Capone

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Il Sud come questione nazionale. Serve una visione strategica condivisa dello sviluppo

Ha detto bene il presidente Renzi in direzione nazionale: “Se il Mezzogiorno non parte, l’Italia non sarà mai un player europeo e internazionale”. Perché l’Italia è nord, centro e sud insieme e finché questi tre lembi di terra non si saranno perfettamente integrati, allora, tutti noi non potremo fare altro che limitare i danni. In Puglia, in questi anni, abbiamo provato a colmare le differenze con le nostre forze cercando di favorire nuove opportunità di sviluppo per l’economia del territorio. Dall’investimento sulla Banda Ultra Larga, agli incentivi ai grandi player che abbiamo attratto per investire da noi, ai bandi per le imprese innovative e le piccole e medie imprese che abbiamo stimolato a innovare. Abbiamo provato a immaginare interventi che potessero sfruttare le grandi potenzialità di questo tempo valorizzando, al contempo, le caratteristiche straordinarie delle nostre imprese. I risultati, come ci viene riconosciuto dall’Europa, sono sorprendenti. Anche il presidente Renzi l’ha detto: “Non esiste il sud ma i sud, e la Puglia è un sud diverso”.

Dobbiamo, però, poter intervenire tempestivamente su alcune opere, sulle Infrastrutture, con un impegno diretto nazionale. In Salento, per esempio, dal 2008 sulla linea Adriatica non ci sono più Eurostar (tutti dirottati sulla Tirrenica): gli unici treni che su quella linea ad Alta velocità possono viaggiare. Così arrivarci adesso è molto più difficile e i nostri sforzi per incentivare il turismo devono decuplicarsi e comunque non avranno mai la forza esponenziale che riescono ad avere, invece, altri territori con sforzi decisamente minori. È chiaro che in questo modo si restringe il margine di crescita del territorio e anche l’impegno regionale operato per favorire l’incremento dei trasporti pubblici e ferroviari in particolare rischia di essere completamente depotenziato. E’ tempo, allora, di inserire nell’agenda di governo il Sud come questione nazionale, una questione che riguarda oltre 23 milioni di cittadini e che riveste un ruolo determinante nel rilanciare la competitività e lo sviluppo dell’intero Paese. Puntare sul Sud non vuol dire, però, soltanto aumentare gli attuali flussi d’investimento pubblico bensì costruire una visione strategica condivisa dello sviluppo da perseguire da qui ai prossimi anni e in direzione della quale orientare tutti gli sforzi e le iniziative pubbliche e private. Dobbiamo uscire dalla logica della citazione di singole eccellenze presenti al sud, pure importante, e lavorare su piani condivisi tra governo regioni, enti locali e sistema delle imprese. Potremmo istituire una cabina permanente di regia tra le regioni del Mezzogiorno con un riferimento a livello centrale, individuare una quota minima d’investimenti pubblici nazionali ordinari da destinare alle aree meridionali del Paese: un’ipotesi al riguardo potrebbe essere quella del 45% degli investimenti così come individuato dalla norma di circa dieci anni fa risultata mai attuata. Potremmo, ancora, concertare con l’Unione Europea alcuni strumenti da adottare per attrarre investimenti industriali, a partire ad esempio dalla creazione in ogni regione di “zone economiche speciali” che la Commissione ha già autorizzato in alcuni europei come ad esempio la Polonia; rivedere le norme sul patto di stabilità per favorire prosecuzione degli investimenti già programmati (oggi i fondi comunitari gravano per il 50% e le risorse del FSC per il 100%, aspetto che si ripercuote negativamente anche con la nuova regola del saldo invariato); varare un piano a favore delle famiglie che vivono sotto la soglia di povertà, finalizzato anche a ridurre il disagio sociale ed abitativo; ridurre il carico fiscale e contributivo per le imprese nazionali ed estere che investono nel Sud; organizzare una serie di iniziative in Italia e all’estero di qualificazione delle competenze del capitale umano e di sostegno all’autoimprenditorialità per i giovani che intendono restare sui territori di origine.

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