di Davide Tommasi
Dalla parrocchia dei Santi Cosma e Damiano di Copertino un percorso di formazione e partecipazione ispirato alla dottrina sociale della Chiesa. Don Piero: "Il cristiano non può isolarsi". Il professor Cosimo Esposito: "La fede deve diventare azione". Con don Francesco Marulli, una riflessione sulla dignità umana nel tempo dell'intelligenza artificiale
COPERTINO - Abitare la storia senza subirla. Custodire la dignità della persona senza cedere alle seduzioni del potere e della tecnica. Ricostruire legami in una società attraversata dall'individualismo, dalla polarizzazione e dalla sfiducia. È la sfida lanciata dalla parrocchia dei Santi Cosma e Damiano di Copertino con il percorso Servire la fraternità, abitare la storia e scegliere la missione, dedicato al rinnovamento della presenza dei cattolici nella vita pubblica.
L'iniziativa nasce dall'esigenza di riportare la dottrina sociale della Chiesa nel cuore della vita quotidiana, sottraendola al rischio di rimanere una dichiarazione astratta. Non un ciclo di conferenze destinato a esaurirsi nell'ascolto, dunque, ma un cammino comunitario fatto di formazione, discernimento e confronto, con l'obiettivo di elaborare proposte concrete per il territorio.
Il primo incontro ha riunito credenti, cittadini, associazioni e rappresentanti del mondo sociale. Il gruppo di pastorale sociale della parrocchia, il Movimento Cristiano Lavoratori e lo Snals Scuola Lecce sostengono un progetto che intende allargare lo sguardo oltre i confini ecclesiali, mettendo al centro le domande dell'uomo contemporaneo.
Don Piero: dalla solitudine alla comunione
Ad aprire la serata è stato don Piero, parroco dei Santi Cosma e Damiano, che ha ricostruito l'origine del percorso. Tutto è cominciato l'anno precedente, dall'incontro di alcune persone unite dalla stessa fede e dalla volontà di riscoprirsi comunità. Da quell'esperienza è maturata una consapevolezza: non è più possibile rimandare una riflessione seria sulla presenza dei cattolici nella polis.
Il parroco ha affidato il proprio messaggio a un'immagine ispirata all'universo narrativo di Tolkien: la forgiatura dei tre anelli. Un solo anello concentra il potere e corrompe; due anelli alimentano la divisione; tre introducono un principio di equilibrio.
Trasferita nella vita sociale, la metafora descrive tre possibili atteggiamenti. Il primo è l'isolamento: il credente si chiude nel privato, trasforma la fede in un fatto esclusivamente personale e si disinteressa del destino della comunità. Il secondo è la polarizzazione: la società viene spezzata in blocchi contrapposti, mentre il dialogo cede il posto alla faziosità.
Il terzo atteggiamento è quello della comunione. Nella prospettiva cristiana, il numero tre richiama il mistero della Trinità, la relazione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. "Il tre è l'antidoto alla solitudine e al conflitto", ha sottolineato don Piero. È il segno di una comunione che non annulla le differenze, ma le accoglie e le orienta verso un bene più grande.
In una stagione nella quale lo scontro sembra spesso prevalere sull'ascolto, la comunità cristiana è chiamata a costruire ponti, ricomporre fratture e custodire la fraternità. Non per occupare spazi di potere, ma per aprire spazi di servizio.
Neemia e le mura da ricostruire
A illuminare il senso dell'iniziativa è stata anche la figura biblica di Neemia. Di fronte alle mura distrutte di Gerusalemme, il profeta non scelse né la rassegnazione né la delega. Chiamò a raccolta il popolo e affidò a ogni famiglia la ricostruzione del tratto posto davanti alla propria casa.
Nessuno poteva sentirsi estraneo all'opera e nessuno possedeva da solo la soluzione. Ogni persona era responsabile di una parte, ma soltanto l'unione di tutte le parti avrebbe restituito alla città la sua integrità.
È questa l'immagine che accompagna il cammino avviato a Copertino. Anche oggi esistono mura da rialzare: sono i legami indeboliti, la fiducia smarrita, la partecipazione ridotta e la distanza crescente tra cittadini e istituzioni. La ricostruzione non può essere affidata a pochi. Comincia davanti alla "casa" di ciascuno, nei luoghi ordinari della vita: la famiglia, la scuola, il lavoro, la parrocchia, il quartiere e la città.
