Giovanna Politi, Dell’anima falò,Kimerik, 2015

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La silloge poetica di Giovanna Politi.

E’ stata presentata nei giorni scorsi a Gallipoli per iniziativa dell’Associazione Accademia Filarmonica di Gallipoli. Hanno dialogato con la scrittrice Wojtek Pankiewicz e Annarita Miglietta dell’Università del Salento

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Una silloge di bella poesia quella di Giovanna Politi, a cominciare dal titolo:Dell’anima falò.L’anastrofe, ossia l’ inversione dell’ordine logico e sintattico delle due parole, enfatizza ed attira l’attenzione sul primo costituente, per conferirgli la giusta valenza che il lettore verificherà all’interno delle singole liriche, nonostante l’anima, per dirla col semiologo Algirdas J. Greimas, non sia in questo caso, l’isotopia dell’intero volume, cioè sebbene non sia la parola che oltre ad avere la maggiore frequenza assoluta (40) è quella che garantisce l’unità tematica del volume. In termini di frequenze assolute, essa viene surclassata da cuore che ne registra 84 e ancor prima da amore, nucleo centrale, concettuale della raccolta, che ne registra 89.

E che cosa dire del falò, di quel fuoco che produce una gran fiammache hadurata limitata, come le passioni, gli ardori, vissuti, assaporati, con grande travolgimento da Giovanna Politi? La risposta ci viene anche solo dalla lettura delle concordanze della parola anima, all’interno del costesto, cioè all’interno dell’ ambiente linguistico che la precede e la segue. Nella poesia della scrittrice l’anima è: persa, dilaniata, scardinata e appesa in mezzo a onde giganti di frastagliati pensieri, fragile, sola effimera, mascherata dal nulla, in pena. Questo per quanto riguarda l’aggettivazione. I verbi appartengono come gli aggettivi alla sfera semantica del dolore. Infatti, l’anima è sconvolta, sospirando geme, si strugge, è barattata, ecc. Solo talvolta l’anima è vestita a festa.

Dell’anima falò raccoglie 113 poesie in verso libero, l’ultima è dedicata ai figli Lucrezia e Ludovico. Leopardi le avrebbe definite poesie del sentimento (Zibaldone).

Dovunque, nelle liriche di Giovanna Politi, si incontrano luoghi e tempi di amori e di memorie che vengono tracciate con armoniche e, allo stesso tempo tumultuose, voluttuose espressioni. L’autrice parla del “primo incontro, ricordo indelebile d’amore infinito/sensazioni profonde di viscerale intesa,/inspiegabili!”

Attenta a cogliere ogni particolare emozione, ogni sensazione sia essa spirituale o carnale attraverso un’aggettivazione ricca, preziosa, Giovanna Politi carica di profondo senso poetico ogni parola, riuscendo a connotare i suoi più profondi pensieri che organizza in una sintassi articolata, a volte franta, ben studiata. Il ritmo è assicurato dalla curata e meditata scelta di ogni lemma all’interno del verso, di lunghezza variabile, che a volte coincide con un unico verbo o sintagma, volto o a rendere concitato, martellante il fluire della lirica, o a enfatizzare e a catturare l’attenzione su un’azione, su un fatto, su un oggetto.

L’Amore, declinato, in tutti i suoi aspetti, travolgente, cupo, triste, sofferente, nostalgico, irrazionale è cantato in brevi, ma efficaci liriche sensuali, che descrivono il tempo, lo spazio, la natura attraverso tenui e ben riuscite metafore, attraverso ricche e ben calibrate figure retoriche che rendono più vivide, quasi tangibili, le emozioni, i desideri. Ogni fenomeno, ogni oggetto, ogni azione viene realizzata e colta nella sua essenza con un rigore della parola recitata che, toccando tutte le corde del cuore, potentemente porta dal concreto all’astratto, dal particolare al generale, e l’esperienza della poetessa diventa esperienza condivisa dell’umanità. Le sensazioni si sprigionano, escono dalla pagina scritta e s’imprimono e si fissano prepotentemente nella mente dell’attento e sensibile lettore, prendono corpo e si fanno poesia. L’isotopia figurativa dell’amore – per dirla in termini semiotici – della struttura profonda della lirica trova concretezza nelle isotopie figurative della struttura superficiale, nel livello espressivo della poesia: nello sguardo, negli occhi,  nelle labbra dell’amato, nella nudità del corpo, nella carne bagnata di sangue frammisto a sudore.

Ed ancora, l’amore è riassumibile in quel odi et amo di catulliana memoria (incipit del carme 85) come si può leggere nelle lirica n.29: Ti amo e ti detesto. Una forte tensione che alterna, dunque, amore, passione, gioia, dolore, riso, pianto che non si risolve se non in un crescendo di intime pulsioni dell’animo e del corpo, che si fonde dando origine ad un amore travolgente e burrascoso. In ogni sentimento alberga il suo contrario e da esso trae vita. E dell’anima falò.

Ma entriamo nel testo. Le liriche presentano una notevole varietà lessicale, che è registrata con analisi statistica pari a 24,41% (calcolata nel rapporto di types/token, ossia nel rapporto tra tipi di parole e parole testuali, cioè forme flesse). Questo dato è confortato anche dal numero di hapax, ossia di parole che occorrono una sola volta: nel volume dell’autrice sono 1589, ossia più del 60% delle parole totali (2555). Davvero un bell’esempio di ricchezza di vocabolario.

