Donare per continuare a vivere: a Calimera una serata dedicata alla cultura del dono

di Davide Tommai

AIDO Calimera riunisce cittadini, istituzioni e trapiantati per parlare di informazione, consapevolezza e nuove possibilità di vita.

CALIMERA – Parlare di donazione degli organi significa parlare di vita. Significa affrontare uno dei temi più delicati e profondi della nostra società, ma anche raccontare la possibilità concreta che, dopo una perdita, qualcun altro possa tornare a vivere.

È stato questo il filo conduttore dell'incontro promosso dal gruppo comunale AIDO di Calimera, intitolato a Tiziana Cagnazzo, che ha riunito cittadini, amministratori, volontari, medici e persone che hanno conosciuto direttamente l'esperienza del trapianto.

Una serata di informazione, ma soprattutto di testimonianze e consapevolezza. Perché scegliere di donare non significa soltanto compiere un gesto al termine della propria vita: significa esprimere in anticipo una volontà, evitando alla famiglia, in un momento di dolore, il peso di dover decidere.

AIDO Calimera: 330 iscritti e una realtà tornata a crescere

Ad aprire l’incontro è stata Ada Corliano, presidente del gruppo comunale AIDO di Calimera, che ha ripercorso le tappe principali della storia dell’associazione, soffermandosi sul valore della donazione e sull’importanza dell’attività di sensibilizzazione portata avanti quotidianamente sul territorio.

«AIDO ha superato i cinquant’anni di attività e vogliamo spiegare perché diventare donatori, perché dire sì. La donazione è un atto bellissimo», ha ricordato Corliano, sottolineando come dietro una scelta apparentemente semplice si nasconda un gesto capace di incidere profondamente sulla vita di altre persone e delle loro famiglie.

Il gruppo comunale di Calimera, intitolato a Tiziana Cagnazzo, rappresenta oggi un punto di riferimento per la promozione della cultura della donazione nel territorio. Dopo una precedente esperienza, il gruppo è tornato a essere attivo nel 2021 e, in pochi anni, ha raggiunto circa 330 iscritti, a testimonianza di una partecipazione che continua a crescere e di una sensibilità sempre più diffusa verso il tema della donazione degli organi.

«Con la mia esperienza ho voluto riaprire questo gruppo a Calimera e ne vado fiera», ha sottolineato Corliano, ricordando il percorso intrapreso per riportare l’associazione al centro della vita della comunità. Un impegno fatto di incontri, iniziative e momenti di confronto, con l’obiettivo di raggiungere soprattutto chi non ha ancora avuto modo di informarsi o di esprimere la propria volontà.

Proprio a queste persone è stato rivolto l’invito della presidente: «Se ancora non siete donatori, diventatelo. La vostra vita può cambiare, può cambiare quella di qualcun altro». Un messaggio diretto, che richiama alla responsabilità individuale ma anche alla possibilità concreta di compiere una scelta capace di offrire una nuova opportunità a chi è in attesa di un trapianto.

Il legame tra AIDO e Calimera, in realtà, affonda le proprie radici molto più lontano nel tempo. La prima tessera AIDO riconducibile alla comunità calimerese risale infatti al 1983, appena dieci anni dopo la nascita dell’AIDO nazionale. Un dato che racconta come la cultura della donazione fosse già presente, diversi decenni fa, anche nel piccolo centro griko, e come nel corso degli anni abbia continuato a trovare spazio attraverso l’impegno di volontari e cittadini.

La ripartenza del gruppo nel 2021 si inserisce dunque in una storia più lunga, fatta di persone che hanno scelto di dedicare tempo ed energie alla sensibilizzazione. Oggi, con circa 330 iscritti, il gruppo comunale intitolato a Tiziana Cagnazzo prosegue quel percorso, cercando di coinvolgere nuove generazioni e di mantenere alta l’attenzione su un tema che riguarda l’intera comunità.

