Cinema Teatro dei Trulli

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Da Giovedì 15 a Mercoledì 21 gennaio  Spettacolo ore 17:15 

“PADDINGTON”

Paddington FilmNel misterioso Perù, una famiglia di orsi coltiva da decenni il mito dell’Inghilterra, paese ospitale e di ottimi gusti, come testimoniato dalla visita dell’esploratore Montgomery e dalla sua marmellata di arance. Così, quando giunge l’ora, il piccolo orso s’imbarca, con un cappello in testa e un cartellino che chiede gentilmente che ci si prenda cura di lui. Lo trovano alla piovosa stazione londinese di Paddington, tutto solo sotto l’insegna degli oggetti smarriti, i signori Brown e i loro figli Jonathan e Judy. Con loro, Paddington trova un nome, una casa e una famiglia, ma saranno soprattutto i Br own a scoprire di aver bisogno di Paddington almeno quanto lui ha bisogno di loro.
Arriva per Natale, festeggiando la ricorrenza della sua nascita letteraria, il film tratto dalle storie di Michael Bond, un regalo più che gradito, destinato, nel suo genere, a diventare un classico. Benché a produrre sia David Heyman – lo stesso di Harry Potter – non c’è traccia di incantesimi tra i trucchi del film, eppure la formula della composizione è a suo modo magica, specie nella naturalezza con cui fonde passato cinematografico e presente, dando luogo ad una sintesi orignale, intrisa del meglio del genere. Il Paddington di Paul King conferma le note migliori di Bunny and the Bull, dalle invenzioni visive alla nota malinconica, associata allo spettro della solitudine e del distacco, ma soprattutto ne ripropone lo spirito da giocattolaio matto, mescolandolo con quello di un capolavoro quale Mary Poppins. L’arco narrativo del personaggio del Signor Brown non può infatti non ricordare quello di Mr Banks, così come il negozio di antiquariato di Portobello non può non ricordare la visita all’abitazione di zio Albert, le scarpe della signora Brown quelle di Mary Poppins e Windsor Gardens il viale dei Ciliegi. Ma c’è anche J.K.Rowling, nel capitolo dark del Museo di Storia Naturale e della bionda tassidermista, ci sono 007 e le sue parodie, c’è in definitiva un manto di britishness che tutto avvolge e (di) tutto fa sorridere. Dalla scozzese Mrs. Bird di Julie Walters, che non conosce limite al whisky che può ingurgitare, alla parabola dickensiana di Oliver Twist, orfanello dagli incontri disgraziati che si tramuta nel perfetto cittadino inglese, passando per il cambio della guardia della regina, i bobby in elmetto nero, il pallido Mr Curry e l’esclusivo e steampunk Club dei Geografi, tutto in Paddington omaggia lo spirito di Londra, dal punto di vista di chi viene da lontano e, pur tra mille difficoltà, arriva a far esperienza della sua leggendaria accoglienza del diverso.
Ispirato ai primi disegni, quelli di Peggy Fortnum, ma nuovissimo nella sua prima incarnazione in computer grafica e nella trasposizione ai giorni nostri, il film di King gioca con la materia del cinema con lo spirito esploratore di un bambino, rispolvera formati, ruba Sally Hawkins a Happy-go-lucky e Hugh Bonneville a Downtown Abbey, accoppia la commedia slapstick e la fiaba family e alla fine cattura proprio tutto, piccoli, grandi e orsi.

“THE IMITATION GAME” Spettacoli ore 19:15 e 21:30

Un film “imitativo” nel senso migliore del termine perché tiene visibilmente conto della lezione di molto cinema recente, e crea un racconto che pare la quintessenza della messinscena televisiva britannica