Nel mondo, con uno sguardo libero
Don Piero ha richiamato anche la Lettera a Diogneto, uno dei testi più antichi e suggestivi sull'identità cristiana. I credenti, vi si legge, vivono nelle proprie città, partecipano alla vita comune e condividono la condizione degli altri uomini, ma custodiscono una cittadinanza capace di oltrepassare ogni appartenenza chiusa.
Essere nel mondo senza appartenere alle sue logiche peggiori non significa ritirarsi dalla storia. Significa abitarla con libertà interiore, senza piegarsi all'egoismo, all'opportunismo e al compromesso morale.
Il cristiano non guarda la realtà dalla finestra. Entra nelle sue ferite, ne condivide le fatiche e prova a trasformarla. La sua presenza deve essere critica ma non distruttiva, profetica ma non arrogante, concreta e orientata al bene comune. È chiamato a essere fermento: invisibile agli occhi, forse, ma capace di far crescere la pasta dall'interno.
Esposito: risvegliare le coscienze, non limitarsi alla denuncia
Il professor Cosimo Esposito, moderatore dell'incontro, ha rivolto un riconoscimento all'opera di don Piero, definendola un impegno instancabile per rafforzare l'identità del territorio copertinese e risvegliare energie già presenti nella comunità.
Il valore dell'iniziativa, ha osservato, risiede nella volontà di superare le denunce superficiali. Individuare ciò che non funziona è necessario, ma non sufficiente. Una comunità matura non si limita a elencare problemi: forma coscienze, costruisce competenze e si assume la responsabilità delle risposte.
Il rinnovamento della presenza cattolica, secondo Esposito, deve avvenire su due piani. Il primo riguarda i contenuti: i rapidi cambiamenti sociali, culturali e tecnologici richiedono un discernimento serio, capace di leggere i segni dei tempi senza smarrire i principi fondamentali.
Il secondo riguarda le forme della presenza. I valori solennemente affermati rischiano di diventare formule vuote se non trovano espressione nelle decisioni, nei comportamenti e nelle istituzioni. La testimonianza personale rimane indispensabile, ma da sola può non bastare per incidere nelle strutture complesse della società.
La crisi della partecipazione e la perdita della tensione etica
Esposito ha quindi affrontato il ridimensionamento della presenza cattolica nella vita politica e sociale italiana. Sarebbe riduttivo, a suo giudizio, attribuirlo soltanto alle trasformazioni storiche successive alla caduta del Muro di Berlino e alla fine delle grandi appartenenze del Novecento.
Alla crisi ha contribuito anche la progressiva perdita di quella tensione etica che, pur tra limiti ed errori, aveva animato l'impegno delle generazioni precedenti. Una tensione che aveva permesso ai cattolici di offrire un contributo decisivo alla costruzione della democrazia e alla rinascita del Paese dopo la guerra.
La diaspora successiva ha prodotto esiti differenti. In alcuni casi ha favorito l'opportunismo, la ricerca di posizioni e l'ingresso nei nuovi contenitori politici senza un progetto riconoscibile. In altri ha generato il ripiegamento nel privato, il disimpegno e il qualunquismo.
L'astensionismo crescente rappresenta il segnale più evidente di questa frattura. Quando i cittadini rinunciano a partecipare, gli spazi democratici non restano vuoti: possono essere occupati da slogan costruiti per alimentare paure, risentimenti e nostalgie. La libertà politica, prima ancora che nelle urne, si difende attraverso coscienze formate e capaci di riconoscere le semplificazioni.
Sale della terra e luce del mondo
Per chiarire la necessità di un impegno condiviso, Esposito ha ripreso due immagini evangeliche: il sale e la luce.
Una singola particella di sale conserva intatte le proprie proprietà, ma non basta a dare sapore né a preservare un alimento. Serve una quantità adeguata. Allo stesso modo, la coerenza personale è essenziale, ma può rimanere socialmente irrilevante quando non incontra altre coscienze e non genera un'azione comune.
Anche una piccola luce può indicare una direzione nel buio. Molte luci unite, però, diventano un faro capace di orientare una comunità nelle stagioni più difficili. Non si tratta di cancellare il valore dell'individuo, ma di sottrarlo alla solitudine e inserirlo in una rete di responsabilità.