L’obiettivo, come emerso dalle parole di Corliano, non è soltanto aumentare il numero degli iscritti, ma soprattutto favorire una scelta consapevole e informata. Parlare di donazione significa infatti parlare di vita, di solidarietà e della possibilità di trasformare un momento difficile in una nuova speranza per un’altra persona. È anche attraverso la conoscenza e il dialogo che una comunità può maturare una maggiore consapevolezza sul valore di dire sì alla donazione.Il saluto di Brizio Maggiore: «Donare è scegliere la vita»

A portare il saluto dell’amministrazione comunale è stato il vicesindaco Brizio Maggiore, che ha ringraziato l’AIDO per aver promosso l’incontro e, soprattutto, per il lavoro di sensibilizzazione su un tema capace di trasformare un gesto di solidarietà in una concreta possibilità di vita.

«Donare significa offrire una possibilità di vita, trasformare un gesto di solidarietà in una speranza concreta», ha sottolineato Maggiore. Parole che racchiudono il senso più profondo della donazione: una scelta personale che può andare oltre chi la compie e raggiungere chi, dall’altra parte, attende una nuova possibilità.

Per questo, ha evidenziato il vicesindaco, è fondamentale continuare a informare, spiegare e creare consapevolezza. Perché dietro una mancata scelta, spesso, può esserci semplicemente la mancanza di informazioni.

«Chi lo ha già fatto va bene; chi non lo ha fatto può acquisire consapevolezza e magari pensare di iscriversi», ha aggiunto Maggiore, confermando la vicinanza dell’amministrazione all’AIDO e alle numerose realtà di volontariato che operano sul territorio.

Un sostegno ribadito con parole nette: «Noi con l’amministrazione ci siamo e ci saremo. Saremo sempre al fianco della vostra associazione e di tutte quelle che offrono solidarietà e guardano alla cultura del donare».

Nel corso della serata, il vicesindaco ha poi ripercorso il cammino avviato anni fa per rendere più semplice e accessibile la dichiarazione della volontà di donare. Ha ricordato di essere stato tra coloro che proposero al Comune di inserire, durante il rilascio e il rinnovo della carta d’identità, la possibilità per ogni cittadino di esprimere la propria volontà sulla donazione degli organi.

«Alcune volte le persone non sanno neanche come funziona la donazione e non sanno come poter aderire. Per questo il lavoro di informazione è veramente importante».

Un percorso che ha portato il tema della donazione direttamente negli uffici comunali e nella quotidianità dei cittadini, rendendo concreto un principio fondamentale: informare per consentire a ciascuno di compiere una scelta consapevole.

Ma a rendere ancora più intenso il significato dell’incontro sono state le persone presenti in platea che hanno ricevuto un trapianto. La loro presenza ha trasformato la donazione da un tema apparentemente lontano in una realtà fatta di volti, storie e seconde possibilità.

Ed è proprio qui che il messaggio della serata trova la sua forza: dietro una dichiarazione di volontà non c’è soltanto una firma. C’è una possibilità. C’è qualcuno che aspetta. C’è una famiglia che spera. E, in alcuni casi, c’è una vita che può ricominciare.

Giuseppe Mattei: «L'informazione è la cosa più importante»

Nel corso della serata è intervenuto anche Giuseppe Mattei, che ha ricordato il percorso avviato diversi anni fa a Calimera sul tema della donazione degli organi e della dichiarazione di volontà dei cittadini.

Mattei ha sottolineato la vicinanza dell’Amministrazione comunale all’associazione e, più in generale, a tutte le realtà associative del territorio impegnate nella solidarietà e nella promozione della cultura del dono.

«Noi con l’Amministrazione ci siamo, ci saremo e saremo sempre al fianco della vostra associazione, ma di tutte quante le associazioni presenti sul territorio che offrono solidarietà e soprattutto che guardano alla cultura del donare», ha affermato.

Nel suo intervento, Mattei ha quindi ripercorso una proposta avanzata anni fa al Comune di Calimera: inserire, in occasione del rilascio o del rinnovo della carta d’identità, la possibilità per il cittadino di esprimere la propria volontà in merito alla donazione degli organi.

«Il Comune di Calimera fu il primo a fare questa proposta», ha ricordato Mattei, spiegando come quell’iniziativa abbia rappresentato l’avvio di un percorso volto a rendere la scelta della donazione più accessibile e consapevole.

