Le bugie sulla strage Borsellino Quei pentiti andati all’avventura

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IL PROCESSO Le bugie sulla strage Borsellino Quei pentiti andati all’avventura

PALERMO – Più le sparavano grosse e più venivano creduti. Le bugie dei pentiti hanno tenuto in carcere sette innocenti per una quindicina di anni e hanno reso possibile una delle pagine più buie della storia giudiziaria d’Italia. Non è finita perché Vincenzo Scarantino, secondo i giudici della Corte d’assise di Caltanissetta, è stato “indotto” a mentire. Ecco perché servono nuove indagini per capire chi manovrò il collaboratore di giustizia. La prescrizione spazza via le sue bugie. Non quelle degli altri due falsi pentiti – Francesco Andriotta e Calogero Pulci – condannati a dieci anni ciascuno. Le loro furono balle colossali senza che qualcuno li avesse imbeccati.
Scarantino, invece, sarebbe stato manovrato. E poi c’è da considerare il fatto che parecchi erano gli elementi a disposizione di chi indagava per smascherare le menzogne. A cominciare dalle sue stesse ritrattazioni. Ed invece divenne l’uomo della Provvidenza quando si volle dare la più immediata delle risposte all’interno Paese scosso dalle bombe che avevano dilaniano i corpi dei magistrati e degli agenti di scorta.
Scarantino disse di essersi occupato del furto della Fiat 126 che sarebbe poi stata piazzata sotto casa di Borsellino imbottita di tritolo. Imbeccato da qualcuno con la violenza come lui stesse avrebbe infine raccontato? Si vedrà. La verità è che già allora, però, le sue dichiarazioni avrebbero dovuto sollevare dubbi. Come poteva un picciotto della Guadagna, che non godeva di buona reputazione nella borgata palermitana, avere assistito alla riunione, organizzata in una villa, in cui Totò Riina decise di ammazzare Borsellino. Scaratino disse che erano presunti pure Gioacchino La Barbera e Salvatore Cancemi, pentiti dall’attendibilità granitica che negarono la circostanza. Nessuno conosceva Scarantino negli ambienti mafiosi di allora eppure con facilità riuscì a cucirsi addosso il ruolo di “uomo d’onore riservato” affiliato nell’ombra da pezzi da novanta come Salvatore Profeta, Pietro Aglieri e Carlo Greco. Si era inventato tutto, così egli disse, pressato per le torture del super poliziotto Arnaldo La Barbera e dei suoi uomini.
Lo stesso La Barbera che, ha raccontato Andriotta, “mi promise che mi avrebbero tolto l’ergastolo e mi avrebbero fatto entrare nel programma di protezione e che sarei stato trasferito negli Stati Uniti se avessi dichiarato quello che mi diceva di dire sulla strage di via D’Amelio. Scarantino diceva sempre di essere innocente. Dalla mia cella sentivo che lo pestavano, mi raccontò pure che gli fecero mangiare del cibo con dentro urina e che tra coloro che lo picchiavano c’era pure La Barbera. Alla fine mi feci ammorbidire, ho sbagliato dichiarando delle cose false e chiedo perdono a tutti”.
Perché Scarantino sarebbe stato “indotto” a mentire e Andriotta no? Sono stati i pm a spiegarlo: “Quando era detenuto a Ferrara aveva detto a un altro detenuto di essersi rigirato Scarantino come una marionetta. Durante la fase di indagine non ha detto al pubblico ministero di avere ricevuto denaro da Arnaldo La Barbera e Mario Bo e che i poliziotti avevano consegnato soldi pure alla sua ex moglie. Quella sarebbe stata una circostanza rilevante, avremmo potuto avere elementi a riscontro della sua dichiarazione, invece lo ha raccontato solo nel 2015, durante il dibattimento. E non può rigirare il discorso dicendo che non voleva mettere in mezzo terze persone. Dice di avere ricevuto appunti, mentre era in carcere a Saluzzo, con le dichiarazioni da rendere, ma ci dice che ha distrutto nel 2006 quei documenti che avrebbero rappresentato la prova regina di questa vicenda, pur dicendo di non avere avuto timore di custodirli in cella”.
Andriotta è stato ritenuto attendibile e ha rovinato la vita di Gaetano Murana, condannato all’ergastolo ingiustamente e scarcerato dopo 18 lunghi anni di detenzione. Andriotta e Calogero Pulci fornirono un “formidabile” riscontro alla ricostruzione di Scarantino che piazzava Murana fra gli uomini che che scortarono, insieme a un altro gruppo di uomini d’onore, la 126 rubata mentre veniva condotta in via D’Amelio.
Calogero Pulci non era l’ultimo arrivato. Originario di Sommatino era il braccio destro del boss nisseno Giuseppe “Piddu” Madonia. Alla fine anche lui ha ritrattato e ammesso che “si era persuaso” della colpevolezza di Murana e che “aveva voluto compiacere il procuratore generale di udienza”. E la gente va all’ergastolo per questo?”, tuonò in aula il pm Stefano Luciani.  Già, per questo. Pulci ha, però, riconfermato le vecchie dichiarazioni perché disse di aveva paura di perdere il beneficio degli arresti domiciliari.
Ecco chi sono i pentiti della verità farlocca, ma accettata da investigatori e pubblici ministeri che la fecero propria, portandola, senza mai dubitarne, di fronte ai tanti giudici che la accolsero come verità vera. Fino a quando un altro pentito, Gaspare Spatuzza, non disse che della 126 si erano occupati i mafiosi di Brancaccio.
Adesso, come stabilisce la sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta, che ha inviato gli atti alla Procura della Repubblica, si devono valutare nuovi spazi di indagine. Il problema è individuare da cosa ripartire. Non di certo dalle macerie degli stessi pentiti. La posizione di tre poliziotti, accusati di avere costretto Scarantino a mentire, nei mesi scorsi sia stata archiviata. Ma c’è da rivalutare quanto emerso nel corso di questo processo. E ci sono poi le indagini su altri sei agenti seppure avessero ricoperto ruoli minori. Se depistaggio c’è stato da chi fu orchestrato? Negli ultimi anni si è puntato il dito su La Barbera che, però, è morto. Nessuno, invece, è stato in grado di dire se ci furono responsabilità, anche ammettendo l’assoluta buona fede, da parte di investigatori e magistrati che non misero mai in dubbio gli sviluppi investigativi dello stesso La Barbera. Che divennero ipotesi di reato prima e prove schiaccianti poi.

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