice possa perdonare all'avvocato di essere più intelligente di lui».

Da segnalare, per chiudere, un'annotazione di metodo: Balena ha ricordato la prassi, già denunciata novant'anni fa, di far raccogliere le deposizioni testimoniali ai cancellieri, e ha commentato che chiarezza e sinteticità, oggi addirittura codificate, erano per Calamandrei le due doti che il giudice più ama nel discorso dell'avvocato, con la brevità indicata come «il mezzo più sicuro per vincere il caos».

L'attualità del pensiero: la giustizia utile e il rischio dell'algoritmo

Il presidente della Corte costituzionale, Maria Rosaria San Giorgio, ha scelto di aprire la propria riflessione partendo da una rivista e, attraverso quella rivista, da un simbolo: Il Ponte, fondato da Piero Calamandrei nell'aprile del 1945, all'indomani della Liberazione. Un titolo che già racchiudeva un programma civile e politico, rappresentato graficamente da una copertina divenuta nel tempo fortemente evocativa: un ponte crollato, del quale rimangono in piedi soltanto i due pilastri.

È proprio da quell'immagine che la presidente ha preso le mosse per ricordare il significato attribuito da Calamandrei a quella scelta. Nell'editoriale del primo numero della rivista, il giurista spiegava infatti come il ponte rappresentasse la continuità tra passato e avvenire e, soprattutto, il tentativo di ricostruire, dopo gli anni della guerra e della dittatura, un tessuto civile profondamente lacerato. Il progetto era quello di contribuire alla ricostruzione di «un'unità morale dopo un periodo di profonda crisi, consistente essenzialmente in una crisi di disgregazione delle coscienze».

Un richiamo che, nelle parole della presidente, assume un significato ancora attuale: la ricostruzione delle istituzioni non può infatti essere separata dalla ricostruzione della fiducia, della responsabilità e della consapevolezza civile. È in questa prospettiva che si inserisce il riferimento a Calamandrei e al suo modo di intendere la Costituzione non come un testo statico, ma come un progetto destinato a tradursi concretamente nella vita del Paese.

San Giorgio ha quindi ripercorso i due principali motivi di insoddisfazione che Calamandrei manifestò nel corso dei lavori dell'Assemblea Costituente. Il primo riguardava i diritti sociali. Calamandrei avrebbe voluto che la Costituzione non si limitasse a riconoscere diritti fondamentali quali il diritto al lavoro, all'istruzione, all'assistenza e alla tutela nella vecchiaia, ma indicasse anche gli strumenti necessari per renderli effettivi, attraverso l'avvio delle grandi riforme economiche e sociali.

Su questo punto prevalse quella che venne definita la «teoria dei due tempi», sostenuta da Palmiro Togliatti e rappresentata attraverso una suggestiva immagine dantesca: il costituente avrebbe dovuto procedere «come quelli che la notte si porta il lume dietro e a sé non fa luce». Una formula destinata a sintetizzare la distanza tra l'affermazione dei principi e la loro concreta realizzazione. La Costituzione avrebbe indicato la strada, lasciando però a un momento successivo il compito di trasformare quei principi in realtà effettiva.

Il secondo motivo di insoddisfazione riguardava invece la Corte Costituzionale. Calamandrei criticava il fatto che l'istituzione del giudice delle leggi fosse stata approvata in una forma da lui ritenuta «molto sintetica e incompleta», attraverso le disposizioni contenute negli articoli 134, 135 e 136 della Costituzione, e che soprattutto la sua concreta attuazione non fosse stata immediata.

È proprio da questo passaggio storico che la riflessione si è spostata sull'esperienza maturata dalla Corte nel corso dei decenni. Interrogata direttamente dal presidente della Camera Civile sulla distanza tra la situazione denunciata da Calamandrei nel 1955 e quella attuale — e, in particolare, sulla possibilità di considerare oggi la Costituzione qualcosa di più di quella Carta «in piccolissima parte realtà» descritta allora — la presidente ha offerto una valutazione complessivamente positiva del percorso compiuto.

Tra gli elementi ricordati vi è anzitutto l'evoluzione del giudizio di costituzionalità in via incidentale, attivato su iniziativa delle parti e inserito nel concreto svolgimento dei processi. A questo si aggiunge una progressiva apertura alla partecipazione di istituzioni, enti e associazioni interessate alle questioni sottoposte alla Corte, nonché la possibilità per il giudice di sottoporre quesiti all'Avvocatura prima dell'udienza e di chiedere ulteriori chiarimenti nel corso della discussione.

Un'evoluzione che, nelle parole della presidente, si è sviluppata in «uno spirito davvero collaborativo» e che restituisce l'immagine di una giustizia costituzionale sempre più orientata al confronto e al dialogo tra i diversi soggetti istituzionali coinvolti.