Un percorso che, nel tempo, ha visto anche la nascita del gruppo Aido di Calimera, particolarmente attivo sul territorio. Mattei ha evidenziato il ruolo fondamentale svolto dall’informazione, perché, ancora oggi, «alcune volte, spesso, molte persone non sanno neanche come funziona, non sanno neanche come poter aderire».

Proprio per questo, ha sottolineato, l’attività di sensibilizzazione e informazione portata avanti dall’associazione rappresenta un elemento centrale: «Il tuo lavoro di informazione è veramente importante, come state portando avanti la vostra progettualità».

Durante la serata è stato inoltre ricordato come il tema della donazione non sia soltanto una questione teorica o istituzionale. In platea erano infatti presenti persone che hanno beneficiato direttamente di un trapianto, testimonianze concrete di come una scelta individuale possa tradursi in una possibilità di vita per un'altra persona.

È proprio attraverso queste testimonianze e attraverso una corretta informazione che la cultura della donazione può continuare a diffondersi, rendendo i cittadini maggiormente consapevoli della possibilità di esprimere la propria volontà.

Milena Cagnazzo: «Un trapiantato non sopravvive, torna a una vita nuova»

Particolarmente intenso l’intervento di Milena Cagnazzo, presidente provinciale AIDO, legata personalmente alla storia del gruppo di Calimera. La sezione, infatti, è intitolata alla sorella Tiziana, rendendo ancora più profondo il rapporto tra la dirigente dell’associazione e la comunità che da anni porta avanti sul territorio il messaggio della donazione degli organi.

«Calimera è la mia casa e il gruppo è intitolato a mia sorella. Come familiari di una donatrice speriamo che quel gesto non sia rimasto fermo nel tempo. Noi continuiamo sul territorio a portare questo messaggio di speranza», ha spiegato Cagnazzo, sottolineando come il ricordo di chi ha compiuto un gesto di grande generosità possa trasformarsi in un impegno concreto per il futuro.

Nel suo intervento, Cagnazzo ha insistito soprattutto sul significato della parola “vita”, invitando a superare una visione della donazione legata esclusivamente al momento della morte. Al centro, infatti, c’è la possibilità per altre persone di tornare a vivere pienamente, recuperando progetti, relazioni e quotidianità che sembravano ormai impossibili.

«Un trapiantato torna a vita nuova, non sopravvive. Ci sono persone che hanno avuto figli, hanno costruito famiglie, continuano a praticare attività sportive. Esistono campionati e persino le Olimpiadi dei trapiantati», ha ricordato.

Parole che vogliono restituire alla donazione degli organi il suo significato più profondo: un gesto che non rappresenta soltanto una scelta di solidarietà, ma può tradursi concretamente nella possibilità per un’altra persona di ricominciare. Una nuova vita fatta di esperienze, affetti, lavoro, sport e progetti, nella quale il trapianto non costituisce il punto di arrivo, ma l’inizio di un nuovo percorso.

Da qui la necessità, ribadita dalla presidente provinciale AIDO, di continuare a informare e sensibilizzare, soprattutto le nuove generazioni. Perché la cultura della donazione possa radicarsi nella società è necessario parlarne, creare consapevolezza e offrire ai più giovani gli strumenti per comprendere il valore di una scelta che riguarda l’intera comunità.

«Quello che vogliamo seminare è un messaggio nei giovani, che saranno i futuri cittadini di un mondo più civile. Essere civili significa anche fare del bene all’altro quando noi non ne abbiamo più bisogno».

Un messaggio che parte quindi dalla memoria personale e familiare, ma guarda decisamente al futuro. Il ricordo di Tiziana diventa così, attraverso l’impegno dell’AIDO e del gruppo di Calimera, occasione per continuare a parlare di solidarietà, responsabilità e vita, affinché il gesto di un singolo possa continuare a generare speranza per molte altre persone.La proposta: Calimera “Città dei donatori di vita”

Nel corso del suo intervento Milena Cagnazzo ha avanzato anche una proposta all'amministrazione comunale: aderire al progetto delle “Città dei donatori di vita”.

L'idea è valorizzare, attraverso la segnaletica agli ingressi del paese, la presenza sul territorio delle associazioni impegnate nella cultura della donazione.