Da qui la provocazione del professore sulla necessità di forme organizzate di partecipazione. Non il ritorno nostalgico a un partito del passato, né la ricostruzione della Democrazia Cristiana, ma la creazione di luoghi nei quali i cattolici possano formarsi, dialogare e trasformare i principi in progetti.
"La fede non basta": la lezione di De Gasperi
A sostenere questa riflessione è stato il richiamo ad Alcide De Gasperi. Nel suo intervento al Congresso di Napoli, pronunciato poco prima della morte, lo statista trentino ammonì che "la fede non basta".
Non era una svalutazione della fede, ma l'affermazione della sua responsabilità storica. La fede illumina il cammino, ma non sostituisce lo studio dei problemi, la competenza, l'organizzazione e l'azione. Per contribuire al progresso della società occorre unire le energie, confrontarsi con la complessità e assumere decisioni concrete.
La presenza dei cattolici non può dunque fondarsi soltanto sulla somma di iniziative individuali, per quanto generose. Ha bisogno di una comunità capace di ascoltare, discernere e agire senza trasformare il Vangelo in ideologia o strumento di conquista.
Don Francesco Marulli: il bene comune è il "bene del noi"
Con la relazione di don Francesco Marulli, il confronto si è allargato al significato della partecipazione politica e alle sfide dell'intelligenza artificiale.
La politica, nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, non coincide soltanto con i partiti o con le competizioni elettorali. Comprende l'insieme delle attività economiche, sociali, amministrative, legislative e culturali attraverso le quali una comunità costruisce il proprio futuro.
Don Marulli ha posto l'accento sulla distinzione tra bene pubblico e bene comune. I servizi, le infrastrutture e le risorse collettive appartengono alla sfera del bene pubblico. Il bene comune è qualcosa di più profondo: è l'insieme delle condizioni che permette alle persone, alle famiglie e alle formazioni sociali di raggiungere la propria pienezza.
Non è la semplice somma dei vantaggi individuali e non coincide con l'interesse della maggioranza a danno dei più deboli. È il "bene del noi", nel quale la realizzazione di ciascuno è inseparabile dalla dignità degli altri.
Il bene comune non si possiede una volta per tutte. Va custodito e rigenerato attraverso la responsabilità. Chiede di uscire dall'autoreferenzialità e di abitare i luoghi reali dell'esistenza: famiglie, scuole, università, ambienti di lavoro, periferie e istituzioni.
L'intelligenza artificiale e la domanda sull'uomo
La riflessione si è poi concentrata sull'intelligenza artificiale, una delle trasformazioni più profonde del presente. La questione, ha evidenziato don Marulli, non riguarda soltanto ciò che le macchine possono fare. Riguarda anzitutto l'idea di essere umano che orienta il loro sviluppo.
La tecnologia può sostenere la conoscenza, migliorare servizi e aprire possibilità finora impensabili. Può però anche accelerare i ritmi dell'esistenza, impoverire le relazioni e ridurre la persona a un insieme di dati da analizzare, classificare e utilizzare.
Per questo l'efficienza non può diventare il criterio assoluto. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche umanamente giusto. La persona deve rimanere il principio, il soggetto e il fine di ogni innovazione, mai uno strumento subordinato alla logica della prestazione o del profitto.
La sfida non è scegliere tra un rifiuto impaurito della tecnologia e un entusiasmo ingenuo. È custodire un discernimento capace di riconoscere le opportunità senza ignorare i rischi, mettendo al centro dignità, libertà, giustizia, relazioni e fragilità.
Tra Babele e Gerusalemme
A rappresentare le due possibili direzioni della tecnica sono state richiamate Babele e Gerusalemme. Babele è la città dell'autosufficienza, costruita dall'uomo per raggiungere il cielo con le proprie forze. La sua grandezza apparente produce incomunicabilità e dispersione.
Gerusalemme è invece la città ricostruita attraverso l'ascolto, il discernimento e la collaborazione. Non cancella la fragilità, ma la trasforma in uno spazio di alleanza.
Anche l'intelligenza artificiale può diventare strumento dell'una o dell'altra città. Può alimentare concentrazioni di potere, nuove disuguaglianze e solitudine; oppure può essere orientata al servizio della persona, della conoscenza e della giustizia sociale. La differenza non risiede soltanto nella macchina, ma nelle finalità umane che ne governano l'uso.