San Giorgio ha inoltre sottolineato come il controllo di costituzionalità non debba essere considerato un'invasione della sfera di responsabilità del legislatore. Al contrario, la Corte, attraverso le proprie decisioni, «fornisce sistematicamente linee di cui il legislatore può approfittare». Il rapporto tra Corte e Parlamento, dunque, non viene descritto nei termini di una contrapposizione, ma come un rapporto nel quale il controllo di costituzionalità può offrire indicazioni utili per rendere la legislazione coerente con i principi fondamentali dell'ordinamento.

A Calamandrei è stata poi ricondotta una delle formulazioni più note e significative sul ruolo della Corte costituzionale: «Il controllo di costituzionalità non è una limitazione della sovranità parlamentare, ma è la tutela della sovranità del popolo contrapposta alla possibile prepotenza delle maggioranze di governo. Nessuna maggioranza parlamentare può pretendere di essere un paese».

È una frase che porta direttamente al tema della responsabilità democratica e della necessità di mantenere vivo il sistema delle garanzie costituzionali. Ed è proprio su questo punto che la presidente ha concluso il proprio intervento con un richiamo alla vigilanza. I valori costituzionali, ha osservato, non possono essere considerati acquisiti una volta per tutte: «Si richiede un costante impegno da parte di tutti, perché non si tratta di valori acquisiti per sempre, ma costantemente suscettibili di essere messi in discussione, come purtroppo vediamo che avviene».

Un monito che assume particolare rilievo in una fase nella quale il rapporto tra istituzioni, cittadini, magistratura e politica è sottoposto a trasformazioni profonde e nel quale la tenuta dei principi costituzionali richiede non soltanto il rispetto formale delle norme, ma anche una costante attenzione alla loro effettiva attuazione.

Melica: «Calamandrei, un gigante sulle cui spalle possiamo vedere lontano»

È stato il professor Luigi Melica a ricostruire il contesto storico e culturale nel quale Piero Calamandrei visse e operò come costituente, soffermandosi sul rapporto tra libertà, diritti sociali e democrazia. Dopo aver ringraziato l’avvocato Donadei per l’organizzazione dell’incontro e rivolto un saluto alla Presidente della Corte Costituzionale, Melica ha ricordato il lavoro della comunità accademica di Scienze Giuridiche, sottolineando in particolare l’impegno degli studenti nell’accoglienza delle scuole e nella valorizzazione del Parco della Memoria e della Costituzione conservata dalla struttura.

Da comparatista, Melica ha quindi collocato la figura di Calamandrei all’interno di un quadro internazionale, individuando nell’universalizzazione del suffragio uno dei fenomeni decisivi tra Ottocento e Novecento. L’ingresso delle masse nella vita parlamentare, ha spiegato, portò con sé la richiesta di nuovi diritti, in particolare dei diritti sociali, ponendo i sistemi costituzionali di fronte alla necessità di conciliare libertà economiche e giustizia sociale. In questo passaggio il docente ha richiamato l’esperienza degli Stati Uniti e il ruolo della Corte Suprema negli anni Trenta, mettendola a confronto con la vicenda della Costituzione di Weimar e con l’interpretazione delle sue disposizioni sui diritti sociali come norme meramente programmatiche.ha avuto il compito di ricostruire il contesto storico, politico e culturale nel quale maturò l'esperienza di Piero Calamandrei come giurista e, soprattutto, come componente dell'Assemblea Costituente. Un passaggio fondamentale, ha spiegato il professore Melica , riguarda il processo di progressiva universalizzazione del suffragio che, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, modificò profondamente la struttura delle società europee e occidentali. L'ingresso delle masse popolari e dei ceti subalterni nella vita politica e nei parlamenti impose infatti ai giuristi e agli studiosi del diritto una questione fino ad allora rimasta ai margini: quella del riconoscimento e della concreta tutela dei diritti sociali.

È proprio dentro questo scenario che, secondo Melica, va compresa la posizione di Calamandrei nell’Assemblea Costituente. Una posizione capace di tenere insieme la difesa delle libertà individuali e politiche e la necessità di garantire condizioni sociali effettive. Richiamando un intervento di Calamandrei del 4 marzo 1947, Melica ha sottolineato come per il giurista fiorentino la libertà non potesse rimanere una formula astratta, ma dovesse accompagnarsi alla «liberazione dal bisogno». La Costituzione, nella prospettiva calamandreiana, doveva dunque essere qualcosa di più di un insieme di principi: doveva contenere norme effettivamente vincolanti e capaci di incidere concretamente sulla realtà.