«A Calimera abbiamo AIDO e Fratres. Ci sono i donatori di organi, di sangue, di midollo e di cordone ombelicale. L'idea è aggiungere, sotto la scritta Calimera, la dicitura “Città dei donatori di vita”, con i simboli delle associazioni».

Una proposta che l'amministrazione comunale ha accolto con interesse, con l'obiettivo di trasformare il messaggio della solidarietà in un elemento riconoscibile dell'identità della comunità.

Morte encefalica e coma: due condizioni completamente diverse

Uno dei momenti centrali della serata è stato dedicato alla parte scientifica, con l'intervento di Gloria Cagnazzo, che ha affrontato uno dei dubbi più diffusi sulla donazione: essere dichiarati morti troppo presto per poter prelevare gli organi.

«Sono veramente morto quando arriva il momento di essere un donatore?».

La risposta è stata accompagnata da una spiegazione dettagliata delle procedure.

La morte encefalica è una condizione irreversibile caratterizzata dalla perdita definitiva delle funzioni dell'encefalo. È completamente diversa dal coma, che è invece una condizione patologica nella quale la persona è ancora viva e che può evolvere in modi differenti.

«Il coma è ancora una condizione di vita, patologica ma di vita. Può migliorare, peggiorare o stabilizzarsi. La morte encefalica invece è un evento irreversibile».

L'accertamento della morte è inoltre sottoposto a procedure rigorose previste dalla legge italiana e non è affidato alla decisione di un singolo medico.

Viene coinvolto un collegio di specialisti e l'accertamento viene effettuato attraverso criteri clinici e strumentali, con una verifica ripetuta nel tempo.

«Non è un unico specialista ad avere la responsabilità di accertare la morte. L'accertamento è collegiale, clinico, strumentale e ripetuto nel tempo».

Un sistema che rappresenta una garanzia per tutti i cittadini, indipendentemente dal fatto che abbiano espresso o meno la volontà di donare.

Prima si cura il paziente, poi eventualmente si apre il percorso della donazione

È stato inoltre chiarito un altro punto fondamentale: quando una persona arriva in ospedale in condizioni gravissime, l'obiettivo dei medici è sempre e innanzitutto quello di curarla, stabilizzarla e fare tutto il possibile per salvarle la vita.

Solo quando vengono meno le possibilità terapeutiche e si verifica una condizione compatibile con la morte encefalica può essere preso in considerazione il percorso della donazione degli organi.

A quel punto entrano in gioco diverse figure professionali, insieme alla direzione sanitaria e al sistema regionale e nazionale dei trapianti, che collaborano nelle diverse fasi del percorso e nelle necessarie valutazioni.

Anche l'idoneità degli organi viene valutata caso per caso, attraverso l'analisi dell'anamnesi, gli esami clinici, strumentali e di laboratorio e tutti gli accertamenti necessari a garantire la sicurezza del possibile trapianto.

Per questo, esprimere la propria volontà di donare non significa automaticamente diventare donatori: saranno infatti le condizioni cliniche della persona e gli accertamenti effettuati dai medici a stabilire, in quel momento, se e quali organi potranno essere effettivamente utilizzati per la donazione.Dire sì, dire no: l'importante è esprimere la propria volontà

La serata ha affrontato anche un aspetto particolarmente importante e concreto: le modalità attraverso cui ogni cittadino può esprimere la propria scelta in materia di donazione degli organi e dei tessuti.

La volontà può essere dichiarata in diversi momenti e attraverso differenti strumenti. È possibile esprimerla al momento del rilascio o del rinnovo della carta d'identità, rivolgendosi agli uffici competenti del Comune. La propria decisione può inoltre essere registrata attraverso AIDO e tramite i canali previsti dal sistema sanitario, oltre che utilizzando gli strumenti digitali messi a disposizione dall'associazione.

Il messaggio portato da AIDO nel corso della serata è stato chiaro e ha voluto porre l'attenzione soprattutto sulla libertà e sulla consapevolezza della scelta: non è necessario dire sì. È necessario scegliere consapevolmente ed esprimere la propria volontà.