The imitation game FilmManchester, primi anni ’50. Alan Turing, brillante matematico ed esperto di crittografia, viene interrogato dall’agente di polizia che lo ha arrestato per atti osceni. Turing inizia a raccontare la sua storia partendo dall’episodio di maggiore rilevanza pubblica: il periodo, durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui fu affidato a lui e ad un piccolo gruppo di cervelloni, fra cui un campione di scacchi e un’esperta di enigmistica, il compito di decrittare il codice Enigma, ideato dai Nazisti per comunicare le loro operazioni militari in forma segreta. È il primo di una serie di flashback che scandaglieranno la vita dello scienziato morto suicida a 41 anni e considerato oggi uno dei padri dell’informatica in quanto ideatore di una macchina progenitrice del computer.
The Imitation Game rivela le sue intenzioni fin dal titolo: perché è un gioco di sotterfugi e contraffazioni che riguarda non solo il codice nazista, ma anche la stessa attività del gruppo di esperti riuniti per decifrarlo, costretti ad operare sotto copertura. Più profondamente, il “gioco imitativo” caratterizza la vita stessa di alcuni di quegli scienziati, Turing in testa, obbligato a nascondere la propria diversità al mondo, e in particolare a quella società inglese che sforna eccentrici e poi li confina ai margini del proprio rigido e ottuso conformismo.
Turing, una sorta di idiot savant con un prodigioso talento per i numeri e una parallela inettitudine per la convivenza sociale, è il martire perfetto, in questo schema claustrofobico: infatti immolerà il suo genio per la salvezza di tutti, costruendo un macchinario di nome Christopher (cioè “colui che porta Cristo”), e cadendo vittima della ristrettezza di vedute di chi non possedeva neanche un grammo della sua capacità visionaria. Una mente prodigiosa costretta a vivere “in codice”, e incapace di decifrare i comportamenti altrui, né di tradurre i propri in comunicazione umana.
The Imitation Game è un film “imitativo” nel senso migliore del termine perché tiene visibilmente conto della lezione di molto cinema recente, e crea un racconto che pare la quintessenza della messinscena televisiva britannica alla Masterpiece Theatre partendo però da una prospettiva “altra”. Il regista infatti è il norvegese Morten Tyldum, che si accosta al materiale con totale rispetto dei codici di comunicazione inglesi per raccontarne le contraddizioni e i limiti deumanizzanti. In questo senso la sua operazione non è dissimile da quella realizzata da un altro regista scandinavo, Tomas Alfredson, con il suo La talpa: non è un caso che alcuni attori (Benedict Cumberbatch, che ha il ruolo di Turing, e Mark Strong) e soprattutto la scenografa Maria Djurkovic, abbiano partecipato a entrambi i film. Non è un caso neppure che parte del team creativo dietro The Imitation Game sia europeo ma non inglese: oltre al regista e alla Djurkovic, che è anglo-cecoslovacca, ci sono il direttore della fotografia spagnolo Oscar Faura e il compositore francese Alexandre Desplat. La loro “Inghilterra ai tempi della guerra” è borderline disneyana (si pensi a Pomi d’ottone e manici di scopa) ma è proprio questa rappresentazione iconica a rendere il contrasto con la diversità non omologabile di Turing così stridente. Quell’Inghilterra è la metafora dell’understatement inteso come volontà caparbia di annullare qualsiasi forma di disobbedienza alla “normalità”. È l’Inghilterra del rispetto cieco delle tradizioni e delle gerarchie, quella dei burocrati e dei segreti di famiglia conservati in naftlina. È infine l’Inghilterra che si appella al genio di Turing per salvarsi la pelle, ma è pronta a gettare il suo salvatore in pasto alla buoncostume.
The Imitation Game tiene conto di svariati esempi cinematografici recenti, da A Beautiful Mind a The Social Network – la struttura narrativa a flashback e forward di Aaron Sorkin è chiaramente un modello per lo sceneggiatore, Graham Moore – nel ritratto di un protagonista il cui genio viaggia di pari passo con la sua asocialità ai limiti dell’autismo, ma anche del background recitativo di Benedict Cumberbatch, che porta nella sua interpretazione di Turing l’eredità del Julian Assange di Il quinto potere e dello Sherlock Holmes televisivo, creando una continuità ideale fra l’eccentricità irriducibile di ieri e di oggi.
Come anche ne La teoria del tutto, in The Imitation Game la confezione ipertradizionale e priva di guizzi autoriali non fa altro che rafforzare l’impatto della recitazione “totale” del protagonista: con la differenza che Cumberbatch nei panni di Turing è assai più pirotecnico di Eddie Redmayne in quelli di Stephen Hawking. L’intento della produzione, orchestrata da quel mago della corsa agli Oscar che è Harvey Weinstein, è chiaramente quello di assicurare una candidatura al suo attore purosangue. L’operazione, pur nella sua evidente pianificazione a tavolino, riesce comunque: perché Cumberbatch è una space oddity in grado di comunicare infiniti livelli di lettura; perché l’Inghilterra vista dagli outsider ha un impatto drammaturgico efficace; e perché all’interno di questa messinscena canonica e fortemente controllata l’ingiustizia del martirio di Turing risalta con ancora più incomprensibile nella sua crudele incongruenza.

Martedì 20 gennaio Chiusura per riposo

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