Il possibile default della Grecia: tragedia con qualche risvolto da commedia.

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La Grecia ha cambiato da poco la propria guida politica.

 

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La nuova compagine governativa, guidata da Tsipras, ha basato il proprio successo elettorale promettendo al popolo greco il ritorno a politiche economiche espansive e ad un welfare vecchio stile. In altre parole, è stato prospettato ai greci l’abbandono della politica di austerity degli ultimi governi ellenici, conseguenza dei diktat dell’Unione Monetaria Europea e soprattutto della Germania, che vede in pericolo i propri investimenti in Grecia.

Il Governo ellenico ha quindi incontrato nel mese di febbraio i vertici dell’Unione europea e della Germania per rinegoziare le condizioni dei prestiti che hanno permesso negli ultimi anni alla Grecia di disporre della liquidità necessaria per evitare il default (termine tecnico con cui si indica il fallimento). La rinegoziazione dei prestiti, in scadenza a fine febbraio, e dei limiti di spesa imposti dall’Europa alla Grecia, avrebbe dovuto consentire al Paese di avviare le misure sociali promesse dal nuovo governo.

Alla fine degli incontri, però, non è stato rinegoziato nulla. L’unico risultato ottenuto dal Governo greco è stato un differimento della scadenza di quattro mesi dei prestiti da rimborsare, sulla base della promessa di avviare riforme strutturali volte a ripianare il debito pubblico. Gli effetti all’interno del Paese ellenico si sono subito manifestati attraverso violente proteste da parte dell’elettorato dell’attuale governo.

In questo momento, pertanto, la Grecia ha due possibilità: adeguarsi ai diktat dell’UE ovvero andare in default fra quattro mesi e uscire dall’Euro. Ma cosa può fare uno Stato per evitare il default e quali sono, per gli individui comuni, gli effetti di un fallimento di un Paese come la Grecia appartenente all’Unione Monetaria Europea.

Un paese fallisce quando lo Stato non è più in grado di far fronte ai suoi debiti (e ai relativi interessi) e a sostenere la spesa pubblica (sanità, pensioni, stipendi dei dipendenti pubblici ecc.). Il “default” di uno Stato però non è mai totale, ma ha diversi livelli di gravità. In altre parole lo Stato cerca sempre di “ristrutturare” il suo debito, cioè di raggiungere un accordo per cui, invece di restituire la cifra pattuita, ne rende una inferiore o spalmata su più anni.

Lo Stato, inoltre, dovrà cercare di aumentare le proprie entrate e ridurre le proprie spese. Sul versante delle entrate può aumentare ad esempio le imposte. Col rischio però di deprimere ancora di più i consumi e il reddito, innescando così un circolo vizioso (aumenta l’aliquota ma diminuisce il gettito). Sul fronte dei costi lo Stato può ridurre le spese. Le voci di costo che in genere pesano di più sui conti pubblici sono tre: le pensioni, la sanità, le retribuzioni dei dipendenti pubblici. Si tratta di misure già prese dai precedenti governi ellenici e che dovranno essere mantenute dall’attuale.

L’eventuale bancarotta non potrà non ricadere su tutti coloro che hanno investito in titoli statali. Il Tesoro non potrà più pagare gli interessi e al momento della scadenza del titolo non si potrà più tornare in possesso dell’investimento iniziale. Quindi, lo Stato potrà proporre un differimento della scadenza del debito. Un evento del genere porta al crollo del valore del titolo, con possibilità pressoché nulle di rivenderlo. Negli ultimi anni e, in particolare, negli ultimi mesi si è assistito proprio a tutto questo per la Grecia.

Parte quindi l’assalto alle banche, come è avvenuto nel mese di febbraio in Grecia, in quanto se i titoli di Stato diventano carta straccia, sono loro le prime a risentirne perché private degli interessi sui titoli e della possibilità di rivendere il proprio portafoglio. Le banche, non solo greche ma anche di Paesi come la Germania il cui portafoglio è pieno di titoli greci ad alto interesse, cominciano a ritrovarsi senza liquidità e rischiano di fallire a loro volta – ecco uno dei motivi per cui Draghi, in questo periodo, ha iniettato liquidità nel sistema bancario europeo.

Tutto questo innesca un ulteriore effetto: nel momento in cui si diffonde la voce di insolvenza delle banche, tutti i loro clienti correranno agli sportelli a ritirare i depositi prima che sia troppo tardi. Con l’assalto agli sportelli non c’è istituto che possa resistere al prelievo contemporaneo di tutti i suoi clienti. In una situazione di questo genere saltano anche i sistemi di sicurezza esistenti, come il Fondo di garanzia sui conti correnti, operante in tutti i paesi europei. Tali sistemi di sicurezza coprono l’insolvenza di una o più banche, ma non dell’intero sistema creditizio. Tutto questo solo per considerare i costi economici e non le enormi conseguenze sociali e sul piano dell’ordine pubblico. Lo scenario si sta tragicamente già avverando a poche centinaia di chilometri da noi.

E’ legittimo per uno Stato rivendicare la propria dignità ed autonomia ed è giusto garantire ai propri cittadini una vita più sicura e felice. Ma è anche legittimo per qualsiasi creditore rivendicare i propri crediti, come è giusto essere oculati nella gestione di bilancio di un Paese. L’unica via di uscita per tutti è forse quella di rimboccarsi le maniche, cercando, da una parte, di essere meno cicale e più formichine e, dall’altra, di essere più pazienti e meno avidi evitando facili e redditizi investimenti a danno di popolazioni già in difficoltà, che ad un certo punto, alle strette, potrebbero non restituire i prestiti contratti.

 

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