Dire sì alla donazione rappresenta una possibilità, ma altrettanto legittima è la scelta di dire no. Ciò che conta è che la decisione sia personale, libera e conosciuta, così da evitare che, in un momento particolarmente difficile, siano altre persone a dover interpretare o ricostruire una volontà mai espressa.

Quando non esiste una dichiarazione, infatti, la famiglia può essere chiamata a prendere una decisione in un momento già profondamente segnato dalla perdita di una persona cara. Avere invece una volontà chiara e precedentemente espressa può contribuire a rendere più definito un passaggio delicato, evitando ai familiari di dover affrontare anche il peso di una scelta che non sanno se corrisponda davvero al desiderio della persona scomparsa.

È proprio per questo che, durante l'incontro, è stato ribadito un concetto semplice ma fondamentale:

«Dite sì o dite no, va bene anche il no. Ma esprimete la vostra volontà».

Non si tratta, quindi, di orientare la scelta verso una risposta piuttosto che un'altra, ma di promuovere una maggiore consapevolezza e una partecipazione informata. Esprimere la propria volontà significa infatti assumersi la responsabilità di una decisione personale e, allo stesso tempo, permettere ai propri familiari di conoscere quella scelta.

Un altro elemento importante è che la decisione non deve necessariamente essere definitiva. La scelta può essere modificata nel tempo, qualora cambino le proprie convinzioni o semplicemente si desideri rivedere quanto precedentemente dichiarato. Anche questo aspetto è stato sottolineato nel corso della serata: esprimere una volontà non significa rinunciare alla possibilità di ripensarci.

Informarsi, riflettere e comunicare la propria decisione sono quindi i passaggi essenziali. Perché, al di là della risposta scelta, ciò che conta è che quella risposta sia davvero la propria e che venga espressa in modo consapevole.

Brizio Durante: «Sono nato di nuovo»

La parte più emozionante della serata è stata affidata alle testimonianze dirette di chi ha ricevuto un organo e ha potuto sperimentare in prima persona il valore concreto della donazione.

Tra queste, particolarmente intensa è stata quella di Brizio Durante, trapiantato di cuore, che ha raccontato il percorso vissuto negli ultimi due anni e il significato che il trapianto ha assunto nella sua vita. Durante ha da poco raggiunto il secondo anniversario dell'intervento, effettuato a Bari, una ricorrenza che per lui rappresenta molto più di una semplice data.

«Sono riuscito a fare il secondo anno di vita. È come se fossi nato di nuovo».

Parole che racchiudono il senso di un'esperienza segnata dalla paura, dall'incertezza e, infine, dalla possibilità di ricominciare. Arrivato in ospedale in condizioni molto gravi, Durante ha raccontato di aver avuto la possibilità di ricevere un cuore compatibile nel giro di pochi giorni. Un'attesa breve, ma vissuta in un momento in cui ogni ora poteva fare la differenza.

Il trapianto ha così rappresentato per lui l'inizio di una nuova fase dell'esistenza, nella quale tornare gradualmente alle attività quotidiane e recuperare una normalità che sembrava ormai lontana.

«Mi sento benissimo. Fino a due anni fa non riuscivo a fare niente. Adesso faccio di nuovo quello che facevo prima dell'infarto».

Nel suo racconto, però, la gioia per la nuova vita si accompagna inevitabilmente alla consapevolezza che dietro ogni trapianto esiste una storia altrettanto profonda: quella del donatore e della sua famiglia.

Il cuore che oggi gli permette di vivere una vita normale apparteneva infatti a un giovane morto in seguito a un incidente. Una circostanza che Durante porta con sé e che rende ancora più forte il valore della gratitudine nei confronti di chi, in un momento drammatico, ha scelto di donare.

Proprio per questo, durante la sua testimonianza, ha raccontato anche il desiderio di poter conoscere, qualora fosse possibile e qualora fosse questa la volontà della famiglia, i familiari del proprio donatore. Non tanto per colmare una semplice curiosità, quanto per poter esprimere personalmente quella riconoscenza che sente di avere nei confronti di chi gli ha dato una seconda possibilità.

La sua esperienza diventa così anche un messaggio sul significato della donazione, sulla possibilità che una tragedia possa trasformarsi, per altre persone, in una nuova opportunità di vita.

