Il nuovo colonialismo

0
171

La corsa all’acquisto di terreni agricoli all’estero.

Nei secoli scorsi i colonizzatori erano principalmente nazioni occidentali alla ricerca di materie prime e forza lavoro da utilizzare nei propri processi industriali o coltivazioni agricole. I prodotti realizzati venivano poi immessi nei mercati interni e nei mercati internazionali. I territori colonizzati servivano anche per fronteggiare, in alcuni periodi storici, gli aumenti demografici che si registravano nei Paesi colonizzatori: la promessa di poter disporre di una propria fattoria, sia pure in un paese lontano, poteva convincere consistenti strati di popolazione a trasferirsi nella nuova colonia.

Oggi si assiste ad un nuovo processo di colonizzazione dove i protagonisti non sono gli eserciti o le flotte armate di Stati, ma multinazionali o fondi comuni di investimento anche asiatici e mediorientali, eventualmente di proprietà statale, che acquistano terreni agricoli su larga scala da altri Stati e loro proprietari privati: è il fenomeno del “land grabbing”. Nel solo 2006 sono stati sottoscritti oltre 400 maxi contratti di “accaparramento di suolo” per oltre 87 milioni di ettari di terre coltivabili. Per capire la portata del fenomeno basta pensare che l’intera superficie coltivabile italiana è inferiore a 17 milioni di ettari.

Tale fenomeno non sembra arrestarsi, in quanto i flussi di denaro continuano a fluire verso terreni agricoli all’estero a causa dei rendimenti finanziari: le multinazionali e i fondi di investimento vedono nei terreni agricoli, chiamati beni “fondamentali”, un chiaro modello economico della domanda e dell’offerta, in cui la domanda è rappresentata da una popolazione mondiale crescente che ha bisogno di essere alimentata, mentre l’offerta è rappresentata da risorse limitate (i terreni agricoli) necessarie a nutrire queste persone. In particolare, tali investitori ritengono che nel lungo termine i terreni agricoli possano assicurare un guadagno derivante dal valore crescente degli stessi terreni e dal flusso di cassa che, nel frattempo, potrà essere generato dalle vendite delle colture e dagli allevamenti di bestiame da latte e da carne

Vi sono poi anche diverse correnti di pensiero sull’opportunità e utilità di tali investimenti. I sostenitori del “land grabbing” associano i profitti dei nuovi colonizzatori ad investimenti e progressi tecnologici che, altrimenti, in paesi poveri, non avverrebbero mai. Secondo la loro tesi il risultato finale è il miglioramento qualitativo e quantitativo dell’agricoltura locale con maggiore possibilità di sfamare le popolazioni locali. A criticare tali tipi di investimento vi sono invece alcuni studi della FAO: essi affermano che le acquisizioni su larga scala di terreni agricoli, promuovono un tipo sbagliato di agricoltura intensiva, non sostenibile per un mondo alle prese con gravi problemi alimentari e crisi ambientali.

 

C.G.R.

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.