Da qui anche la riflessione sulla Costituzione rigida e sul ruolo della Corte Costituzionale. Melica ha ricordato l'importanza della sentenza n. 1 del 1956 e il significato che essa assunse nel consolidamento della Costituzione come norma giuridica direttamente rilevante, capace di fungere da parametro per verificare la legittimità delle leggi. Ha quindi richiamato le parole di Calamandrei sul controllo di costituzionalità come garanzia della sovranità popolare e come strumento di tutela dei diritti anche nei confronti delle maggioranze parlamentari. «Nessuna maggioranza parlamentare può pretendere di essere infallibile», ha ricordato Melica, sottolineando la concezione calamandreiana di una Costituzione rigida necessariamente accompagnata dall'esistenza di un giudice costituzionale autonomo e indipendente.

Un altro passaggio dell'intervento è stato dedicato al rapporto tra Calamandrei e Costantino Mortati, in particolare alla diversa concezione del ruolo dei partiti politici e della Costituzione materiale. Melica ha evidenziato come Calamandrei guardasse con preoccupazione a una possibile eccessiva centralità dei partiti, ribadendo la necessità di preservare l'autonomia del Parlamento. In questa prospettiva ha ricordato la celebre affermazione secondo cui il Parlamento non avrebbe dovuto ridursi «a una cassa di risonanza o a un notaio di decisioni prese altrove».

Nella parte conclusiva, rivolta soprattutto agli studenti presenti, Melica ha scelto di richiamare il celebre discorso pronunciato da Calamandrei a Milano nel 1955. La Costituzione, ha ricordato, non è una macchina capace di funzionare autonomamente: perché possa vivere occorrono «l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità». Da qui anche il richiamo all'«indifferenza», definita da Calamandrei «la peste della politica», e alla responsabilità individuale di ciascun cittadino nella vita della comunità.

Melica ha infine concluso richiamando la metafora medievale delle «spalle dei giganti». Calamandrei, ha osservato, è uno di quei giganti sulle cui spalle le generazioni successive possono guardare più lontano: un giurista e un educatore capace di anticipare questioni che continuano a interrogare la democrazia costituzionale. «Lui guardava lontano, lui è stato antesignano, lui è stato anticipatore», ha concluso Melica, prima del lungo applauso della sala.

Il viceministro Sisto: «Giustizia utile e centralità della persona, il diritto non può chiudersi nella sola tecnica»

Su una frequenza in parte analoga si è collocato l'intervento del viceministro Sisto, che ha definito Calamandrei «un giurista moderno dal multiforme ingegno» intervenuta in video cal da Capri, insistendo sulla necessità, per chi esercita una professione giuridica, di non rinchiudersi entro i confini della sola tecnica.

Nel suo intervento è tornato infatti l'insegnamento di Dino Contento, secondo il quale il giurista autentico si riconosce anche dalla propria cultura extragiuridica. Il rischio, al contrario, è quello di una specializzazione esasperata, perché «se sei ossessionato da un unico canale di approfondimento, questo provoca delle sclerosi».

Da qui il richiamo a un concetto centrale: quello di «giustizia utile». Gli istituti giuridici, secondo questa impostazione, non possono essere considerati fini a se stessi, ma «devono essere messi in rapporto con i fini sociali che sono chiamati a realizzare, verificando criticamente se siano davvero strumenti adeguati».

È una prospettiva che riporta il diritto alla sua funzione originaria: essere uno strumento al servizio della società e delle persone. La qualità della giustizia, infatti, non può essere misurata soltanto attraverso la correttezza formale delle procedure, ma anche attraverso la capacità degli strumenti giuridici di rispondere concretamente alle esigenze per le quali sono stati concepiti.

Il viceministro ha quindi affrontato un tema particolarmente delicato, quello del rapporto tra legge, diritti e interpretazione giudiziaria. «La legge è la legge, i diritti sono i diritti. I diritti sono il presupposto perché la legge, con i percorsi parlamentari, li riconosca», ha affermato, introducendo così una precisazione di carattere tecnico rivolta alla platea.

In questo quadro, l'interpretazione costituzionalmente orientata non può essere intesa come una legittimazione alla disapplicazione della legge. Se una disposizione viene ritenuta incompatibile con i principi costituzionali, il percorso indicato è quello del giudizio davanti alla Corte Costituzionale. Una distinzione essenziale, perché consente di mantenere separati i diversi ruoli istituzionali e, al tempo stesso, di garantire il primato della Costituzione all'interno dell'ordinamento.

Il discorso si è poi spostato su uno dei temi più attuali e complessi per il mondo della giustizia: l'intelligenza artificiale e, più in generale, il rischio che la dimensione tecnologica finisca per comprimere quella umana.

Sisto ha richiamato, a questo proposito, un passaggio di Humanitas di Papa Leone: «L'intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l'affetto, la volontà, la dedizione, la devozione».

Il riferimento non è rimasto sul piano astratto. Il viceministro lo ha collegato direttamente alla realtà quotidiana delle aule giudiziarie e, in particolare, del processo civile. «Siamo di fronte ad aule, soprattutto quelle civili, sempre più desertificate, in cui questo rapporto umano è completamente perso. Quante volte non conosciamo nemmeno chi è il giudice che giudicherà il processo».