«Donare è un gesto bellissimo. Dare la possibilità ad altra gente di vivere una vita veramente normale significa tornare a vivere».

Una testimonianza che ha restituito alla serata il volto più umano della donazione: quello di una persona che, dopo aver affrontato una grave malattia e un trapianto, oggi può raccontare non soltanto di essere sopravvissuta, ma di essere tornata a vivere pienamente.

Ada Corlianò: «Sono andata avanti per quarant'anni, poi è arrivato il trapianto»

A raccontare la propria esperienza è stata anche Ada Corlianò, presidente del gruppo AIDO di Calimera, che ha vissuto in prima persona il lungo e delicato percorso che conduce al trapianto. La sua testimonianza ha aggiunto alla giornata una dimensione particolarmente personale, mostrando concretamente cosa significhi convivere per anni con una malattia e, infine, arrivare alla scelta del trapianto come possibilità per continuare a vivere.

La sua storia è iniziata quando era ancora una bambina. Aveva appena 12 anni quando le venne diagnosticata una malattia autoimmune che aveva colpito il fegato. Da quel momento è cominciato un percorso fatto di controlli, difficoltà e cure, ma anche della volontà di andare avanti e di costruire, nonostante tutto, una vita il più possibile normale.

«Sono andata avanti per quarant'anni, lavorando, facendo tutto quello che potevo fare. Poi è arrivato il momento in cui ho dovuto scegliere il trapianto».

Parole che raccontano non soltanto la dimensione medica della malattia, ma anche quella profondamente umana di una decisione che può arrivare dopo decenni di convivenza con la sofferenza. Per Corlianò, il trapianto non è stato soltanto un intervento chirurgico, ma un passaggio decisivo, capace di restituirle una nuova prospettiva e la possibilità di tornare a una quotidianità diversa.

La sua testimonianza ha così dato un volto concreto alla possibilità di tornare a vivere pienamente dopo un trapianto. Una possibilità che, però, nasce da una scelta compiuta da qualcun altro: quella della donazione. Ed è proprio su questo legame tra la vita di chi riceve e il dolore di chi dona che Corlianò ha voluto concentrare una parte importante del suo intervento.

La presidente dell'AIDO di Calimera ha infatti voluto rivolgere un ringraziamento alla famiglia del proprio donatore, riconoscendo il valore di un gesto che arriva in un momento segnato dalla perdita e dalla sofferenza. Perché dietro ogni trapianto c'è una storia diversa, ma anche una famiglia che, nel momento più difficile, può scegliere di trasformare una tragedia in un'opportunità di vita per altre persone.

«Donate, iscrivetevi se non siete iscritti».

Un invito semplice e diretto, rivolto soprattutto a chi ancora non ha compiuto una scelta sulla donazione degli organi. Un gesto che, nelle parole di Corlianò, può assumere un significato enorme per chi è in attesa di un trapianto e per le famiglie che sperano in una seconda possibilità.

Nel corso della sua testimonianza ha quindi letto un messaggio ricevuto dalla famiglia di un giovane donatore. Parole rivolte proprio a coloro che, grazie a quel gesto, hanno potuto tornare alla vita:

«Buona vita a voi tutti che da questa notte potrete tornare a condurre una vita normale».

Poche parole, ma capaci di racchiudere tutta la complessità e la profondità della donazione. Da una parte il dolore per la perdita di una persona cara, una perdita che rimane difficile da accettare; dall'altra la consapevolezza che quella stessa vita, attraverso la donazione, può continuare in qualche modo ad avere un significato per altre persone.

Dietro quelle parole convivono infatti «il dolore per una perdita inaccettabile» e, allo stesso tempo, la consapevolezza che quella vita «ha avuto molto più di un senso». È proprio in questo difficile equilibrio tra lutto e speranza che si trova il significato più profondo della donazione: un gesto che nasce dalla sofferenza, ma che può permettere ad altri di ricominciare.

La storia di Ada Corlianò diventa così anche un invito a riflettere sul valore della scelta individuale. Una scelta che, per chi è malato e attende un organo, può rappresentare la possibilità concreta di tornare a progettare il futuro, lavorare, stare accanto ai propri cari e vivere una quotidianità che sembrava ormai compromessa.