Ma la poesia è anche musica, ritmo. La poesia come aveva osservato Gustave Flaubert, in Correspondance (1853), “è una scienza esatta, come la geometria”. In che senso? Se è vero che il testo poetico ha una flessibilità, elasticità connotativa, che lascia la libera interpretazione, è anche vero che deve avere una massima esattezza espressiva. Come osserva Massimo Prampolini in L’esattezza nella poesia e nella scienza (2011) “il linguaggio poetico si manifesta quando il linguaggio fa centro nel bersaglio espressivo”, ossia quando rispetta le regole del significante, quando “s’intrattiene sulla percezione fisica del discorso poetico”, anche nelle poesie moderne, che a partire dal Novecento, come diceva R. Barthes “hanno sparso il seme dell’eros lirico dappertutto”.

Vediamo come Giovanna realizzi tutto questo nelle sue liriche. Lo fa sicuramente attraverso un’attenta pratica, per dirla ancora con Prampolini, “del culto del corpo del testo”, attraverso “l’attaccamento al corpo della parola”

Cominciamo da una lirica, una delle tante, che mi ha impressionato per la sua struttura scenica, visivamente a triangolo capovolto (lirica n. 2):

Vagando per il mondo

ingorda di te

bramosa di noi,

tra fiumi di gente

ignara

cieca e incosciente,

ti cerco.

Qui la subordinata implicita Vagando per il mondo, prepara alla proposizione principale posta alla fine del breve componimento ti cerco, dopo strutture nominali in cui densa, ricca è l’aggettivazione emotiva, tutta tesa a definire l’io: ingordo, bramoso, ignaro, cieco ed incosciente, aggettivi che conferiscono immediatezza e tensione all’interno dei versi.

Particolare ed armoniosa anche la punteggiatura che sembra congegnata più per l’orecchio che per l’occhio, più per essere recitata che per essere letta. E proprio anche per questa sua sapiente scelta di sistema interpuntivo, Giovanna Politi raggiunge il massimo della liricità.

Dovunque, i versi rapidi, cristallini seguono il ritmo della passione e spesso affidano la scansione  oltre che alla sintassi anche ad un sapiente uso di allitterazioni e di paranomasie, come a p. 19: e mai ti finii di sfinire/e non finimmo mai di volerci, dove l’accostamento delle due parole di suono simile, ma di  differente significato, mira proprio a sottolineare l’opposizione dei significati. Né si può tralasciare l’importanza della reduplicazione del verso insistente, dal ritmo pressante: mai potè bastarci/mai potè placarci (lirica n. 4) o della riprese anaforiche di dove nella lirica n. 7, con l’obiettivo di  creare enfasi:Ti aspetto/di notte […]/Dove si vive di niente/dove si vive di noi./Dove il mare bagna/[…]/Dove il sole all’alba/ci sorprende innamorati/dove i tramonti/possiamo fissarli senza tempo/[…]/E ti aspetto./Di notte.

O la ripresa cadenzata del periodo ipotetico nella lirica n. 96: Vorrei che la tua mano/toccasse oltre la mia carne,/[…]/Vorrei che il tuo respiro/fosse affanno mentre per te sospiro,/[…]/Vorrei che le tue membra/assomigliassero a un groviglio/[…]Vorrei che la tua bocca/baciasse col sapore/[…]

Struttura particolarmente interessante quella della lirica 8: le dislocazioni con temi messi a rema, i chiasmi, ed ancora le allitterazioni cooccorrono alla realizzazione della musicalità comunicativa della lirica:E mai potei bere un buon vino/senza lasciarmene inebriare,/come mai potei farmi bagnare i piedi dalle acque/senza poi immergermi nel loro mare./E mai potei guardare il sole/senza da lui farmi accecare,/come mai potei sfiorare l’amore/senza poi lasciarmene incantare./Perché l’amore/durasse anche un solo giorno,/sarebbe stato il più bel giorno.

Così come colpisce la circolarità a chiasmo della poesia n.16, tra il primo ed ultimo verso:È nero com’è bianco,/[…]/dove è bianco com’è nero.E della lirica n. 100, dove si legge: che il mio cuore va consumando/che il mio essere consuma vagando.

Interessanti i dialoghi interiori che balzano come pensieri ad alta voce, un fluire continuo, segnalato dall’incipit con la congiunzione E:quasi a significare che Giovanna, cominciando a verseggiare, continui un discorso fatto tra sé e sé. Bellissimo l’esempio della lirica n. 11 (oltre a quello della lirica n. 8, riportata sopra e di tante altre): E noi,/trascinati dalle onde/di un mare in tempesta/che non conosce quiete/risucchiati dalle viscere profonde/di un fondale che non conosce tregue, /ci apparteniamo in segreto/a dispetto del sole/per sfuggire all’invidia/per proteggere l’amore.

Belle anche le metafore: il vento che scompiglia sì i capelli, ma agita anche i pensieri, la primavera che fa germogliare la vita e fa rinascere anche l’altro, e la poetessa si perde nella stepposa radura della tua fragile anima effimera, e folle vagai nei cespugliosi labirinti dei tuoi vani e affastellati pensieri, l’amore è carburante per il motore/del nostro vivere terreno!

Dunque un libro che ci fa vivere il miracolo dell’amore che crea dipendenza, abitudine, ma che è anche prezioso nutrimento, alchimia, magia, languido tormento, che va protetto, e forse messo in guardia dalla passione, pericolosa, dalla temibile fusione (lirica n. 74). È l’amore che ci trasmette il senso del miracolo della scoperta degli innamorati, che si cercano, si respingono, che da una parte invocano perché l’altro torni a bruciarle l’anima “come ha fatto più volte”, a toglierle l’anima, a possederla, dall’altra invita a baciare l’anima senza turbarla. Un inno all’amore e alla sua ossimorica sacralità, che dà senso alla vita, “Che poi quaggiù/che vita è se l’amore non c’è?” e forse con l’ultima lirica Giovanna Politi si dà/ci dà la risposta: l’amore che si reifica in Lucrezia e Ludovico.

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