È una considerazione che introduce un tema destinato a diventare sempre più centrale nel dibattito sulla modernizzazione della giustizia: la tecnologia può certamente rendere più efficienti i procedimenti, ma non può sostituire integralmente il rapporto umano sul quale si fonda l'attività giudiziaria.

Da qui la proposta di intervenire innanzitutto sul principio di oralità del processo civile: «Ripristinare il principio di oralità nel processo civile può essere un punto di partenza ineliminabile per riportare gli avvocati nelle aule e i giudici in mezzo agli avvocati».

L'obiettivo, quindi, non sarebbe quello di contrapporre innovazione e tradizione, ma di utilizzare la prima senza perdere la seconda. La digitalizzazione e l'intelligenza artificiale possono rappresentare strumenti importanti per semplificare, organizzare e velocizzare il lavoro della giustizia, ma il processo rimane anche un luogo di confronto tra persone, nel quale il linguaggio, l'ascolto e la presenza assumono un valore che nessuna tecnologia può esaurire.

Il suo intervento si è infine concluso con due momenti distinti, ma accomunati dal riferimento alla professione forense. Il primo è stato un omaggio a Piero Vanna Mosei, definito «il più grande difensore dell'avvocatura», al quale Sisto ha idealmente dedicato il risultato della legge delega di riforma dell'ordinamento forense. Un provvedimento nel quale vengono riaffermati i principi di autonomia, indipendenza e funzione costituzionale dell'avvocatura.

Il secondo momento è stato affidato, invece, all'ironia. Il viceministro ha ricordato una battuta riferitagli da un collega: «La più grande sciagura che può capitare a un avvocato è avere come cliente un magistrato che si rivolge a lui per essere difeso in una causa propria».

Una frase volutamente scherzosa, alla quale lo stesso Sisto ha risposto con altrettanta ironia: «Di sciagure ce n'è certamente qualcuna peggiore».

Ed è forse proprio nella capacità di tenere insieme memoria e futuro, principi e concretezza, tecnica e cultura, rigore istituzionale e dimensione umana, che si ritrova il filo conduttore degli interventi. Il richiamo a Calamandrei diventa così qualcosa di più di una celebrazione storica: diventa l'occasione per interrogarsi sulla funzione della Costituzione, sul ruolo della giurisdizione e sull'identità stessa delle professioni giuridiche.

Il ponte evocato da Calamandrei, con i suoi due pilastri rimasti in piedi dopo il crollo, torna così a essere una metafora efficace anche per il presente. Un ponte tra il passato e il futuro, tra i principi scritti nella Carta costituzionale e la loro concreta attuazione, tra l'innovazione tecnologica e la centralità della persona, tra la necessaria autonomia delle istituzioni e il dialogo che deve continuamente alimentarle.

Perché, come è emerso nel corso dell'incontro, nessuna conquista costituzionale può essere considerata definitivamente acquisita. La sua forza dipende dalla capacità delle istituzioni e delle persone che le animano di custodirla, interpretarla e, soprattutto, renderla concretamente viva nella società.

Un'eredità da custodire.Siamo parte di un tutto.

Il convegno si è chiuso con l'intervento del presidente Donadei, tornato al tema che aveva attraversato l'intera giornata: l'umanesimo nel diritto. Richiamando il celebre discorso milanese di Calamandrei del 1955, Donadei ha ricordato le parole dedicate alla libertà come consapevolezza che «ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto».

Un richiamo che ha offerto una sintesi ideale dei temi affrontati: il diritto non come semplice applicazione tecnica di norme, ma come strumento al servizio delle persone. Una prospettiva che assume un significato ancora più attuale di fronte alle trasformazioni della giustizia e all'intelligenza artificiale.

La tecnologia può rendere più efficienti i procedimenti, ma non può sostituire la dimensione umana della giustizia, fatta di ascolto, responsabilità, relazione e tutela dei diritti.

Nel suo intervento conclusivo, Donadei ha così riportato al centro l'eredità di Calamandrei: una lezione che non appartiene soltanto al passato, ma continua a interrogare chi esercita oggi una professione giuridica sulla responsabilità di mantenere vivo il rapporto tra diritto, persona e società.

Il convegno si è quindi concluso con uno sguardo rivolto al futuro, nella consapevolezza che modernizzare la giustizia significa anche preservarne la funzione essenziale: essere al servizio della persona.










Indietro
Indietro

A FOGGIA ESORDIO AMARO PER LA CCE LSB LECCE

Avanti
Avanti

IL CEDAD COMPIE 25 ANNI: DA LABORATORIO DI RICERCA A INFRASTRUTTURA INTERNAZIONALE