La sua esperienza testimonia, infine, come dietro la parola “trapianto” non ci siano soltanto medici, ospedali e procedure, ma soprattutto persone: chi attende, chi riceve, chi perde una persona amata e decide di donare, e chi, dopo aver ricevuto un organo, porta con sé per tutta la vita il ricordo e la gratitudine verso una famiglia che ha compiuto una scelta difficile.

Una cultura del dono che parte dai giovani

Durante l’incontro è stato ricordato che sono migliaia, ogni anno, le persone che attendono un trapianto e che la disponibilità degli organi non è ancora sufficiente a rispondere a tutte le necessità. Dietro quei numeri, però, ci sono storie, famiglie, attese spesso lunghe e difficili, persone che convivono quotidianamente con una malattia e che affidano al trapianto la possibilità di recuperare una vita più piena e autonoma.

Per questo l’informazione assume un ruolo fondamentale. Conoscere significa infatti poter comprendere che cosa sia realmente la donazione, come avvenga, quali siano le procedure previste e, soprattutto, quali possibilità abbia ciascuno di esprimere la propria volontà.

Non si tratta di imporre una scelta, né di trasformare un tema così delicato in un obbligo morale. Al contrario, l’obiettivo è mettere ogni persona nelle condizioni di conoscere, riflettere e decidere consapevolmente, lasciando che quella decisione sia libera e personale.

La donazione degli organi, infatti, non è soltanto una questione sanitaria. È anche una questione culturale, sociale e civile. Parlarne significa affrontare temi profondi, che riguardano il rapporto con la morte, il valore della solidarietà, il senso della responsabilità verso gli altri e la possibilità che, anche dopo una tragedia, qualcosa possa continuare a vivere.

È un tema che coinvolge non soltanto chi sceglie di donare, ma anche le famiglie, le istituzioni, le associazioni e l’intera comunità. Perché una cultura della donazione può crescere soltanto attraverso il dialogo, la conoscenza e la capacità di affrontare senza paura un argomento che spesso viene rinviato proprio perché legato alla dimensione della morte.

A Calimera questo messaggio passa oggi attraverso una realtà comunale che conta circa 330 iscritti, una storia che affonda le proprie radici nel 1983 e una rete di volontari che nel corso degli anni ha continuato a promuovere sensibilizzazione e partecipazione. Un impegno che guarda anche alle nuove generazioni, con la consapevolezza che parlare ai più giovani significa contribuire a costruire una comunità più informata e attenta.

Coinvolgere i giovani, in particolare, significa offrire loro gli strumenti per confrontarsi con un tema che riguarda tutti, indipendentemente dall’età. Significa spiegare che la donazione non è un gesto distante dalla vita quotidiana, ma una possibilità concreta sulla quale ciascuno può informarsi e riflettere.

Perché, come è emerso durante la serata, un trapianto non significa semplicemente sopravvivere. Significa poter tornare a vivere pienamente: riprendere il proprio lavoro, tornare a fare sport, costruire una famiglia, viaggiare, coltivare passioni e progetti, trascorrere del tempo con le persone care e tornare a guardare al futuro con una prospettiva diversa.

Dietro ogni trapianto, dunque, ci sono la medicina e la ricerca, il lavoro degli operatori sanitari e delle strutture coinvolte, ma anche una rete di persone e, soprattutto, una scelta.

Una scelta personale, libera e consapevole, che può essere espressa quando si è ancora in vita e che può contribuire, in determinate circostanze, a offrire una nuova possibilità a chi sta aspettando.

È proprio da questa consapevolezza che nasce l’importanza di parlarne. Perché informare sulla donazione degli organi significa anche creare uno spazio di confronto, aiutare le persone a superare dubbi e paure e ricordare che, su un tema così delicato, conoscere le possibilità a disposizione è il primo passo per poter scegliere in piena libertà.

E così, attraverso l’impegno dei volontari, delle associazioni e delle istituzioni, anche una comunità come quella di Calimera può continuare a mantenere alta l’attenzione su un tema che unisce salute, solidarietà e responsabilità civile. Un messaggio che parte da una scelta individuale, ma che può avere un significato profondamente collettivo.

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