La condizione umana, è stato ricordato, non diventa piena attraverso la cancellazione di ogni limite. Fragilità e debolezza appartengono alla vita e possono generare cura, reciprocità e solidarietà. La promessa cristiana non è un uomo tecnicamente invulnerabile, ma un'umanità trasfigurata dalla grazia e capace di abitare anche le proprie ferite.
La speranza come responsabilità nella storia
Il filo che unisce gli interventi è la speranza. Non un'attesa passiva che le cose migliorino da sole, ma la decisione di partecipare alla loro trasformazione. Sperare significa riconoscere che la storia non è già scritta e che ogni persona può contribuire a orientarla.
In una società segnata dalla sfiducia, il cristiano è chiamato a testimoniare che il cambiamento è possibile. Non attraverso risposte facili, ma mediante la pazienza dei processi, la capacità di ascoltare e il coraggio di assumere responsabilità.
È una speranza che rifiuta tanto il pessimismo quanto l'illusione. Guarda le ferite della città senza nasconderle e, proprio per questo, sceglie di ricostruire.
Dall'ascolto a un progetto per Copertino
Il cammino proseguirà attraverso incontri e lavori di gruppo ispirati al metodo della conversazione spirituale. I partecipanti saranno invitati a interrogarsi sul rapporto con le moderne tecnologie, sull'idea che ciascuno possiede di sé, di Dio e degli altri, e sulle dinamiche che oggi distruggono o ricostruiscono la città.
Copertino è il luogo concreto dal quale partire, ma la "città" evocata dal percorso comprende ogni spazio della convivenza: la famiglia, la scuola, il lavoro, le associazioni, le istituzioni e la comunità ecclesiale.
Le riflessioni confluiranno in un documento programmatico destinato alla comunità cittadina e diocesana. Il metodo indicato è quello racchiuso in tre verbi della tradizione sociale cristiana: vedere, giudicare e agire. Vedere la realtà senza pregiudizi, giudicarla alla luce del Vangelo e agire con responsabilità.
Dalla parrocchia dei Santi Cosma e Damiano arriva così un invito che supera i confini della comunità ecclesiale: non assistere alla storia come spettatori, ma abitarla. Non limitarsi a denunciare le crepe, ma ricostruire le mura. Non custodire la fede come un bene privato, ma tradurla in servizio.
Perché una città non cambia soltanto attraverso le grandi decisioni. Cambia quando ciascuno riconosce il tratto di muro affidato alle proprie mani e sceglie, insieme agli altri, di ricominciare a costruire.
Don Piero rivolge un sentito ringraziamento a tutti i presenti per aver accolto l'invito alla serata e per aver partecipato al programma proposto; a Don Francesco Marulli per la preziosa collaborazione, il sostegno, la vicinanza, la partecipazione e il costante incoraggiamento a proseguire il cammino; al Gruppo di Pastorale Sociale della Parrocchia dei Santi Cosma e Damiano e a tutti gli amici della città che hanno accolto l'invito; al moderatore, Prof. Cosimo Esposito, per aver guidato e moderato gli incontri del percorso; al Movimento Cristiano Lavoratori (MCL) per il sostegno economico e organizzativo; ad Azione Sindacale SNALS Scuola Lecce per il supporto e la collaborazione;
a RadioOk per la diretta streaming e la trasmissione dell'evento; e a Don Giuseppe Veneri, direttore della Caritas Diocesana, per la collaborazione nell'organizzazione dell'intervento di Don Rocco D'Ambrosio. A questi ringraziamenti si uniscono quelli espressi dal Prof. Cosimo Esposito alla comunità ospitante e a Don Piero, per la sua opera meritoria e per il costante impegno nel risvegliare le coscienze e rafforzare l'identità del territorio, nonché a Don Francesco Marulli per la sua presenza e per l'autorevole sintesi offerta sui temi della pastorale sociale e della dottrina sociale della Chiesa.
Don Francesco Marulli, a sua volta, ringrazia Don Piero per l'invito e per aver avviato e istituzionalizzato questo percorso di approfondimento della dottrina sociale della Chiesa, e Papa Leone per l'enciclica Magnifica Humanitas e per l'attenzione riservata ai temi della dottrina sociale e della custodia della persona umana. In conclusione, si rinnovano i ringraziamenti a Don Francesco Marulli e al Prof. Cosimo Esposito per i preziosi interventi e le riflessioni offerte; al portale tamsha.eu per la diffusione e l'archiviazione dei contenuti; e a tutti i partecipanti per l'attento ascolto e la presenza in sala.